E se bastasse coprirsi per sentirsi meno esclusi? Questa è stata la domanda che ti ho posto qualche giorno fa in un piccolo video che trovi ancora sul mio canale di Instagram.

Tali studi che hanno ispirato questa puntata sono datati, sono degli anni 80′ ed infatti non è la prima volta che li citiamo, una cosa che forse non ho sottolineato abbastanza è che TUTTI possiamo sentirci esclusi.

Tutti possiamo sentirci esclusi!

La dinamica in-group e out-group di cui ci siamo occupati moltissime volte è una dei paradigmi più noti nell’ambito della psicologia sociale. In pratica si tratta della classica distinzione “noi contro loro” e viene facile pensare che sia determinata dalla cultura di appartenenza.

In pratica è possibile che in alcune culture ci sia meno tendenza a dividersi in tal modo, ma alcuni studi ci dicono che questa tendenza è già presente in bambini molto piccoli. Il che potrebbe indicare che si tratti di qualcosa di molto più profondo e biologico.

Perché questo dato dovrebbe interessarti? Perché indica che tutti siamo predisposti per dividere velocemente il mondo in “noi contro di loro” perché sino a qualche millennio fa (anche qualche secolo fa) ha garantito una maggiore probabilità di sopravivvenza.

Lo so che può sembrare strano ma noi siamo davvero ancora molto simili ai nostri antenati, anzi potremmo dire che il nostro patrimonio genetico non è variato affatto rispetto al primo “homo sapiens”. Certo siamo più alti, forse più intelligenti (effetto Flynn) ma non così tanto come ci piace pensare.

Dentro ognuno di noi c’è ancora un piccolo ominide che lotta per la propria sopravvivenza, il che è evidente ogni volta che le norme sociali crollano, nel bene e nel male. Nel bene quando giochiamo a fare “le squadre” nel male quando questo porta ad esempio le tifoserie ad uccidersi vicendevolmente.

Esclusione, dolore fisico e attaccamento

Uno dei primi dati emersi da questi studi è che essere esclusi provoca un dolore fisico vero e proprio! E questo è del tutto comprensibile se pensiamo al valore predittivo che un tempo aveva tale sensazione. Il corpo ha dovuto ingengnarsi per trovare una risposta fisica chiara e intensa per farci comprendere la sua importanza.

Perché è così importante ribadire queste cose? Perché uno degli errori più grandi che si possano fare è immaginare che queste sensazioni che stiamo descrivendo siano esclusive di chi “ha dei problemi”. Di chi per qualche motivo non ha avuto una buona infanzia e di conseguenza si sente “spesso escluso”.

Di certo esiste anche questa ipotesi, ed in effetti le psicoterapie che si concentrano sugli stili di attaccamento fanno spesso riferimento a una cosa chiamata “modulo operativo interno”. Cioè del fatto che alcune modalità di percepire la realtà circostante derivino proprio da quel primo periodo di accudimento.

E che, senza volerlo, ognuno di noi porterebbe con se le cicatrici di quel periodo. Cicatrici che si “infiammerebbero” proprio nel momento in cui si entra in contatto con eventi simili. Della serie “il passato non è mai davvero passato”, questa osservazione è vera ma allo stesso tempo è vero anche che possiamo sempre recuperare.

La psicoterapia ha dimostrato in molti modi la possibilità di poter recuperare pezzi del proprio passato, e come abbiamo visto nell’episodio dedicato a “Scrivi la Tua Storia” ogni volta che rimetti mano al tuo passato lo cambi. E tali cambiamenti hanno il potere di modificare profondamente i tuoi atteggiamenti attuali.

Il ruolo chiave della consapevolezza

Il modo più efficace per iniziare a lavorare con questi aspetti di noi stessi è accorgerci quando emergono. Renderci conto di quando possiamo sentirci esclusi o abbandonati. E come abbiamo visto nel nostro episodio dedicato alla “consapevolezza retrograda” tale sensazione non è facile da cogliere sul momento.

Senza consapevolezza e capacità di riconoscimento di questi stati le persone sono destinate ad agire in base a quelle cicatrici ma senza rendersene conto. Quindi ecco un piccolo passaggio rilevante: accorgerti dei tuoi limiti non è un limite in se e per se.

Questa frase potrà apparirti come una sorta di “aforisma zen senza senso” ma in realtà serve per smontare anni e anni di crescita personale deviata. Per troppo tempo siamo andati in giro a raccontare (me compreso durante i miei primi anni di attività) che se ci credi davvero non hai bisogno di nient’altro.

Da questa forma mentis nasce un modo di vedere il lavoro personale come una sorta di: raccontati le storie migliori che hai perché tanto non conta la realtà delle cose ma come tu le vedi. In parte questa cosa è vera ma se portata allo stremo crea dei grossi danni soprattutto legati alla inconsapevolezza.

Se ad esempio ti senti escluso da un gruppo di persone, invece di diventare consapevole di quella sensazione potresti iper compensare dicendo a te stesso: “sono solo degli sfigati che non ti meritano”. Un modo colorito per dire a te stesso di fregartene, di non pensare a quelle persone, perché sono loro ad essere sbagliate.

La responsabilità

Questo genere di compensazione ci porta a puntare il dito all’esterno e a delegare la responsabilità a chi ci sta escludendo. Ora, è possibile che siano gli altri ad escluderci? Ovviamente si, ma pensarlo sempre è una trappola consolatoria che ci fa più male che bene.

Come abbiamo visto numerosissime volte senza la presa di responsabilità non siamo in grado di gestire noi stessi, perché deleghiamo tutto il nostro potere personale all’esterno insieme alla colpa. E’ come se, una volta data la colpa ad un agente al di fuori di noi, con essa dessimo anche il nostro potere personale.

Questo è un concetto semplice ma difficile da digerire. Chiunque abbia vissuto vessazioni o traumi relazionali non vorrà pensare di essere parte della situazione, ma preferirà immaginare di essere una vittima, ed in alcuni casi le cose possono essere davvero andate in questo modo.

Tuttavia per riuscire a gestire al meglio noi stessi ed i nostri contenuti interiori serve agency e locus of control interno. Cioè dobbiamo sentirci causa delle situazioni, il che non significa che se quel tipo non ti ha scelto per giocare nella sua squadra sia davvero colpa tua.

La responsabilità individuale è una forma mentis non è una cosa vera! Noi siamo talmente interconnessi, la realtà degli eventi a cui co-compartecipiamo è talmente intricata che sarebbe davvero ingenuo pensare che tutto dipenda da te e dalla tua volontà. Ma crederlo con flessibilità, come aveva intuito William James, può aiutare tantissimo!

Il calore

Tutte le forme di vita sanno sin dal loro stato più primitivo cosa gli produce benessere e cosa produce malessere (tra l’altro questo sarà il tema di una delle prossime puntate). Anche un organismo unicellulare sa che deve andare verso le fonti nutritive ed evitare quelle tossiche.

Allo stesso modo quando noi sentiamo freddo sappiamo isintivamente che ci farebbe bene avvicinarci a qualcosa di caldo (e viceversa se fa troppo caldo). Ora dirò un’altra cosa che forse non ti piacerà molto: noi siamo algoritmi biologici e per il nostro corpo non fa differenza se ciò che provi è reale o simulato.

Il che significa che se ad accarezzarti è una bambola di gomma fatta molto bene (non quelle che stai immaginando) la produzione di ossitocina nel tuo corpo (l’ormone del legame relazionale) è molto simile a quella prodotta dalla carezza di una persona in carne ed ossa.

Lo so che è tanto bello pensare che noi esseri umani siamo diversi da tutte le altre specie, ma se anche gli animali si fanno ingannare da questi trucchetti, che a volte usiamo come allevatori per mimare certi eventi biologici, allora non vedo perché anche l’uomo (animale come gli altri) non debba rientrare in questa categoria.

Diversi anni fa quando abbiamo inventato la “light therapy” una terapia che si fonda sulla esposizione alla luce artificiale creata da lampade che mimano l’esposizione al sole, le critiche erano simili. Certo una lampada non potrà mai sostituire il sole ma in alcuni casi ci arriva molto vicina. E questo ci conduce ad un altro nostro “credo”…

L’uomo è un animale tecnologico

Se stai pensando che fare ricorso al calore per recuperare un “pezzetto di quell’affetto perduto” sia assurdo o addirittura disumano è perché pensi ancora che vi sia una distinzione tra i nostri artefatti e la natura. A questo proposito vorrei citare un fisico italiano molto noto: Carlo Rovelli.

Rovelli nel suo ultimo saggio: “Helgoland” ci racconta che in fin dei conti tutta la materia appartiene all’universo naturale che ci circonda. Di conseguenza, qualsiasi cosa emerga dentro questo universo è parte di questo sistema, cioè è parte della natura.

Poi ovviamente possiamo metterci a discutere di cosa significhi “naturale” ma una cosa è certa: noi esseri umani senza artefatti ci saremmo estinti dopo qualche anno. Sì, anche i nostri antenati più reconditi sono riusciti a farsi spazio nelle proprie nicchie ecologiche grazie agli artefatti, oggi diremmo “grazie alla tecnologia”.

Questo significa che tutta la tecnologia è “buona”? Assolutamente no, dipende dal contesto e dipende dagli eventi. Anche un uragano non è buono, eppure è naturale. Anche l’apparizione casuale di una specie predatoria in un nuovo ambiente è un evento naturale, ma non è “buona” per quell’ecosistema in quel momento.

Così anche i nostri artefatti non sono buoni o cattivi. Come ripeto spesso: usiamo ancora oggi il fuoco eppure di tanto in tanto ci sfugge e facciamo dei danni. E in questo sfuggire ci metto anche i piromani, che sono pur sempre umani, anche se usano il fuoco con altri scopi rispetto alla maggioranza della popolazione.

Il vero scopo di questa puntata

Il vero scopo di questa puntata non è il semplicissimo: se ti senti escluso copriti. Il che sarebbe molto bello ed accarezza il nostro cervello pigro, ma è mostrarti la complessità che può sottostare ad una affermazione del genere. Che può sembrare una faciloneria ma in realtà ha diversi livelli di lettura e di complessità.

Questo ci riporta alla puntata dedicata alle “conversazioni difficili” nella quale cerco di sottolineare l’estrema importanza attuale del riuscire a cogliere la complessità delle cose. Perché la maggior parte dei nostri conflitti deriva proprio da tale confusione.

Cosa che tra l’altro rischia di attorcigliarsi su se stessa se non stiamo attenti. Il fatto che le cose siano sempre più complesse di come le vediamo non dovrebbe farci abbracciare teorie multicolore che sembrino prendere in esame migliaia di ipotesi, ma semplicemente darci maggiore flessibilità mentale.

Un tema più che importante in questo mondo tecnologico, che come abbiamo visto ha la tendenza a polarizzare l’opinione pubblica ed individuale. Non credo che sia il mezzo ancora una volta ma credo che questo faccia da super acceleratore a dinamiche che altrimenti avverebbero in tempi molto lunghi e con effetti maggioremente diluiti.

Sono solo ipotesi ma è un buon modo per mantenere il nostro cervello flessibile, continueremo questa interessante chiacchierata nel nostro Qde

A presto
Genna