Alcune ricerche indicano che in USA, UK e Canada c’è un aumento di perfezionismo, cioè le persone tendono a voler cercare di essere sempre performanti e sempre migliori. Qualcuno potrebbe pensare che non ci sia alcun male in questo, dopotutto lavorare bene è fondamentale. Tuttavia c’è un altro dato che pochi conoscono: il perfezionismo non migliora la qualità del nostro lavoro, anzi dopo un certo punto rovina sia le nostre prestazioni che la nostra salute mentale… Oggi parliamo di questo, buon ascolto:

Il perfezionismo

Non è la prima volta che ci occupiamo di questo tema, abbiamo già visto numerose strategie per far fronte alla tendenza a voler fare tutto perfettamente. Tuttavia è la prima volta che esaminiamo questa tematica in modo più generale, non solo come un problema individuale specifico o come una specie di porta verso il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Come ho già detto in puntata, il perfezionismo non è la condizione assoluta da cui si parte per il DOC è di certo qualcosa che può facilitare la sua comparsa ma è bene fare questa distinzione.

Onestamente a me non piace neanche il termine medico “subclinico” per indicare comportamenti che possono segnalare una problematica non ancora espressa. Altrimenti ogni volta che provi tristezza significa che stai provando subclicamente la depressione? Perdona questi ragionamenti a voce alta ma è necessario che tu sappia da dove parte il mio modo di vedere il perfezionismo. Il quale, lasciamelo ripetere, può essere un facilitatore di altre problematiche, può essere il segnale di ansie, paure e preoccupazioni eccessive ma può anche essere una tendenza fondata socio-culturalmente. (ok ora mi fermo con la diatriba natura-cultura)

Tutti possiamo diventare perfezionisti nelle giuste condizioni, poco prima di consegnare un lavoro tendiamo a diventarlo un po’ tutti. Quando il risultato di una nostra prestazione ci sta particolarmente a cuore possiamo diventarlo e possiamo anche infilarci in quel tunnel per motivi sia contingenti che di coerenza. Nella puntata dedicata al mio percorso di studi ti ho raccontato di come mi sia quasi capitato di prendere 110 e lode. Non mi aspettavo di andare così bene all’Università, certo amavo (ed amo) la materia ma non credevo di prendere tutti quei voti così alti.

Sembra assurdo vero? Ma è un po’ come se domani tu decidessi di iniziare ad allenarti per una maratona senza aver mai corso davvero bene. Ti informi e parti con i classici allenamenti, ben presto non solo vedi di riuscire a seguire le tabelle di marcia che trovi online di altri maratoneti, ma di essere molto bravo. Così ogni volta che metti le scarpe e ti prepari ti aspetti di performare almeno come le volte precedenti, se non ci riesci inizi a preoccuparti, “perché ieri ho corso tranquillamente 10 chilometri e oggi non riesco neanche a farne 5?”. Non è solo competizione con se stessi ma è anche aspettativa fondata sull’esperienza passata.

Psicologicamente possiamo parlare di effetto ancoraggio, se per 5 esami hai preso 30, non ti aspetti un 18 al sesto ma qualcosa di molto vicino al 30. Tuttavia può capitare che le cose non filino lisce come immaginiamo, anzi spesso può capitare proprio a chi è molto bravo di avere piccoli momenti di stallo. Alcune ricerche, citate nel libro di Adam Grant “Potenziale nascosto” (da cui ho tratto tutto l’episodio di oggi), ci dicono che spesso durante gli stalli (cioè quando si smette di migliorare) si retrocede di qualche passo. Un po’ come prendere la rincorsa prima di fare un salto più lungo.

Il meccanismo centrale

Come visto abbiamo già parlato di questo tema e ti ho anche dato alcune strategie pratiche per affrontarlo (clicca sul primo link in alto), tuttavia mi ha davvero colpito ciò che emerge dalle ricerche citate, un meccanismo centrale: più siamo duri con noi stessi e più diventa probabile avere una visione ristretta e il cercare di evitare le situazioni difficili. Come spero tu abbia ascoltato nell’episodio si tratta di tre errori che le persone perfezioniste tendono a mettere in atto ma come tali spesso ci dimentichiamo che tali atteggiamenti non sono solo “errori” ma sono informazioni.

Informazioni che tendono a mantenere il perfezionismo, quelle che nella teoria della terapia breve vengono spesso definite come tentate soluzioni. Mi concentro su una piccola cosa perché così posso controllarla (o avere la sensazione di controllarla), evito le cose difficili così da evitare l’eventuale dolore dello sbaglio. E divento eccessivamente rigido e cattivo con me stesso perché penso che questo mi aiuterà ad evitare quell’errore nel futuro. Un buon modo per iniziare a lavorarci non è cercare di fermarli, di fare il contrario (anche se in alcuni casi potrebbe essere utile) ma è invece iniziare dal filo rosso che li collega.

Diventare più gentili quando ci accorgiamo dei nostri errori, di soffrire per non aver portato a termine un certo compito. Di soffrire quando non possiamo avere un feedback diretto di ciò che ci succede o, quando inevitabilmente faremo ancora quella cosa che ci rallenta, ancora quel piccolo errore. Cosa succede quando ti tratti bene? Per prima cosa eviti di alzare difese, quindi inizi ad osservare meglio quando cerchi di scappare o di iper compensare, quando ti blocchi o quando senti il desiderio di completezza. Insomma abbassare le difese aumenta la consapevolezza.

Questo non significa che gli altri due errori vadano presi sottogamba, come abbiamo visto infatti il tendere ad evitare le sfide difficili è da un lato sia umano che diabolico. E’ umano perché tendendo al risparmio energetico tutti in base al contesto cerchiamo di svicolare le sfide, ed è diabolico perché per alcune persone (sempre in base al contesto) si attiva il mindset statico. Cioè la ferma convinzione che le proprie abilità siano già definite, che non si possa migliorare ma solo dimostrare di non essere in grado. Se penso che la mia competenza valga 8 in un certo ambito e sono convinto che tale valutazione sia fissa, allora starò attento a non cadere nel 7.

Lo so sembra un discorso strano, ascolta le nostre puntate sul mindset per avere un’idea più approfondita della questione x. Passiamo alla visione a tunnel, il fatto di incastrarci su dettagli spesso irrilevanti. Questo può accadere in diversi modi, il primo è più classico succede per controllare, evitare di fare errori come visto. Ma ne esistono altri legati sempre al risparmio energetico e al mindset, in quella che a me piace chiamare “la teoria degli specchietti”, per la quale tendiamo a concentrarci su dettagli più facili invece che su quelli più complessi. Cosa che era stata magistralmente osservata da Herbert Simon negli anni 50, dando praticamente vita a tutti gli studi sulla economia comportamentale.

Essere perfetti

Cercare di migliorarsi non significa puntare alla perfezione, noi qui parliamo di realizzazione personale, un concetto più esteso del miglioramento o della crescita, perché non si tratta solo di cercare di diventare sempre più bravi o migliori. Si tratta di scoprire se stessi attraverso le proprie competenze, le quali fanno bene quando esercitate e messe alla prova, siamo animali che hanno bisogno di sfide. Tutto ciò però, nella nostra epoca, sembra condurci sempre più spesso dall’altra parte della staccionata, in una sorta di disequilibrio.

Tuttavia è importante dirlo: essere perfezionisti è una condizione che può condurre a problematiche più serie, come il doc, i disturbi del comportamento alimentare e l’ortoressia. Tuttavia queste problematiche non sono date dalla tendenza a voler migliorare se stessi, ma dal volerlo fare per complesse interazioni bio-psico-sociali. Non diventi anoressico perché tendi a pesarti tutti i giorni o a contare le calorie, quelli sono sicuramente comportamenti sintomatici, di certo indulgervi mantiene la problematica ma non sono la loro causa (o meglio le loro con-cause).

Il vero problema trasversale e transidagnostico (cioè che vale per tutte le diagnosi) è sempre uno solo: la rigidità. Cioè l’incapacità di essere flessibili, di notare che siamo intrappolati in abitudini e comportamenti problematici e disfunzionali. E’ normale darsi delle regole e cercare di seguirle, ma diventa una prigione se quelle regole ci impediscono di essere flessibili e aggiornare le nostre mappe quando è necessario. Per questo da anni qui invito chi mi segue ad essere gentile e consapevole, non si tratta di un consiglio romantico, si tratta di due operazioni vere e proprie, che aggiunte alla nostra vita possono migliorarla.

Diventare consapevoli non significa solo “saperlo” ma significa notare quando ci troviamo irrigiditi. Quando non riusciamo a staccarci da quella tentazione di fare ancora una volta quel gesto, quella abitudine, ecc. Il problema non è cercare di fare bene le cose ma quando, il non riuscirci come desideriamo (le nostre aspettative) diventa un questione di vita o di morte, di stima in se stessi o di auto svalutazione. Sono questi i sottili meccanismi che mantengono le nostre problematiche… certo per ognuno è diverso, certo ognuno si incastra, si abitua, diventa dipendente, a modo proprio.

Ma siamo anche tutti molto simili in questo, metterci vera consapevolezza, gentilezza, lavorare su noi stessi e/o farci aiutare, non è segno di debolezza, è segno di saggezza.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.