Tu mediti? Se la risposta è affermativa ti pongo una seconda domanda: meditare ti ha cambiato e si quanto? Per nulla, poco, molto o tantissimo? Se non pratichi la meditazione prova anche tu ad immaginare quanto possa cambiare le persone.

Oggi parliamo proprio di questo, delle due vie neuronali principali che coinvolgono la pratica della meditazione e come queste possano modificarsi attraverso la pratica.

Tra i consigli vedrai soprattutto cosa non fare… anche perché per imparare a meditare hai già tutto nei nostri 10 giorni che da oggi puoi scaricare sul tuo smartphone da qui se usi Apple… o dall’ App di meditazione per Android da qui.

Quanto ti ha cambiato la meditazione?

Allora hai dato la tua risposta alla domanda di poco fa? Se pratichi e hai detto “per nulla” probabilmente sei alle prime armi o forse hai fatto qualche tentativo e poi hai mollato, perché una cosa è certa la pratica ci cambia.

E come abbiamo visto in questa puntata non ci cambia solo “psicologicamente” cioè facendo spazio tra i nostri pensieri e consentendoci di pensare meglio, ma ci cambia nel profondo, funzionalmente e anatomicamente.

Non è una sorpresa, il nostro corpo è in continuo cambiamento comprese le fittissime reti neuronali che ci passano per la testa cambiano giorno dopo giorno in base alle esperienze che facciamo. La neuroplasticità è una delle scoperte più importanti dello scorso secolo.

Tuttavia tale capacità di apprendere e cambiare non sempre gioca a nostro favore, come sappiamo infatti la maggior parte delle cose che impariamo sono dettate dal contesto e dalle situazioni, a meno che non si decida in mondo consapevole cosa apprendere.

Sappiamo che in base a tali scelte, oggi è davvero possibile rimodellare il nostro cervello. Se nella tua vita hai fatto il panettiere o l’operaio avrai un cervello simile alle persone della tua professione.

I concetti

Come abbiamo visto nella puntata dedicata al “cervello sottosopra” più cresciamo ed apprendiamo e più la nostra testa si riempie di “concetti”, di mappe che ci aiutano a muoverci agilmente nel mondo.

Via via che le nostre competenze in un determinato ambito si ampliano, si espandono, si affinano, ecco che non riusciamo quasi più a vedere il momento presente perché ci affidiamo agli automatismi, che sono super comodi ma anche pericolosi.

Se a questo aggiungiamo il fatto che la nostra mente sembra essere sempre più brava ad astrarre, nel senso che le generazioni nuove sembrano sempre più brave di quelle precedenti nell’astrazione, è facile immaginare come ad un certo punto della nostra vita sia più comodo “restare nelle mappe”.

Hai esperienza di questo nel quotidiano e se mi segui sicuramente mi hai già sentito fin troppe volte ripetere questo concetto ma oggi riveste un ruolo particolare perché gli studi che mi hanno ispirato per la puntata di oggi partono proprio da tale assunto.

Durante le prime sessioni della meditazione di consapevolezza la prima cosa che accade è proprio il riuscire a notare che siamo “pieni di mappe”, pieni di “concetti” che tendono ad allontanarci dal momento presente.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”

Quest’anno abbiamo parlato molto dei vari studi emersi nel campo della meditazione, ciò che è emerso da tali studi conferma la forza di questa semplice (apparentemente) pratica di lavoro personale. Una metodica talmente “asciutta” da non sembrare così efficace.

Se ti faccio fare alcune visualizzazioni nel mio studio, magari ti faccio vedere la tua “immagine dell’Io potenziata” ecco che ti senti subito bene, non hai bisogno che ti convinca che una cosa del genere abbia un qualche effetto su di te.

Tuttavia è una sorta di “effetto pirotecnico” è una scatola che contiene poche cose, mentre la meditazione non ha un effetto così immediato e rilevabile ma a lungo andare può cambiarti nel profondo: la scatola è brutta ma il contenuto è eccezionale.

Attenzione non sto dicendo che visualizzare non porti alcun beneficio, anche perché esistono pratiche di meditazione che si fondano su tale tecnica. Tuttavia la ricerca è abbastanza certa nel mostrare che sotto sotto, la pratica più potente è quella che ti connette al presente.

E come sai se visualizzi non sei nel presente ma sei dentro quei concetti, dentro quelle mappe, e stai sfruttando proprio la via “inversa” che abbiamo più volte definito “top down”.

Bottom up

Spesso utilizzando questi termini ti dico che sono “metaforici” non è proprio così, perché esistono davvero strutture del cervello che agiscono dal basso verso l’altro e viceversa. E la ricerca prova che la nostra pratica agisce proprio su questi.

E’ in realtà “metaforico” quando ti dico che dai sensi vai verso il cervello e viceversa come se ci fosse una strada che può essere libera o occupata dalle rappresentazioni interiori, in realtà è molto più complesso di così.

Ci sono continui rimbalzi tra i tuoi sensi e le parti alte del cervello, tuttavia il funzionamento “bottom up e top down” è studiato da anni dai neuroscienziati e parte davvero dal basso per andare verso l’altro, questa è una questione molto interessante.

La nostra filogenesi sembra essere rappresentata dalle strutture del nostro cervello e del nostro corpo in generale, in altre parole questo significa che le parti più antiche del cervello si trovano in basso e quelle più recenti in alto.

Per “antiche e recenti” si intende sia dal punto di vista dello sviluppo intellettivo e sia dal punto di vista della specie: i nostri cugini (le scimmie) hanno un cervello molto simile al nostro ma anche diverso, hanno proprio le parti più alte meno sviluppate.

Così come il mio gatto non ha la parte più esterna del cervello sviluppata come la mia, almeno credo.

Dal basso verso l’alto

Così quando nasci e cresci il tuo cervello parte dal “basso” per svilupparsi verso l’alto ed infatti la parte frontale, che è quella più “nuova”, sede dei noti “lobi frontali” è quella che si sviluppa per ultima, a quanto pare intorno ai 20 anni.

Per cui se ti stai chiedendo perché tuo figlio adolescente ama lanciarsi in imprese assurde e pericolose, ora sai perché: gli manca la parte frontale che con la crescita lo renderà un adulto coscienzioso e caga sotto 😉

Scherzo ma non troppo, infatti se al crescere di tali lobi cresce anche la nostra incapacità di gestire le rappresentazioni interiori, ecco che quella parte che dovrebbe renderci responsabili può rischiare di renderci schiavi di un mondo virtuale.

Quella parte bassa resta attiva e rappresenta tutte le parti automatiche a cui spesso non facciamo caso, parti innate come il controllo del respiro, della frequenza cardiaca, dell’equilibrio ed il notissimo “sistema limbico” sede delle nostre emozioni e della nostra memoria.

Ecco cosa succede quando fai molta pratica, a furia di rivolgerti all’aspetto sensoriale, al qui ed ora, puoi ricablare quegli aspetti antichi della tua struttura cerebrale. Questa non è una ipotesi è stata provata più e più volte (vedi lo studio di Malinowsky 2013).

Il disputing

A livello clinico sono circa 70 anni che sappiamo quanto faccia bene discutere le proprie idee, è chiaro lo sappiamo dai tempi di Socrate e forse anche prima, ma a livello di “cura” ne conosciamo le proprietà solo da qualche decina di anni.

Per Freud la cura era rappresentata dalla capacità di far tornare “l’Io dove c’era l’ES” mentre per i cognitivisti dipende dai tuoi “schemi mentali”, chi ha ragione? Entrambi ad un qualche livello ma sono i cognitivisti che ci hanno iniziato a collegare insieme “pensieri e comportamenti”.

Nel senso che hanno capito che se si modificava il modo di pensare di conseguenza si poteva anche modificare il comportamento, dando quasi un primato al pensiero rispetto al corpo e alle azioni. Per fortuna oggi sappiamo che le cose non stanno così.

L’effetto creato dai cognitivisti di metà XX secolo era dato dal fatto che per mettere in discussione i propri pensieri (disputing) fosse necessario diventarne consapevoli, aumentare quella che chiamiamo “metacognizione”.

Nel tempo però hanno capito che per ottenere dei cambiamenti duraturi dovevano passare anche “dal retro”, quindi partire dal basso attraverso reali esperienze emozionali correttive. Immaginarsi di stare bene e basta non è abbastanza.

Caro collega evita di prendertela

Uso i nostri concetti psicologici per spiegare cosa succede nella mente di chi pratica la meditazione perché è il mio pane quotidiano, mi scuso però con i colleghi che magari potrebbero vedere queste posizioni come leggermente estremizzati.

Effettivamente è così, estremizzo con l’intento di essere chiaro, in realtà i cognitivisti si sono super aggiornati e anzi è grazie a loro che parliamo così liberamente di meditazione scientifica, grazie a quella che viene anche definita “la terza ondata cognitiva”.

In puntata ho citato diverse scuole di psicoterapia che applicano gli aspetti della meditazione, del decentramento, della presenza, del grounding, ecc. Sono tutti termini per descrivere la stessa identica cosa.

E’ infatti all’interno del solco della psicoterapia che la meditazione “è diventata scientifica” perché abbiamo iniziato ad applicarla come metodo di guarigione. Kabat-Zinn ricorda spesso che i termini “medicina” e “meditazione” condividono la stessa radice.

Se fai il mio mestiere e non hai ancora preso in considerazione tale pratica sappi che stai perdendo una grossa opportunità per aiutare i tuoi pazienti. Non devi cambiare il tuo modo di fare terapia perché la pratica il tuo cliente può farsela tranquillamente a casa.

Il mio consiglio è questo: inizia a praticare tu per primo, segui i dettami della nostra pratica e tocca con le tue mani e con la tua esperienza…

Buon Natale
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.