Come per ogni ambito della conoscenza umana, spesso a diventare più famose non sono le teorie più valide ed utili ma quelle “più famose” e purtroppo non è il caso della Regulatory Focus Theory. Questa teoria davvero utile e valida (cioè provata dalla ricerca) non è così nota come meriterebbe.

Prima di proseguire la lettura ascolta l’episodio 454 del Podcast…

Ecco il Video Approfondimento dell’episodio

La ricerca quella bella

Incredibile ma vero, le ricerche del più che menzionato MSC Motivational Science Center x sono tantissime, spesso finiscono nei giornali, in saggi e in fiction ma nessuno sa chi le ha svolte e cosa dicano di preciso. Non mi credi? Hai mai sentito parlare del fatto che hai un “Sè reale ed un Sè ideale” e che la tua felicità e la tua autostima potrebbero derivare da una loro discrepanza?

Questa è una teoria di diversi decenni fa testata e portata avanti proprio dai boss del MSC, certo lo avevano già ipotizzato e probabilmente qualche filosofo lo aveva già detto chiaramente, ma è stato Tory Higgins a creare il costrutto e a testarlo in diversi contesti.

La verità è che la ricerca in psicologia è zeppa di studi e di teorie che non hanno ricevuto la giusta attenzione, i motivi sono molti ma è un vero peccato che a volte la gente diventi una vera Rock Star di un ambito quando magari a fare la ricerca è stato qualcun altro. Il caso di Daniel Goleman è direi, paradigmatico in questo senso.

Non c’è un libro di psicologia che abbia venduto di più di “intelligenza emotiva” in questi anni, e continua a vendere. Ciò che descrive non è preciso, non è neanche corretto dal punto di vista della gestione emotiva eppure, il suo grande impatto mediatico ha fatto si che ancora oggi il 90% della gente che ha sentito parlare di questi temi sia convinta che Goleman sia il “ricercatore di punta”.

Io stimo Goleman, soprattutto per la sua capacità di rinnovarsi e di ammettere i propri errori nei testi successivi. Ma allo stesso tempo sono dispiaciuto per chi come Higgins è molto meno conosciuto e stimato quando posso assicurarti che non ha nulla da invidiare, anzi, rispetto al suo collega più fortunato. Il mondo della psicologia è zeppa di teorie super belle che non hanno un grande pubblico.

Prima di proseguire devo parlarti di un eventuale “conflitto di interessi”…

Conflitto di interessi

Chiunque abbia visto il libro nella sua versione italiana potrebbe pensare che io abbia un qualche conflitto di interessi a tessere le lodi di questa teoria, ma non è vero. Certo la Giunti mi ha pagato per scrivere una prefazione, cosa che avrei fatto anche gratis dato il grande respiro del testo, ma non personalmente non guadagno niente dal proporti di leggerlo.

Mettiti per qualche secondo nei miei panni: immagina di fare la prefazione ad un libro, di essere anche pagato per farlo, ma quando lo leggi ti rendi conto che non è in linea con ciò che pensi, che sembra dire solo cavolate, insomma non ti piace. Ci faresti una puntata del tuo podcast? Ti assicuro di no, anche perché cercheresti di allontanarti dall’associazione tra te e il contenuto del libro.

Ed invece a me è successo quasi il contrario: mi è stato proposto di scrivere l’introduzione ma ho potuto prima leggere il libro in inglese, poi ho letto la versione italiana. Ci è voluto poco a convincermi anche se di primo acchitto anche io ho pensato che fosse una semplificazione estrema del comportamento umano, ma poi nel tempo l’ho rivalutato sempre di più.

In questi anni ho usato gli studi di Higgins per i miei speech aziendali e nel cercare informazioni sempre più interessanti mi sono accorto che si tratta di un lavoro mastodontico e bellissimo. Ed è un vero peccato che non sia “di moda” come tante altre teorie che a volte non sono neanche tali, cioè sono semplice ipotesi di persone che non hanno fatto mezzo esperimento per verificarle.

Insomma non scrivo queste parole per convincerti a comprare il libro, anche perché in soldoni nella puntata di oggi trovi quasi tutto ciò che c’è da sapere per applicare la teoria, ma lo scrivo per dare maggiore luce alla teoria e ai suoi studi. Che ripeto, da ciò che mi è sembrato di notare in questi anni, non hanno ancora ricevuto la giusta attenzione ed il giusto merito.

Cosa significa Regulatory Focus Theory?

Come forse mi avrai già sentito dire, la RFT è una teoria che cerca di spiegare come mai la nostra attenzione sembri spesso essere attratta da specifici schemi. Essi possono avere radici di vario genere ma quelle più potenti seguono lo schema bio-psico-sociale, il che significa che hanno caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali.

La RFT ha aspetti biologici, infatti riprende la naturale tendenza degli esseri viventi a fuggire il dolore (o le cose dannose) e a cercare il piacere (o le cose che la fanno crescere) come abbiamo visto in questo episodio. Ha aspetti psicologici, perché sappiamo che ognuno ricerca sicurezza e vantaggi ed ha aspetti sociali, nel senso che la cultura incide sul grado di “promozione o prevenzione”.

Insomma ci sono tutti gli elementi per fare ipotesi ed esperimenti interessanti, per quanto possa apparire come banale c’è solo un modo per determinare se ha una qualche utilità: provarla! Cioè cercare di ascoltare le persone intorno a noi e tentare di usare una comunicazione in accordo con il focus motivazionale.

Per intenderci il FOCUS agisce un po’ come una sorta di prime, cioè una sorta di schema che porta le nostre risorse attentive ad essere maggiormente reattive a specifiche informazioni. Nulla di assurdo, questo succede anche con le cose che impari nella vita: se fai il falegname o fai l’ingegnere, vedrai un bosco in modo profondamente diverso.

Non a caso Higgins e collaboratori mettono questi concetti a confronto con i bias più noti, anche quello più famoso di tutti: l’avversione alla perdita, cercando di dimostrare che essa non è sempre identica, e che per chi segue la “promozione” significa qualcosa di diverso rispetto a chi segue la “prevenzione”. Il che non smonta il bias ma gli da una spiegazione alternativa.

Così come per l’ottimismo

Nel loro lavoro ho apprezzato particolarmente l’idea di ottimismo in chiave RFT. Secondo la quale chi ha un focus di prevenzione tenderebbe ad avere una sorta di “pessimismo difensivo” che spesso viene visto dai “promozione” come mancanza di ottimismo, come un atteggiamento mentale sbagliato!

Nel campo della crescita personale c’è un grande bisogno di complessità, so che questa teoria sembra semplice ma non la è, seguimi: quante volte hai sentito dire che esiste un atteggiamento mentale giusto, proattivo, positivo, ed uno sbagliato, negativo e lamentoso?

Spesso è vero, ma come indicano gli autori e possono testimoniare in prima persona, ci sono un sacco di persone che performano alla grande ma che non diresti essere “ottimiste” nelle loro aspettative. Ci sono un sacco di persone molto brave che invece di dire: “ehi io spacco”, dicono “ehi, non so se sono preparato davvero a dovere”.

Secondo la RFT il pessimismo difensivo è una strategia che usano i “prevenzione”, non lo fanno per scaramanzia ma lo fanno perché il loro focus è rivolto alla sicurezza e non al guadagno o alla gloria. Ovviamente spero sia chiaro che si tratta di due etichette e che ognuno di noi ha varie sfumature, non esiste una persona puramente “X o Y”.

Questo non significa che sia migliore una strategie preventiva rispetto ad una promozionale, dipende come siamo fatti, come siamo abituati e come tendiamo a creare le condizioni giuste per sentirci pronti ad una determinata situazione. Personalmente adoro questa complessità, rende l’essere umano maggiormente tridimensionale.

Il priming

Come abbiamo visto il Focus non agisce solo come prime ma può essere attivato da un prime. Cioè se ti mostro determinati messaggi posso spostare l’asticella più da una parte o più dall’altra, il che significa che in realtà nessuno di noi “è” realmente prevenzione o promozione. Ma che tende a comportarsi più spesso in un modo o nell’altro.

Dunque, se un semplice messaggio può portarti a vedere le cose più da prevenzione o da promozione, allora significa che non sei definibile in un singolo modo. E allo stesso tempo significa che abbiamo il potere di influenzare intenzionalmente questo processo, in particolare cercando ciò che c’è di buono (se vogliamo più promozione) o cosa c’è di cattivo e pericoloso (se vogliamo più prevenzione).

Come abbiamo visto molti anni fa parlando del modello Woop (bipensiero) è noto da diverso tempo che per raggiungere i nostri obiettivi servano entrambi questi ingredienti, per semplificare: carota e bastone. Ma allo stesso tempo non era chiaro come si componessero queste due diverse spinte, come agissero sul nostro sistema di convinzioni, valori e percezioni.

Il pericolo quando si parla di “categorie psicologiche” è di pensare che siano descrizioni precise del nostro essere, nessuno può descriverci davvero neanche dopo decenni di meditazione o chissà quale altro percorso. Quando però le ricerche sono fatte bene diventano ottimi riduttori di complessità.

Riduttori di complessità

Chiunque studi seriamente la nostra realtà sa che essa è molto più complessa di quanto appaia, ed è grazie alla ricerca e al metodo scientifico che abbiamo la consapevolezza di tale abisso. Lo so, in fondo gli esseri umani sentono questo iato da sempre ma oggi sappiamo davvero di non sapere, più scaviamo nelle questioni e più ci rendiamo conto di quanto siano “più complesse”.

Tuttavia per agire in modo efficace nel mondo e anche per indagarlo con rigore, è necessario ridurre la realtà, ci serve per maneggiare gli oggetti complessi che ci circondano. Anche le parole che stai leggendo possono essere considerate come delle “riduttrici di complessità”, perché cercando di spiegare qualcosa di complesso con concetti semplici.

La cultura a cui apparteniamo, gli archetipi della nostra specie, le categorie kantiane, sono tutti modi per inserire nella nostra “mente” riduttori di complessità per farci agire efficacemente nel mondo. Per usare termini più sofisticati e meno romantici, riduciamo la realtà perché questo ci consente di sopravvivere meglio. Anche i bias sono riduttori di complessità, perché non sempre sono svantaggiosi anzi.

Se in questo momento scrivo “meditazione” è chiaro a tutti che tale termine significhi un sacco di cose, non solo la nostra pratica ma anche la riflessione e le pratiche di altre 10000 tradizioni differenti. Ma se lo scrivo su PsiNel è molto probabile che molti di voi capiscano a cosa mi stia riferendo, per riuscirci abbiamo creato una sorta di consenso comune e condiviso.

Tutti gli oggetti della realtà sono complessi e polisemici, cioè hanno una miriade di significati diversi, ma è bene che la maggior parte di essi siano condivisi. Se una persona è arrabbiata in una giornata piovosa ed agita l’ombrello mentre litiga al telefono, nessuno si aspetta che con quell’oggetto si metta a dare bastonate alla gente. Perché tutti pensiamo che un ombrello “sia solo un ombrello” anche se in cuor nostro sappiamo essere un oggetto contundente.

Ridurre la complessità che ci circonda è dunque un operazione che facciamo tutti e in ogni ambito senza rendercene conto. Avere dei riduttori ci aiuta a muoverci agilmente nel mondo, la RFT è una sorta di riduttore multipotenziale che spiega tantissime cose, ma non è la realtà è solo una mappa… perché ancora una volta “la mappa non è il territorio”.

Ps. Se avessi ricevuto 1 solo centesimo per ogni volta che ho scritto e detto questa frase sarei Paperon dei Paperoni 😉

Ci vediamo per l’approfondimento video
Genna