Tutti lo sentiamo ma in pochi si rendono conto che, via via che la vita scorre si accumula talmente tanta esperienza da smetterla di vedere il mondo. Più impariamo cose riguardo al mondo, più schemi e abitudini generiamo e meno siamo a contatto con la realtà che ci circonda. Forse ti suona come un’affermazione assurda, ascolta l’episodio perché potrebbe essere una delle cose più importanti della tua vita…

La vita psichica che avanza

Molti autori del passato hanno parlato di questo fenomeno, di come la vita psichica, mano mano che accumuliamo esperienza, tenda a venire in primo piano. Alcuni l’hanno vista come una sorta di stranezza alla Jung, infatti è Hillman un suo allievo a parlarne (ma anche Jung aveva detto qualcosa del genere) ma in realtà è molto meno strano di quanto appaia. Piccola parentesi: è incredibile come alcuni concetti junghiani fossero semplici ma resi complessi in generale… presto vi parlerò anche di come l’astruso concetto di archetipo sia in realtà qualcosa di molto semplice e concreto (come avrebbe detto Jung: empirico).

Ed è empirico anche ciò di cui ci stiamo occupando oggi. Come mi auguro tu abbia ascoltato nella puntata si tratta del semplice accumulo di conoscenze e schemi che, per motivi di economia cognitiva, prendono il posto dell’esperienza sensibile. La quale, sia per motivi fisiologici (tende a perdere smalto nel tempo) e sia per motivi economici, diventa sempre meno utilizzata. Ed è per questo che ci sembra che le persone anziane o con molta esperienza facciano più fatica a modificare le proprie convinzioni, che siano in generale più conservative del passato che orientate alle novità del futuro. Non è difficile immaginare questo processo in azione ma allo stesso tempo però dobbiamo stare attenti nella sua formulazione.

Questo non significa il ritorno alla tabula rasa, cioè all’idea che noi nasciamo senza alcuna categoria mentale, senza una vita psichica potremmo dire. Ma significa che tale vita inizialmente ha sempre bisogno di informazioni nuove, di creare schemi, di generare abitudini utili a muoverci facilmente in un mondo che, sostanzialmente non conosciamo. Le categorie che abbiamo di base nella mente, come sembrano dirci sempre di più le neuroscienze (a tal proposito invito a leggere le ricerche del prof. Giorgio Vallortigara) non sono cose magiche e astratte ma riguardano aspetti della fisica. Un bambino sa intuitivamente che se cade da una certa altezza potrebbe farsi male, così come sa che un oggetto lanciato tende a toranare a terra.

La filosofia c’era già arrivata ed il salto più attuale è quello fatto da Kant con le sue categorie a priori nella mente. Da questo punto di vista è super interessante sapere che Kant, al contrario di molti suoi colleghi, è stato piuttosto stanziale nella propria vita. Sembra una semplice informazione biografica ma è molto interessante alla luce delle sue teorie che hanno rivoluzionato come vediamo la mente e hanno gettato le basi per la moderna psicologia. Pare non si sia mai allontanato per più di centro chilometri dalla sua Città natale, ma nonostante questo, senza avere mass media a disposizione o grandi menti con cui dialogare, è riuscito ad intuire cose pazzesche sulla natura umana. A me questo lato della sua vita affascina tantissimo… ma torniamo alla nostra vita in primo piano.

Dunque di certo non nasciamo vuoti ma riempiendo i nostri spazi interiori ad un certo punto, smettiamo o limitiamo lo sguardo di ciò che ci circonda. Lo facciamo sempre, la cosa incredibile è che lo facciamo senza rendercene conto. Il modo più semplice per notarlo è osservando il nostro modo di generalizzare e di creare abitudini. Il punto è sempre il solito: dato che la nostra mente è un simulatore che deve predirre ciò che sta per accadere, quando diventa molto bravo nel farlo, smette di aggiornare i propri dati dai sensori e si affida solo alle mappe che ha già costruito. Amo descrivere la sensazione si scollamento tra mappa e territorio (tra simulazione e percezione) con la sensazione che si prova quando, salendo o scendendo le scale, sbagliamo nel prevedere se ci sarà o meno un altro gradino… hai presente?

Allucinazione controllata

Anil Seth e altri ricercatori sostengono che ciò che percepiamo è più simile ad una allucinazione controllata che al fatto di osservare e adattarci ad una realtà fisica circostante. Attenzione, non stanno dicendo che la realtà non esista ma che, probabilmente ciò che noi vediamo e percepiamo non è esattamente la realtà, perché riuscire a vederla, interpretarla e muoverci agilmente in essa, sarebbe uno spreco enorme di energia mentale. Per questo costruiamo della mappe, delle generalizzazioni e poi agiamo sulla loro scorta, aggiornando la mappa solo quando è strettamente necessario, quando magari qualche imprevisto ci costringe a farlo.

Forse riconoscerai questa storiella: anni fa lavoravo in un poliambulatorio molto grazioso, i pazienti avevano una piccola sala d’attesa dove andavo a prenderli per condurli nel mio studio (per fortuna c’erano due entrate, accompagnavo la persona con cui avevo appena terminato da una parte e poi rientravo dall’altra per salutare e scortare il nuovo paziente). Per poter arrivare nella stanza della terapia dovevamo attraversare un meraviglioso cortile fiorito e per farlo, dovevamo aprire una porta finestra molto particolare, una vasistas. Se hai mai provato ad aprire una di quelle porte finestre sai che sono spesso strane, abbastanza diverse da una porta normale da scardinare i nostri automatismi.

In pratica, se afferri la maniglia e la spingi verso il basso, come normalmente fai con tutte le porte che incontri nella vita, invece di aprirsi la porta si spalanca solo in alto, perché in effetti si tratta anche di una finestra. Così facevo questo piccolo test, salutavo il mio nuovo paziente (che non avevo mai visto prima, alla prima visita) e lo invitavo a precedermi. Così il povero malcapitato si trovava di fronte a questo dilemma: come diavolo si apre questa porta? Visivamente non era chiaro che fosse una vasistas, sembrava una semplice porta molto carina e curata. Così tutti provavano con il metodo classico: maniglia verso il basso e spinta e/o tirata, e tutti si rendevano conto di non riuscirci.

Al che io restavo per qualche istante in silenzio e se, al secondo tentativo erano ancora incastrati dicevo molto gentilmente: “tiri semplicemente la maniglia verso di sè, senza tirarla giù” e, magicamente si apriva la porta. Poi, arrivati in studio, non appena ne avevo l’occasione spiegavo al paziente che ciò che era appena accaduto era molto simile al motivo per il quale ci stavamo incontrando. Lei applica mappe vecchie ad un territorio che cambia in continuazione, dicevo qualcosa del genere. Ho la fortuna di essere seguito da molti dei miei vecchi clienti e pazienti, spero che anche per voi sia ancora un piacevole ricordo quel piccolo test.

Tutto questo potrebbe apparire come il classico: non confondere mappa e terrotorio, ed in effetti è quello il tema. Tuttavia è molto più profondo di così, perché tale confusione è inevitabile, per noi la mappa è il territorio e non potrebbe essere altrimenti quando ci muoviamo nel mondo. Non puoi chiederti tutte le volte: ma questa porta si apre tirando in giù la maniglia oppure no? Sarebbe troppo dispendioso, invece di solito tratti tutte le porte nello stesso modo. Non è che i miei pazienti, dopo aver provato la sensazione stranienate della vasistas poi hanno passato la vita a chiedersi “come si apre questa porta” ma saranno tornati al loro automatismo, aggiungendo la regola: “quando vado nello studio da Genna, devo ricordarmi come funziona quella dannata porta!”.

Riprendere i sensi

Riprendere i sensi è una delle definizioni che più mi piacciono dello stato di presenza, non ci rendiamo conto di come il nostro mondo interiore, la nostra macchina previsionale sia in grado di catturarli. E non conta che tu abbia 50 anni come me, 80 oppure 18, quando siamo distratti siamo lontani proprio dal nostro mondo sensoriale e come abbiamo visto, non solo quando siamo distratti ma anche quando siamo assorti o siamo presi dai nostri automatismi. Insomma per la maggior parte del tempo noi non vediamo, ascoltiamo e sentiamo per davvero ma ci affidiamo a schemi automatici acquisiti negli anni.

Tali schemi non riguardano solo l’esperienza diretta, come abbiamo visto diverse volte, esiste un apprendimento di tipo vicario o osservativo esaminato nei famosi esperimenti di Albert Bandura e della bambola Bobo. Per chi si fosse perso questo pezzo di storia della psicologia, l’esperimento era semplicissimo, alcuni bambini osservavano una scena alla televisione, un adulto entra in una stanza, afferra una mazza e si mette a picchiare un pupazzo (appunto la bambola Bobo). Poi questi bambini vengon invitati, uno alla volta ad entrare in una stanza, la stessa che hanno appena visto in tv, dove ci sono molti giochi e tra i quali una mazza e la bambola Bobo… che fanno? Gliene danno di santa ragione.

Questo esperimento è stato usato per dimostrare che possiamo imparare un comportamento complesso e anche, potremmo dire poco etico, semplicemente dopo averlo osservato. I casi sperimentali erano diversi, sia dal vivo che tramite la tv, che in quel periodo storico era il nemico delle menti (come oggi lo sono i social per intenderci). Perché è importante sottolineare questi studi? Perché se ci pensiamo bene moltissime cose che noi sappiamo non derivano dall’esperienza diretta ma da cose che abbiamo sentito. Ad esempio molti di noi sanno che il Bronx è un posto pericoloso… ma pochi ci sono stati davvero o sanno addirittura dove si trovi esattamente.

Non ci accorgiamo davvero di quanto poco sappiamo sul mondo ma tuttavia, ci accontentiamo di quel poco che sappiamo per poterci muovere al suo interno in modo economico, senza chiederci tutte le volte da che parte si giri la maniglia della porta. Quando vedi un aereo, per quanto sia un ritrovato pazzesco della tecnologia non ti chiedi come faccia a volare, anzi potresti anche lanciarti in strane teorie per spiegarlo. E se non sai come funziona ti assicuro che è solo fantasia. Lo stesso vale per l’oggetto che stai usando per leggere queste parole, a meno che tu non sia un ingegnere molto bravo non sai davvero come funziona questa scatoletta.

Qui su psinel ci siamo occupati tanto di questa illusione della conoscenza, che è qualcosa di molto più profondo del noto effetto Dunning-Kruger. Tornando a noi, quando la mamma ci urla: “non toccare il fuoco che brucia” noi ci fidiamo e smettiamo di usare i sensi per regolarci nei confronti delle fiamme. Chiunque abbia mai fatto un po’ di pratica meditativa in modo costante conosce questi fenomeni, se hai mai fatto mente locale su come mangi, su come senti i sapori mentre lo fai, su come tendi a farlo in modo automatico, sai perfettamente cosa intendo.

La verità è che basta un pizzico di intenzionalità per riaprire i sensi e, in alcuni casi riabilitarli addirittura. Qualche anno fa, al termine di una influenza pesantissima ho perso totalmente l’olfatto per mesi. Così sono andato da un medico, il quale in modo molto saggio mi ha fatto fare un piccolo percorso di risensibilizzazione dell’olfatto (ci ho fatto anche un episodio qui su psinel) che mi ha letteralmente ricablato i neuroni del naso, ha letteralmente ricreato le connessioni sensoriali per tornare a sentire gli odori. Poi, che sia tornato a sentirli come prima non lo so ma di certo so che anche a 50 anni, si possono davvero riprendere i sensi.

Che tu abbia 18, 30, 50 o 70 anni, non è mai troppo tardi per tornare a godere ancora di più di quel cibo, di quel tramonto, di quella compagnia o del semplice sentire di essere vivi. Torniamo a sentire!

Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.