Immagina di dover descrivere l’oggetto (i device) che stai utilizzando per leggere queste parole, da dove partiresti? Quanto ne sai di ciò che descrivi? Potresti parlare del suo colore e del suo designe, potresti parlare della marca che hai scelto, potresti parlare del software e forse anche di elementi hardware. In realtà la scelta di dove e cosa scegliere per descrivere ciò che ci circonda è fondamentale. E’ il modello mentale che oggi manca maggiormente…

I livelli di rappresentazione

Ogni volta che descrivi qualcosa lo fai a partire da un livello, spesso non te ne accorgi perché siamo progettati per seguire più o meno ciò di cui sta parlando il nostro interlocutore. Cioè se qualcuno inizia a parlare della marca del proprio device, noi di solito rispondiamo su quel livello: “sai io preferisco i Mac?”, “interessante io invece preferisco Windows” ecc. Se il discorso resta a questo livello ci si capisce entrambi in modo più o meno abbastanza chiaro.

Ma in realtà le cose sono più complesse, ci potrebbe essere chi invece, inizia a parlare di RAM o di capienza dell’hardisk o di come funzionano i software ecc. In base alle competenze dei parlanti cerchiamo di rispettare alcuni livelli, anche perché in alcuni casi non solo si generano paradossi (come accennato nella puntata e come proposto da Bertrand Russell) ma non ci si capisce più. Se parlo con un tizio che non sa niente di computer si fermerà alla marca e non saprà niente di hardware.

La verità è che anche un appassionato potrebbe conoscere bene i modelli, le marche ma non avere la più pallida idea di come sia fatto dentro. Ecco perché questa faccenda è importante nel mondo della psicologia? Perché negli ultimi anni l’avanzare delle neuroscienze ci hanno mostrato un mondo straordinario, fatto di biologia, strutture anatomica, ipotesi di funzionamento. Avvalorando o confutando teorie del passato. E’ una cosa meravigliosa ma anche pericolosa soprattutto per come ne parliamo.

Detto male e in modo sintetico: anche se conosci perfettamente come funziona la tua amigdala, conosci tutte le sue parti e le sue interazioni, tale conoscenza non ti aiuterà più di tanto a gestire le tue emozioni. Dato che spesso si semplifica dicendo che quello è il centro della minaccia e delle emozioni (spoiler è una parte di quei circuiti) allora viene facile immaginare che conoscerla potrebbe aiutarci a gestirle meglio. Ma sarebbe come cercare di imparare a guidare meglio la propria auto studiando come funziona il motore.

Certo che le conoscenze sul motore possono aumentare la tua consapevolezza alla guida, ma di certo non aggiuggeranno quasi niente alle tue abilità di guida su strada. Qualcuno mi dirà che queste sono osservazioni banali ma in realtà non lo sono, perchè la maggior parte delle persone che parlano di neuroscienze applicate (online) tendono proprio a fare così. Usano i parloni tecnici, spesso anche male, confondendo o riducendo eccessivamente sistemi complessi per poi sottolineare quanto sia importante conoscerli.

Ma se uno fa il mio mestiere? E per tutti gli altri?

Certo, per me, che sono un clinico è importante conoscere questi meccanismi. E’ importante anche conoscere altri livelli di rappresenteazione. Ma ad esempio, per una madre che vuole imparare a gestire meglio suo figlio, conoscere che è la sua corteccia pre-frontale a doversi addestrare, non cambierà tanto il suo nodo di educarlo. Certo, quando potrebbe essere davvero utile? Quando la madre conosce i meccanismi collegati a quella struttura, e allora viene a sapere che si tratta del centro dell’attenzione, come funziona l’attenzione, le interazioni tra attenzione ed emozioni ecc.

Ma come probabilmente avrai capito poteva farlo senza neanche mai accennare alla fisiologia o alla anatomia del cervello. Vedi il vero problema non è della mamma che vuole capire meglio il figlio o di chi, magari come te, è davvero incuriosito dalla materia e l’approfondisce, il problema è confondere i livelli e pensare che se uno sa recitare tutte le strutture del cervello sa anche intervenire su quelle strutture. Vedi voglio ripeterlo, le neuroscienze sono eccezionali ma solo se rispettiamo questi piani di descrizione.

Come ti ho detto diverse volte il modo migliore per studiare queste cose non è imparare a memoria i neurotrasmettirori, gli ormoni e la fisiologia (a meno che tu non sia un medico o un ricercatore in questo ambito) ma è invece conoscere e riconoscere i meccanismi. Sapere che la mia attenzione si stanca dopo circa 30 minuti (anche meno) è sicuramente frutto di studi, forse anche neuroscientifici ma la loro applicazione non c’entra niente con la fisiologia. Cioè c’entra ma tu non la devi conoscere, così come non devi conoscere la programmazione software per leggere queste parole.

Pensa se ogni volta che leggi una parola tu vedessi anche il codice binario che ci sta dietro e anche come è stata programmata, probabilmente impiegheresti 3 mesi per leggere questo post. Non è solo questione di semplificazione, perché i livelli tendono a semplificare fino a farci giungere alle interfacce, noi dobbiamo diventare maestri della nostra interfaccia, non tanto di cosa si nasconde dentro la scocca. Un vero esperto sa muoversi tra i livelli, conosce le strutture, conosce i meccanismi e anche come influenzarli nella vita.

Questa faccenda non ha solo a che fare con i computer e le neuroscienze ma con tutto. Ed è per questo che molti medici faticano a diventare divulgatori, perché ciò che possono chiedere alle altre persone di fare, queste, possono farlo anche senza medico. Cioè tutto ciò che si può fare per massimizzare la salute: stile di vita sano, prendere la luce del sole, dormire, mangiare bene, non fumare e bere ecc. Non ha bisogno di una conoscenza fisiologica così rilevante per essere applicata…

Esperti d interfacce (e di prevenzione)

Così diventa più facile per un personal trainer, per un nutrizionista, per un coach, spiegare quali sono le cose da fare e quali no. Certo, se hanno un razionale biologico, cioè spiegano cosa succede dentro quando fai quelle azioni, funziona di più e meglio ma non è affatto indispensabile. Un tempo non lo era affatto, dato che la popolazione studiava molto meno, non avevano internet (dott. google e dott. chatGPT) la persona semplice si fidava ciecamente del medico. Oggi quando un dottore ci dice cosa fare la prima cosa che facciamo è correre online a controllare se ci ha detto la cosa giusta.

Poi se non deve fare un intervento biologico, cioè prescrivere un farmaco, una biopsia, una operazione chirurgica, allora ti chiederà di fare delle cose “a partire dall’interfaccia”: facciamo più movimento; smetta di fumare e/o bere; rinforzi i muscoli della schiena; si faccia trattare da un fisioterapista; da uno psicologo ecc. Gli interventi biologici (si chiamano così) sono quelli che agiscono sul livello hardware, sono quelli che i medici apprezzano di più perché sono anche gli unici che possono prescriverli e applicarli (non tutti, sto generalizzando) ma spero di essermi spiegato.

Se vuoi costruire una applicazione per la tua attività assumerai degli esperti di software e non ti frega un granché se conoscono o meno le dinamiche hardware. La cosa davvero interessante è che un tempo le cose erano diverse, soprattutto agli albori, quando costruiamo noi una tecnologia di solito all’inizio possono usarla solo gli esperti. Pensa ai computer, già quando ero piccolo io (non nel 1499 ma nel 1988) se non sapevi programmare (il famoso Dos) non potevi neanche creare una cartella.

Poi sono arrivate interfacce sempre più semplici, i vari sistemi operativi che hanno consentito a tutti di usare queste cose. Aprendo così la possibilità a molti di usare strumenti che un tempo richiedevano competenze miste e trasversali, dalla ingegneria alla informatica. La realtà pre-costituita, cioè gli oggetti non artefatti dall’uomo invece hanno avuto uno sviluppo conoscitivo praticamente opposto: prima ci siamo occupati dell’interfaccia e poi dell’aspetto interno. Per farlo ci inventavamo cosa ci fosse “sotto al cofano”, la cosa straordinaria è che se quell’invenzione è potente può diventare davvero utile.

Immagina che alcuni uomini provenienti dal passato prendano una macchina del tempo e si trasportino nella nostra epoca. Alcuni vedono un computer e pensano subito che il modo migliore per capirlo sia smontarlo pezzo per pezzo fino a ricostruirlo interamente. Mentre altri, si accorgono che si accende ed iniziano invece a giocare con i software, quali tra questi due gruppi avrà maggiore successo, se gli diamo abbastanza tempo entrambi. Ma, sicuramente, i secondi riusciranno molto più rapidamente ad usare lo strumento stesso, magari proprio per farsi spiegare come funziona.

Da dove partire?

Questo esperimento mentale che ti ho appena descritto è stato in realtà fatto, anni fa andavo fierissimo del mio post sul lavoro di Sugata Mitra, poi purtroppo l’ho dovuto cancellare (chi conosce la storia di questo blog sa che anni fa ho ricevuto un pesante attacco haker che ha distrutto la formattazione del sito). Ma puoi trovarlo ancora online, Sugata Mitra è un esperto di apprendimento che si è divertito a pizzare dei computer nelle zone più povere del mondo. Non l’ha fatto l’altro ieri ma decenni fa, quando i computer erano ancora più complessi (non così tanto ma abbastanza).

In pratica ha preso dei computer e li ha messi nelle zone più povere del mondo in particolare negli slum indiani. Li ha incementati in modo che nessuno potesse rubarli ed ha avvisato i ragazzi semi-analfabeti dei villaggi lì accanto. Dicendo loro che avrebbero potuto giocare con quel computer come e quanto volevano. Tutto il processo era registrato da telecamere nascoste ed i risultati hanno lasciato il mondo dell’educazione a bocca aperta.

I ragazzi hanno iniziato a scambiarsi informazioni: “ehi guarda, ho appena scoperto che se muovi questo coso si muove una freccia sullo schemro, guarda” e così via, i ragazzi scoprivano cose e condividevano le informazioni tra di loro. Dopo 2 settimane avevano capito di poter scrivere, guardare video ma soprattutto hanno capito di potersi registrare. Hanno fatto video, registrato audio, canzoni e hanno anche capito come funzionava la email. Secondo Mitra non sapevano neanche l’inglese, lingua selezionata su quei computer.

Mitra l’ha chiamato: auto-apprendimento, per dimostare che, attraverso una condivisione autonoma e capillare di informazioni i ragazzi apprendevano meglio e più velocemente. Apprendevano “dal basso”, cioè senza che nessuo gli spiegasse il funzionamento del computer, o cose gli girasse dentro. Se ci pensi bene è quello che facciamo noi nella vita di tutti i giorni (e che hanno fatto i nostri antenati) non dovevano conoscere la profondità delle radici di un albero per capire che era ancorato al terreno.

Quando vedo una persona che inizia ad innamorarsi della psicologia e mi parla di neuroscienze, magari con termini complessi mutuati dall’influencer di turno, penso sempre a questi esempi. E’ come se per capire il computer, avesse deciso di imparare a memoria i nomi dei componenti fisici al suo interno, come puoi immaginare non solo non serve ma rallenta di parecchio l’apprendimento. Non solo, affezionarsi ai temi neuroscientifici può condurci ad una fallacia ulteriore.

La fallacia della conoscenza

Il fatto di sapere che c’è sotto al cofano un elemento che fa una certa cosa ci da un senso di sicurezza e di concretezza importante. Ma la verità è che, la storia della medicina e della fisiologia è zeppa di errori interpretativi, per anni abbiamo pensato che fosse il cuore il cervello e poi di colpo abbiamo capito che non era così. Attenzione, non sto dicendo che lo stato dell’arte delle neuroscienze sia fallacie, ma che molte delle cose che ci affascinano, soprattutto dal punto di vista della fisiologia non è detto che funzionino esattamente in quel modo.

Se per caso hai mai letto Robert Saplowsky sai che si è divertito a raccontarci che ormoni e neurotrasmettitori che tutti siamo convinti di conoscere, come l’ossitocina, non facciano in realtà ciò che pensiamo o ciò che le riviste semplificano eccessivamente. L’ossitocina viene spesso raccontato come l’ormone dell’amore e del’affiliazione, ma dipende, ci sono situazioni in cui diventa un ormone dell’allerta ecc. Al contrario, il meccanismo di attaccamento, affiliazione, amore e legame, non cambia…

Per questo puoi leggere una tragedia greca di 3000 anni fa ed emozionarti come se stessi guardando una serie Tv moderna, perché quei dolori, quegli amori, quelle azioni eroiche, ispirano ancora oggi. Lascia che lo ripeta ancora una volta, non è un modo per denigrare chi si occupa di studiare i meccanismi sottili e microscopici del mondo ma è un modello mentale, se inizi da lì rischi di annoiarti prima di conoscere i passaggi necessari a lavorare sulle persone. Non solo, rischi di confondere i livelli e credere che sapere la differenza tra ossitocina e cortisolo ti farà gestire meglio lo stress!

Spesso è necessario fondere e con-fondere i livelli: sto studiando un’opera d’arte e mi concentro sullo stile, sulla biografia dell’artista, sul periodo storico, sui materiali che ha utilizzato, sulla psicologia della rappresentazione, sulla sociologia del luogo in cui è stata composta, sul clima geopolitico del periodo ecc. Tutto ciò funziona solo se sono consapevole dei diversi livelli, se quando ci ragiono sopra mi rendo conto di non confonderli. Di certo è tutto collegato ma stiamo attenti a non legare insieme troppi fili perché poi alla fine non sapremo più come sbrogliare i nodi.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.