Nella famosa metropolitana londinese (Tube) si trova spesso la scritta “Mind the Gap”, che significa “stai attento allo spazio”, che passa tra la banchina e le rotaie. Ha la stessa funziona delle strisce gialle poste lungo i binari nelle nostre stazioni.

Un gruppo di ricercatori di Yale ha usato questa frase per dare il nome ad un effetto psicologico molto interessante, battezzato per l’appunto “Mind Gap”, e secondo me hanno fatto bene, perché tenere a mente questa tendenza psicologica può essere molto utile.

Il contrario dell’effetto riflettore

In realtà il “Mind gap” non è semplicemente il contrario dell’effetto riflettore. I ricercatori si sono concentrati su qualcosa del genere, nel senso che hanno raccolto l’ipotesi di alcuni loro precedessori, i quali avevano notato un effetto “invisibilità”.

Mentre l’effetto riflettore è la sensazione di essere osservati da tutti, situazione abbastanza che avviene in condizioni molto particolari, l’effetto “invisibilità” non è esattamente il suo opposto, cioè non è il credere che nessuno ci guardi ma è il credere che nessuno “ci badi”.

Forse sarebbe meglio dire che il vero “mind gap” rientra in entrambi questi effetti: infatti anche sentirci sotto ai riflettori implica la confusione tra il nostro punto di vista e quello degli altri. Cioè dato che mi sto “osservando molto” penso che lo facciano anche le persone intorno a me.

C’è uno scarto tra quello che penso io e quello che pensano gli altri, ecco il gap. Per comodità però continuiamo a distinguerli, questa divagazione mi serviva per mostrarti l’aspetto squisitamente percettivo-relazionale di questi due effetti.

Inoltre il “mind gap” non ha a che fare solo con le contingenze, cioè non avviene solo quando siamo in presenza degli altri ma avviene soprattutto quando gli altri non ci sono. E’ in questo aspetto che i due effetti si differenziano parecchio e a tratti si sovrappongono.

Un errore di prospettiva

Come abbiamo già visto in passato tutti noi abbiamo una sorta di errore di prospettiva da tenere sempre a mente, qualcosa di talmente banale ed evidente da essere dimenticato. Mi riferisco al fatto che ognuno di noi vive le proprie esperienze in prima persona, da un punto di vista “personale” ed “egocentrico”.

Cosa significa? Vediamo le cose a partire dalle nostre conoscenze, se ad esempio pensassimo che sia una cosa stupida passeggiare sotto agli alberi, magari perché abbiamo avuto una brutta esperienza nel passato (una pigna ci è caduta in testa ferendoci gravemente) penseremmo che chiunque ci passeggi sotto sia uno stupido.

O meglio: saremo portati a pensare che le cose stiano così, non sempre e non per sempre, perché basta poco per capire che si tratta di un nostro timore ma non sempre è facile decentrarci da noi stessi e capire che ciò che percepiamo è dato dai nostri “stessi occhiali personali”.

Questa capacità di uscire dai propri panni per entrare in quello degli altri, per assumere nuove posizioni e nuove prospettive, richiede un certo sforzo mentale che non sempre siamo disposti a mettere in atto. In altre parole, tutti possiamo essere vittime di questo errore di prospettiva.

Quando accade nei confronti di un’altra persona diciamo che c’è stato un errore di mentalizzazione, cioè la persona non è riuscita a pensare davvero come se fosse l’altra persona e si è affidata solo al proprio punto di vista, come se l’altro non possedesse una mente, cioè un proprio punto di vista soggettivo.

Mind gap

E’ proprio questo lo “spazio” (gap) a cui dobbiamo prestare attenzione (mind, che in questo caso significa sia mente che “tenere a mente”, fare attenzione), perché è molto facile come già dimostrato confondere le prospettive di pensiero tra le persone.

Per riuscire a decentrarci e notare questo “gap” la cosa più importante è riuscire ad essere presenti alla interazione, riuscire a guardare costantemente cosa sta accadendo davvero davanti a noi. Ma come abbiamo visto è molto più facile risparmiare energia affidandoci ai nostri schemi mentali conosciuti.

Se per caso ti fischiano le orecchie è perché siamo ancora una volta davanti alla nostra incapacità di uscire dalle nostre mappe mentali, tema che abbiamo trattato in lungo e in largo non solo qui su PsiNel ma in modo approfondito nel mio libro “Facci Caso”.

Traducendo male “mind gap” potremmo anche dire “Facci caso al gap”! Da questo punto di vista sono 2 gli ostacoli più grandi: la propensione a risparmiare energia affidandoci alle nostre mappe solite, e la tendenza ad usare questi automatismi quando siamo in una qualsiasi difficoltà.

Nei momenti di pericolo percepito tutti tendiamo ad affidarci maggiormente a schemi conosciuti. Questo capita sia per situazioni reali che immaginate, può capitare anche se siamo molto emozionati, sia nel bene (emozioni positive) e sia nel male (emozioni negative).

Emozioni e mind gap

Come abbiamo visto in questo episodio tutte le nostre emozioni sono funzionali fino a quando restano all’interno di una finestra di tolleranza. Questo vale per tutte le emozioni, anche quelle positive: se sei troppo eccitato all’idea di uscire con una persona, questo ti impedirà di decentrarti efficacemente.

Le emozioni positive hanno la tendenza a mostrarci il mondo in modo semplificato, tutto sembra facile e anche le nostre mentalizzazioni risultano goffamente semplicistiche. Come ti ho raccontato anche nel mio libro, questo può portare ad effetto assurdi.

La storia che racconto più spesso è quella di un mio caro amico che, mentre era in Australia con altri amici, uscito da un bar dopo aver visto la propria squadra del cuore trionfare, si aggirava per la città tutto felice e un po’ sbronzo.

Di colpo si trova davanti due ragazzi che stanno litigando, preso dal suo buon umore ci si è messo in mezzo: “ehi ragazzi, oggi è una bella giornata, non bisogna litigare, ha vinto la Sampdoria”. Invece di rispondere pacificamente i due si sono coalizzati e lo hanno riempito di botte.

La felicità e forse anche l’alcol gli hanno impedito di capire la gravità della situazione, di analizzare con maggiore dovizia di dettagli cosa stesse passando per la testa di quei due ragazzi. Ha usato i suoi “occhiali rosa” per presupporre che anche loro avessero una “visione rosa” ma così non era purtroppo.

Leggere la mente altrui

Leggere la mente altrui, per quanti corsi di comunicazione non verbale tu abbia fatto, per quanti anni ti sia dedicato a questa pratica, non è mai davvero facile! Ognuno di noi se riesce a tenere a mente questi meccanismi può migliorare in tale lettura.

Ma bisogna stare attenti e pensare che ogni idea su ciò che hanno in mente gli altri è sempre una nostra ipotesi che andrebbe verificata. Non c’è cosa peggiore che presupporre come si comporterà la gente semplicemente dalle nostre idee o da ciò che ci hanno detto all’inizio.

Quante volte capita che nelle coppie uno dei due pensi per entrambi, si illuda magari con la complicità dell’altro che si possa portare avanti una storia meravigliosa, ma in realtà il partner sta già pensando ad altro? A come scaricare o farsi scaricare?

Purtroppo le intenzioni reali di chi ci sta accanto non sono mai davvero trasparenti, perché ognuno ha la propria prospettiva e per quanto possiamo diventare abili ad intuirla non la vedremo mai completamente. Per quanto mi riguarda questo effetto è solo una delle molte conseguenze di questa nostra naturale incapacità.

Approfondirò questo tema nel nostro Qde, nel quale troverai anche tutte le risorse di questo episodio.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.