La nostra mente è una specie di simulatore che cerca di prevedere continuamente ciò che ha di fronte agli occhi, ed è per tale motivo che reicsi a lgegere qeutsa farse anche se è tutta sbagliata! Perché il tuo cervello anticipa letteralmente ciò che sta leggendo basandosi sulla propria esperienza.

Questa è una delle nuove colonne portati per vedere come funziona la meditazione… buon ascolto:

Un simulatore tra le orecchie!

Finalmente dopo tanto tempo torniamo ad esaminare alcuni studi sulla meditazione, dato che a noi piace un sacco la sua versione “scientifica” cioè basata su studi e ricerche. Lo studio di oggi è davvero pazzesco e puoi trovarlo qui, ti invito a leggerlo se capisci l’inglese perché c’è un sacco di roba ma se mi segui da molto, conosci quasi tutto ciò che c’è scritto.

Il motivo non è legato ad una mia qualche capacità strana ma al fatto che pratico queste discipline da molti anni e scommetto, che la maggior parte delle persone che meditano da tempo si sono ritrovate negli esempi e nella teoria di cui stiamo parlando oggi.

Ora devi sapere che ogni anno escono decine di studi sulla meditazione, molti puoi trovarli nelle nostre newsletter settimanali oppure nei nostri video ma non su tutti ci facciamo puntate del podcast. I motivi sono molti ma soprattutto il fatto che sapere che quando mediti “si accende una parte del cervello” piuttosto che un’altra non è sempre utilissimo.

Lo studio di oggi è invece molto utile, soprattutto per chi non ha mai meditato e non ha la più pallida idea di cosa capiti e anche per chi come me pratica da diverso tempo. La cosa interessante è che in un solo paper (termine tecnico per indicare le ricerche) ci puoi trovare praticamente una valanga di informazioni che abbiamo trattato nel corso degli ultimi 10 anni!

La cosa ancora più interessante è che sapere che la mente tende ad astrarre, che lo fa con l’intendo di prevedere ciò che accadrà non sono semplici informazioni senza senso. Come quando si dice che si attiva una zona del cervello, cosa che ha molto senso per i neuroscienziati e per chi si occupa di queste cose ma non per chi pratica la meditazione.

Modulare la previsione

Sapere che quando mediti stai modulando il tuo modo di fare previsioni è un’informazioni molto preziosa per chi medita. Ovviamente non tutti i nostri processi mentali sono previsioni ma conoscere il sistema e riconoscerlo durante la pratica è un modo eccezionale per afferrare ancora meglio ciò che stiamo facendo quando abbiamo gli occhi chiusi.

Quel piccolo senso di smarrimento che può avvenire quando iniziamo a diventare “bravi” nel riportarci nel momento presente non è dovuto solo ad il fatto di “inibire un processo tipico”, come quando cerchi di bloccare una qualche abitudine negativa, ma è dovuto al fatto che evolutivamente quando metti da parte una previsione metti a rischio la tua vita.

Ovviamente non metti a repentaglio la tua vita mentre mediti ma quando sei là fuori nel mondo. Un esempio perfetto per capire quanto sia importante prevedere è la guida dell’auto? Quando guidiamo siamo (o dovremmo essere) parecchio accorti e responsabili dato che quell’oggetto è grosso e può fare grandi danni.

Per questo motivo quando guidi nel traffico in realtà “non stai guidando la tua auto” ma quelle che ti stanno accanto. Sei più attento a come guidano gli altri per adeguarti ad essi che non a come tu stesso stai guidando, e anche gli altri colleghi autisti stanno facendo la stessa identica cosa con te. Infatti cosa succede se davanti a te hai un’auto o un camion che ti blocca la visuale?

Anche se puoi imitare il mezzo davanti a te, se non riesci a guardare il movimento generale delle auto che sono in coda perdi molti elementi per poter prevedere cosa accadrà. E se per caso l’autista di fronte a te ti copre la visuale e guida in modo un po’ particolare, impedendoti di prevederne le mosse, la tua serenità al volante sarà profondamente turbata.

Quindi non dovrei essere “presente alla guida”?

Dato che la meditazione riduce la previsione sorge spontanea una domanda: quindi non dovrei cercare di stare nel presente mentre guido? La risposta è NO perché quando sei presente, cioè quando sei coinvolto in ciò che sta accadendo in quel preciso momento sei anche più aperto a nuove previsioni, ecco ciò che ci dice lo studio in soldoni.

Il camion che ti impedisce di vedere tutto il movimento davanti a te, limitando in questo modo la tua capacità di fare previsioni, ti costringe a farne di nuove, proprio come quando mediti! Quella sensazione alla guida è pessima perché ti impegna, ti costringe a stare attento ed affidarti meno ai tuoi automatismi e come sappiamo da tempo questa è la base per creare nuovi apprendimenti.

Il senso di smarrimento che proviamo quando riusciamo a modulare la previsione meditando è simile a quello che proviamo quando non vediamo più bene le altre auto. Quindi in realtà essere presenti al volante è il modo migliore di guidare, è proprio quando ci affidiamo ai vecchi modi di prevedere, ai vecchi schemi (top-down) che rischiamo maggiormente. Però allo stesso tempo sai che il cervello vuole risparmiare, dunque cosa gli piace di più?

Esatto, adora quando le cose vanno esattamente come previsto, ecco perché sia in questo episodio che nel paper citato si parla di “errore di previsione”. Al nostro cervello non piace dover sprecare energie aggiornandosi, mentre guidiamo però l’istinto di sopravvivenza ci costringe a farlo diverse volte, ma farlo mentre sei comodamente seduto in un posto sicuro è qualcosa che capita molto raramente.

Per questo la ricerca di cui stiamo discutendo mi piace così tanto, perché non solo conferma l’esperienza di cui parliamo da anni ma la mette giù in un formato ancora più chiaro e semplice. Questo è un bellissimo esempio di uno dei miei aforismi preferiti di Gregory Bateson: “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”. Che è come dire: non c’è niente di più utile di una buona mappa!

Le diverse forme di meditazione descritte

Le 3 forme di pratica descritte appartengono tutte al buddismo e non è una sorpresa, dato che è in seno a questo movimento che si sono formate le prime vere pratiche di consapevolezza. Le quali erano partite proprio andando al di là delle pratiche yogiche maggiormente rivolte al controllo di se stessi per andare verso un osservare se stessi.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso nello scoprire che gli autori vedono queste tre pratiche come collegate tra loro in un continuum che ha come denominatore comune lo smettere di “prevedere” o per essere più morbidi, il renderci conto che stiamo entrando in tunnel di astrazione per tornare verso i nostri sensi.

Le tre forme sono le classiche di: attenzione focalizzata (AF), attenzione aperta (AA) e non duale (ND). In giro sentirete spesso dire che quando ti stai focalizzando non stai facendo “mindfulness” e quando trascendi contenuto e contenitore non ti stai focalizzando ma in realtà sono tutte cose che portano nella stessa direzione: un aumento della conspevolezza.

In realtà per consentire ai pensieri di andare e venire (AA) devi avere un’attenzione stabile (AF) e per riuscire a trascendere entrambe devi essere sia in grado di restare nel presente (AF) e sia lasciar scorrere i contenuti mentali (AA). Le tradizioni lo sanno, infatti solitamente si parte proprio dalla focalizzazione per passare al lasciar scorrere i pensieri per arrivare a stati di assorbimento nel presente sempre maggiori (ND).

La “non duale” è infatti un tipo di assorbimento diverso da quello di altre pratiche che portano alla dissociazione, anche se in alcune tradizioni le due cose si confondono tra loro, ma è invece la capacità di essere così presenti a ciò che stiamo facendo da renderci conto che ciò che scorre “nel nostro flusso di coscienza” e noi che lo stiamo osservando, siamo la stessa cosa. E non si tratta di una comprensione razionale ma di qualcosa che percepisci, qualcosa che senti nel “qui e ora”.