Qualche settimana fa, poco prima delle vacanze di Natale del 2025, ho iniziato a leggere varie frasi nei social, una mi ha colpito in modo particolare: “Ricorda che, nessuno sa davvero quello che fa”. Ho subito pensato, “ehi bello, forse tu non sai quello che fai” ma poi, ragionandoci sopra, ho iniziato ad apprezzarne il senso profondo. Sì, ad un certo livello nessuno sa davvero ciò che sta facendo per davvero e i motivi sono sia utili che sorprendenti… Buon ascolto:

Il Principio di Peter

Inizialmente, appena letta la frase del titolo, ho iniziato a pensare che si trattasse del famoso Principio di Peter. Nel famoso libro The Peter Principle: Why Things Always Go Wrong (1969), Laurence J. Peter e Raymond Hull cercando di dimostrare questo strano paradosso: In una gerarchia, ogni dipendente tende a essere promosso fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza. Ad esempio, sei un ottimo panettiere, il tuo titolare lo nota e ti mette alla guida di altri panettieri, fino a qui tutto bene. Ma poi scopri che per gestire le persone servono altre abilità che sono diverse da quelle di fare bene il pane.

Oppure sei bravo anche a gestire altri panettieri, perché ami davvero quello che fai e sei anche capace di avere a che fare con le persone. Sei così bravo che il tuo capo ti chiede di diventare socio della catena di panetterie, tu accetti e di colpo, la maggior parte delle tue competenze verticali sul pane non servono più a molto. Dovrai invece avere competenze relative al management e alla leadership e altre cose che prima non dovevi fare. Quando le organizzazioni tendono a promuovere le persone solo per la loro competenza passata, senza immaginare e progettare le competenze future, si rischia sempre di arrivare a quel punto di incompetenza.

Possiamo riassumerla con la famosa frase: nessuno è capace di fare qualcosa fino a quando non inizia a farla. Spero che tu abbia ascoltato l’episodio perché in realtà, per me, non è neanche questo il senso di quella frase. Il punto è che se ci mettiamo ad osservare con maggiore attenzione scopriamo di sapere molto meno di quanto immaginiamo. Non è solo il classio Dunning-Kruger che ci frega ma una illusione ancora più generale, una illusine che ci consente di sopravvivere dalla notte dei tempi. Quella di comprendere le cose quando in realtà non le comprendiamo.

Quella di riuscire a fare qualcosa con le poche conoscenze che abbiamo su quella cosa, questo per me è una sorta di miracolo! Una piccola magia generata dal fatto che abbiamo un cervello in grado di creare delle conoscenze raffazzonate ed utilizzarle per guidare il nostro comportamento. Sì, hai capito bene, proprio il fatto di avere delle semi-conoscenze, delle quasi-conoscenze, ci aiuta a muoverci agilmente su terreni che non conosciamo (e anche su quelli che pensiamo di conoscere). Quando lo racconto alle persone alcune di queste si offendono: “tu non conosci le cose, io le conosco”.

La gente vede questa affermazione come una sorta di attacco alla propria cultura e competenza personale. Ma non è così, anzi è davvero come affermava Socrate, più sai e più ti rendi conto dei limiti della tua conoscenza. Non è un segreto che i peggiori pazienti dei medici siano i medici, la stessa cosa vale per gli psicologi, e sai perché? Perché conoscono i limiti della propria materia, questo non significa che non si rechino dal medico quando stanno male o dallo specialista della mente, ma significa che hanno più ritrosie della media.

Una magia targata psinel

Come molti di voi sanno questo progetto di divulgazione è molto antico, quest’anno è il diciannovesimo anno di questo blog. Certo, ha cambiato pelle diverse volte, abbiamo messo in archivio i primi post (ma ci sono e posso provarlo ma anche tu puoi farlo usando una “macchina del tempo del web”) ma parliamo di psicologia e crescita personale da un sacco di tempo. Questo non solo per tirarmela ma anche per dirti che ho assistito a diversi cambi di questo mercato. Perché questo non è solo un ambito di conoscenza è anche un mercato, in modo particolare la crescita personale.

Sono stato tra i primi a fare dissing apertamente quando non era di moda, nel prendermela con i miei pseudo-colleghi (a volte in modo fin troppo forte) sulla profonda ignoranza che girava nel web anni fa, fenomeno che purtroppo è quasi peggiorato. Tutto questo per dirti una cosa semplice, negli anni tanti appassionati di questa materia, che magari già facevano i formatori, i coach i trainer, ecc. Ad un certo punto, seguendomi hanno detto: “ma sai che ti dico, mi laureo in psicologia” ed hanno iniziato a studiare sempre più a fondo.

Oltre ad essere super orgoglioso quando incontro un collega che mi racconta di essere stato ispirato dal mio lavoro, la cosa che quasi sempre aggiungono è questa: “prima di mettermi a studiare con serietà ero convinto di sapere tutto. Poi, mi sono accorto della mia profonda ignoranza”. Questa è una profonda verità, la gente non sa di non sapere fino a quando non inizia ad approfondire, lo so è banale ma noi non lo sappiamo. Un esperimento interessante di qualche anno fa è riuscito a fare molta luce su questa sorta di illusione della conoscenza (ancora prima del famoso effetto Dunning-Kruger).

In pratica si chiedeva a delle persone di affermare quanto conoscevano i meccanismi di una semplice bicicletta. Poi, chiedevano a queste persone di disegnarla, con tutti i meccanismi al posto giusto: pedali, telaio, freni, catena, ecc. Solo una piccolissima parte delle persone che avevano dichiarato di conoscere bene la faccenda è riuscita a disegnarla correttamente. No, non era una questione di abilità di rappresentazione grafica, perché quando gli sperimentatori chiedevano loro cosa mancasse non riuscivano neanche a dirlo. Cioè potevano dire: “so che lì c’è la distribuzione della catena ma non riesco a disegnarla”.

La verità è che per poter guidare una bici, per saper rimettere la catena apposta, non devi conoscere fino in fondo tutta la meccanica del mezzo. Certo, devi averne una pur vaga idea, soprattutto per rimettere la catena, ma per il resto puoi serenamente guidare la bici senza conoscerla, così come guidi la tua auto, così come leggi queste parole senza sapere come l’interfaccia le trasformi da linguaggio binario a lettere. Viviamo immersi in interfacce che non ci mostrano cosa accade al loro interno, le famose scatole nere.

Le scatole nere

Il punto è che, queste scatole, esistono da sempre. Non sono il frutto del nostro avanzamento tecnologico (anche se c’entra in un qualche modo) ma di come è costruita la nostra percezione. Tutti sappiamo di essere immersi in un mondo di cui vediamo solo una parte, ognuno di noi ha studiato che l’occhio umano vede solo alcune frequenze, l’orecchio ne sente solo una gamma, il corpo percepisce solo alcuni stimoli e non altri. Ad esempio, tu ti rendi conto che la terra sta girando a 1670 km/h, oppure di essere immerso in onde radio e w-fi ecc.?

E’ facile fare degli esempi con la modernità ma non sottovalutate la natura. Per millenni abbiamo visto temporali, fulmini e lampi, terremoti, carestie e pandemie come effetti di divinità adirate. Era l’unico modo per dare una spiegazione a qualcosa che sembrava al di là della nostra comprensione comune. Abbiamo da sempre a che fare con conoscenze raffazzonate che però ci aiutano a muoverci adeguatamente per il mondo. In particolare è stato lo sviluppo di metodi (perché ne esiste solo uno) scientifici per studiare cosa ci circonda.

La questione della conoscenza, di quanto ne sappiamo, della gnoseologia, della epistemologia ecc. Sono tutte cose che discutiamo da millenni, da quando abbiamo iniziato davvero a fare filosofia (la madre di tutte le scienze). Oggi però, siamo tutti edotti a questo, eppure sembra che tendiamo a dimenticarcene con molta velocità. Perché uno dei problemi della conoscenza non è la totale ignoranza ma quando ne sappiamo giusto qualcosa. Come diceva il maestro Myaghi: “o impari il karate o non impari il karate” 😉

Il problema diventa ancora più insidioso quando ci rendiamo conto che, tendiamo a farci un’idea praticamente su tutto anche se non l’abbiamo mai studiata. Ecco un esempio molto chiaro: immagina di finire indietro nel tempo per magia, ti ritrovi nel 1492 (come in “Non ci resta che piangere”) e che si riesca a convincere alcune persone di questo fatto. A quel punto ci chiederanno cosa c’è nel futuro e se sia possibile anticiparlo in un qualche modo. Pensaci: quante cose potresti anticipare? Una valanga… ma quante cose sapresti effettivamente ricostruire? Saresti in grado di fare anche solo una radio rudimentale? Io no.

Puoi raccontare di aerei, viaggi spaziali, smartphone e internet, ma non sapresti costruire nessuno di questi oggetti. E anche se fossi un ingegnere aereo spaziale difficilmente riusciresti a trovare i materiali e la manodopera per poter costruire un velivolo. Eppure lo sai, magari sai anche fare le formule matematiche corrette per la portanza dell’aria. Magari sai anche la formula chimica del carburante corretto da utilizzare. Ma è poco probabile che tu possa in tempi ragionevoli, dimostrare davvero cosa stai raccontando. (Certo poi se sai bene la storia, potresti stupire tutti come se fossi una sorta di indovino).

Fiducia

La nostra società e le nostre conoscenze si fondano su una sorta di fiducia condivisa. Secondo la quale se vado da un medico egli saprà fare una giusta diagnosi e darmi i consigli più appropriati. Questa affermazione non è falsa, è vera solo che quei consigli sono quelli appropriati alla conoscenza attuale, non alla conoscenza assoluta di come funziona il nostro organismo. Lo so, sembra banale e perdonami se continuo a ripeterlo, ma è proprio il fatto di avere sotto il naso tale evidenza che la rende paradossalmente invisibile alla maggior parte della gente… anche a me.

Cioè durante la mia quotidianità mi fido delle competenze delle persone a cui mi rivolgo. Eppure, in fondo, so che ognuno ha un grande margine (forse enorme) di ignoranza. Come al solito, se una persona studia seriamente e si prepara, allora si rende conto di questa differenza, altrimenti no! Il problema è che bisogna continuare a studiare e aggiornarsi per continuare a rendercene conto. Perché è facilissimo dimenticarsene, il nostro cervello odio le ambiguità, cerca costantemente di metterle apposto e spreca un sacco di energie nel farlo, per questo ci rende immemori di tali meccanismi.

Probabilmente queste saranno tra le sfide più importanti da affrontare con l’intelligenza artificiale: la quale è in grado di darci l’impressione di poter rispondere a qualsiasi cosa. Ogni volta che ho un piccolo dubbio, ecco lo risolvo subito, una volta lo facevamo con la bibbia, poi siamo passati alle enciclopedie, poi il web e oggi l’IA. Invece dobbiamo allenarci al dubbio, dobbiamo allenarci alla confutazione delle ipotesi (e non solo alla verifica, il che ci viene naturale). Insomma dobbiamo continuare ad usare il nostro cervello!

Magari lo faremo in modo diverso, magari diventeremo ancora più bravi grazie a questi strumenti. Se mi segui lo sai, noi siamo animali tecnologici e non esistiamo senza orpelli. Tuttavia dobbiamo anche fare i conti con come progettiamo questi oggetti, questi artefatti, purtroppo non sarebbe la prima volta che per ottimizzare l’efficienza creiamo dei mostri. L’esempio emblematico è la bomba atomica, efficientissima nel fare il proprio dovere distruttivo ma talmente efficiente da rischiare l’auto distruzione della intera umanità.

No tranquilli, non credo che arriverà Terminetor, ma se queste conoscenze non verranno insegnate ai giovani allora temo che non ci sarà bisogno di un robot cattivo per distruggere la razza umana. Ecco finiamo con un bel po’ di ottimismo 🙂

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.