Quante volte ti è successo di voler dire qualcosa, di usare una tecnica specifica o semplicemente tenere a mente cosa volevi fare… e poi non ci sei riuscito? Oppure finisci un litigio o una discussione, nella quale sapevi di voler rimanere calmo, di rispondere in un modo specifico ma poi, ti accorgi solo dopo, magari mentre tornavi a casa? Questo fenomeno è molto più frequente di quanto ci piaccia pensare, nasce da come siamo fatti, da come è realmente strutturata la nostra mente. Oggi parliamo di questo fenomeno e di come farvi fronte in modo efficace, buon ascolto…

La mente è sempre l’ultima a sapere

Chiunque sia appassionato di questo campo conosce quella frase: la mente è sempre l’ultima a sapere. Devo ammettere che la prima volta che l’ho sentita ho pensato: “ma che cavolata, dipende da cosa si intende per mente”. Ed effettivamente dipende molto da questo concetto, ma se per mente si intende la nostra consapevolezza, la capacità di accorgerci di qualcosa, allora la frase assume un senso molto particolare. In realtà la frase viene spesso utilizzata per dire: il tuo corpo e le tue emozioni la sanno sempre più lunga della tua parte razionale e logica, ma anche questa è una semplificazione della faccenda. Per semplificare ma in modo utile ci basta pensare che… tendiamo ad accorgerci dopo!

Dopo cosa? Sì esattamente dopo il corpo, dopo la nostra parte biologica, dopo la nostra parte inconscia e pre-conscia, è chiaro che le idee che ci girano per la testa non arrivano dal cosmo (almeno per alcuni non è così) ma derivano da elaborazioni che ci precedono. Intorno al 1850 Hermann von Helmholtz si accorse che tra uno stimolo e la sua risposta vi era un tempo “perduto”, così lo aveva chiamato, un tempo che già secondo il fisiologo serviva per una qualche elaborazione da parte del sistema nervoso. Ed effettivamente è così, tra uno stimolo e la nostra risposta c’è un periodo di elaborazione ma non solo…

Anche tra lo stimolo e la nostra consapevolezza dello stimolo stesso, c’è un periodo di elaborazione che a volte è addirittura più lento di quello tra stimolo e risposta. Anzi direi che è quasi sempre più lento… se ci pensiamo è del tutto normale, arriva un ostacolo improvviso mentre guidi l’auto, devi poterlo schivare ancora prima di capire di cosa si tratti, ancora prima di sentire la necessità cosciente di doverlo fare. Ciò che accade dentro di noi è quindi spsso una risposta associativa: stimolo e conseguente risposta, la quale poi diventa lentamente consapevole e ci accorgiamo di ciò che abbiamo fatto (uff… meno male che abbiamo schivato quella cosa per terra).

Questa faccenda diventa molto utile per sopravvivere a situazioni improvvise e meccaniche ma lo è meno quando dobbiamo interagire con le altre persone e/o cercare di modificare il nostro modo di rispondere. Se nella tua vita ti occupi di educazione, formazione, terapia o hai dei figili o amici che hai cercato di aiutare, sai quanto sia difficile aiutare la gente ad accorgersi di cosa sta succedendo. Ma se sei qui è ancora più facile che sia capitato direttamente a te (così come è capitato migliaia di volte a me) di renderti conto dopo di aver dimenticato di: essere più presente, rispondere a tono, essere più calmo, dire quella cosa, ecc.

Più quella risposta che diamo non ci piace, la vorremmo modificare, migliorare, smussare, e più è possibile che non ci si riesca nel momento più importante: quando succede! Questo accade sia per il ritardo che stiamo discutendo e che puoi approfondire anche in questo nostro episodio (la consapevolezza retrograda) e sia perché facciamo fatica a metterci in discussione e tendiamo a trattarci male. “Non sei stato capace, vedi che non serve a niente tutta quella meditazione! Vedi che non serve a nulla lavorare su te stesso? Non cambierai mai”. E’ vero a volte non possiamo cambiare… ma possiamo migliorare tantissimo, molto più di quanto immaginiamo!

Meta cognizione

Il problema principale che abbiamo affrontato nell’episodio è tecnicamente un problema di meta-cognizione: facciamo fatica a renderci conto degli stati in cui siamo, nel momento in cui ci siamo. E non dovrebbe sorprenderci! Come accennato i miei colleghi hanno trovato un modo molto semplice per riuscirci: darsi dei piccoli compiti nel futuro, i quali sono gestiti da regole che scegliamo di seguire intenzionalmente. Le regole del nostro comportamento (altro tema di cui ci siamo occupati molto in passato) seguono questo schema: quando succede X allora farò Y.

Seguiamo un sacco di regole implicite nella nostra vita, le quali sono frutto dell’apprendimento delle reti associative. Ciò che abbiamo capito è che è possibile darci delle piccole regole da seguire, regole del tutto arbitrarie: “Quando sarò di fronte a Lucia cercherò di zittirmi e ascoltarla di più”. E’ chiaro che se lo diciamo così, prima di andare a dormire, come se fosse una preghierina che facciamo al nostro inconscio, difficilmente funzionerà, ma se ci diamo un reale appuntamento le cose cambiano. Per reale appuntamento intendo, REALE, cioè te lo devi segnare in agenda.

E l’appuntamento con quella tua specifica consapevolezza deve essere gestibile. Non si tratta solo di immaginare un nuovo comportamento come nell’esempio, ma di passare prima dagli aspetti meta-cognitivi: la prossima volta che vedrò Lucia, cercherò di accorgermi di come tendo a zittirla per parlare tutto il tempo”. Più piccola è la consapevolezza più è facile riuscire a coglierla in quel momento. E quando riesci a notare qualcosa mentre accade ecco che stai installando nel sistema piccole sacche di consapevolezza che, nel tempo, ripetendo quell’appuntamento, si attiveranno spontaneamente.

Tutto molto bello, vero? Però non è così facile, si tratta di un’abilità che va coltivata. La cosa molto interessante del processo è che, una volta che ci viene bene con qualcosa, possiamo spostarlo su qualcosa d’altro e avere risultati simili. Cioè via via che diventi bravo a notare ciò che decidi di notare, diventi anche più bravo a notare in generale, cioè diventi più consapevole. Anche questo molto bello ma richiede un atteggiamento tipico di quando si sta imparando qualcosa: aspettarsi di cadere diverse volte, di sbagliare, di non accorgersi, di fare il contrario, ecc.

Aspettarci di riuscire a gestire noi stessi, anche su una piccola nuova abilità o su una piccola attivazione, senza averlo mai fatto davvero. E’ come aspettarsi di saper suonare la chitarra senza mai averne presa una in mano, magari semplicemente perché ci piace ascoltare la musica. La gente entra nella stanza dello psicologo o del coach con l’intento di cambiare qualcosa di sè, cose che spesso sono presenti da decenni o tendenze che sono addirittura di natura semi-ereditaria, e vorrebbe togliere per sempre certe tendenze nel giro di pochi incontri. Insomma lo abbiamo visto di recente, tendiamo a sopravvalutare ciò che possiamo fare in poco tempo e a sottovalutare quanto potremmo fare con il giusto tempo.

Dedizione

Così come per imparare a suonare uno strumento, padroneggiare una nuova lingua è necessario tempo e dedizione lo stesso vale per il nostro percorso di crescita personale. Anzi, direi che serve ancora più dedizione. Questa faccenda non piace a nessuno anche se si tratta di una verità abbastanza palese: il nostro cervello odia lo spreco energetico (e in realtà tutti gli esseri viventi sul pianeta, e non solo) e ogni volta che deve immaginare, prospettare, di dover fare uno sforzo prolungato e ripetuto, si chiude a riccio. A tutti piace immaginarsi già in forma e pronti per l’estate senza passare per diete e palestre, a tutti ci piace immaginarci ricchi e famosi, senza lo sbattimento del lavoro ecc.

La dura verità è che senza dedizione difficilmente si raccolgono frutti, certo questo non significa che le condizioni di partenza non continuo, che dove siamo nati e come siamo nati non abbiano un peso, lo hanno… ma non ci possiamo fare niente. Mentre al contrario, su come gestire noi stessi possiamo fare molto. La verità è sotto i nostri occhi, per quanto si possa essere svantaggiati se ci impegniamo in qualcosa tendiamo a migliorare in quella cosa. Tutto ciò è molto chiaro quando si parla di abilità fisiche, quando immaginiamo azioni nella realtà che non abbiamo mai fatto prima… ma non tanto per le abilità mentali.

Ci sembra quasi che la gente nasca con coraggio, autostima, concentrazione, forza di volontà e che di conseguenza, se tu non ci sei nato è inutile cercare di coltivarle. Ripeto: certo che esistono condizioni di partenza facilitanti o inibenti, certo che esistono condizioni personali che facilitano o ostacolano, ma al di là dei punti di partenza è sempre possibile migliorare, così come è sempre possibile peggiorare! Se vuoi diventare più consapevole di una tua risposta DEVI dedicargli del tempo, devi darti appuntamento con lei nel futuro, devi lavorarci sopra.

Sapere di avere una tendenza non implica accorgersene, quello è il primo passo. Una volta che sappiamo dobbiamo anche fare in modo di osservarla mentre accade e in quel momento, cercare di non peggiorare le cose (con la gentilezza) e poi, via via che impariamo ad osservare con gentilezza possiamo decidere gradualmente nuovi modi di rispondere. Non è magia, lo fai tutti i giorni solo che si tratta di processi graduali dei quali non ci rendiamo conto. Soprattutto quando pensiamo a noi stessi, facciamo fatica a renderci conto di come cambiamo. Ti sei mai accorto di avere come una sorta di sensazione di essere sempre lo stesso anche se sono passati 40 anni dalla prima volta che hai notato chi eri?

Questo è un tema ultra affascinante e magari ce ne occuperemo in una prossima puntata. Per ora, per capire quanto la dedizione sia rilevante ti basta andare in palestra e chiedere alle persone con un fisico atletico cosa fanno o hanno fatto per averlo. Nessuno e ripeto nessuno (sopra i 30 anni) ti dirà: “sono nato così, fortunato e in forma”, ma tutti saranno pronti a raccontarti cosa fanno per riuscirci. Hai mai visto il canale YouTube Body by Mark?

Non è scienza ma…

Se capisci l’inglese e ti piace il tema dell’allenamento molto probabilmente ti sarai imbattuto nei video di quel tizio, Mark. Il quale ferma la gente per strada e fa sempre la stessa domanda: “Ciao, fermo le persone che sono in forma come te, cosa fai per essere così in forma?”. Di solito ferma ogni categoria di persone, tuttavia ha una predilizione per la gente sopra una certa età. E ti assicuro che non ho mai sentito dire qualcosa del tipo: “sai sono geneticamente fortunato, mangio quello che voglio, non faccio attività fisica, bevo alcol dal mattino alla sera eppure guarda che corpo che mi ritrovo”… NESSUNO!

Lo so ragazzi non è scienza ma quando si portano esempi del genere la gente è pronta a dire: “guarda che stai cadendo nel bias del sopravvissuto, per ogni persona davvero in forma ce ne sono altre 10000 che, facendo cose simili non hanno raggiunto gli stessi risultati”, certo in parte è vero. Ma è anche vero che se una persona si allena regolarmente, mangia bene, si fa seguire da un personal trainer e si dedica davvero, difficilmente avrà un corpo pessimo. E possiamo altrettanto arguire che una persona che non fa tutte queste cose, dopo una certa età, porterà necessariamente i segni sul proprio corpo di sedentarietà e abitudini alimentari erroneee.

Lo so che questo discorso non piace, perché è vero che siamo tutti diversi, è vero che partiamo tutti da situazioni differenti ed alcune persone non possono dare a se stessi la stessa dedizione che danno altri. Tuttavia, ognuno di noi ha la responabilità di farlo in una certa misura. Ogni volta che una persona in studio o nei coaching online mi dice che non ha raggiunto alcun risultato con i nostri esercizi, scopro SEMPRE che non ha potuto dare la giusta dedizione a quella cosa. Ed indovina cosa succede in chi raggiunge risultati? Il contrario, è sempre qualcuno che si è dedicato.

Ripeto, questi discorsi bisogna farli al netto delle condizioni di partenza e dai colpi di fortuna della vita, il caso e la fortuna contano molto. Tuttavia a me questa narrazione non piace, perché purtroppo non ci possiamo fare niente con caso e fortuna. Mentre possiamo sempre cercare di migliorare le nostre condizioni di partenza. Non è pensiero magico e neanche l’idea di una persona nata con le camicia, anzi, il messaggio di oggi è semplice: per anni abbiamo pensato che diventare consapevoli dei nostri automatismi, schemi e risposte fosse impossibile se non dopo decenni di pratica meditativa e percorsi lunghissimi.

Oggi sappiamo che le cose non stanno così, iniziamo a darci piccoli appuntamenti nel futuro, iniziamo a fare piccoli sforzi meta-cognitivi e perché no, pratichiamo un pizzico di meditazione. Magari non riuscirete a smantellare quelle risposte ma di certo ne saprete gestirle sicuramente meglio… la domanda è sempre la stessa: prendi uno schema che vorresti migliorare e chiediti: come sarebbe se tra 6 mesi fossi il 35% più bravo a gestirlo? O anche solo il 20%? Sembrano percentuali piccole ma non è così. Pensa se domani guadagnassi il 20% in più, ti allenassi il 20% in più, avessi il 20% in più di tempo per fare le tue cose.

Insomma noi siamo un’opera in divenire… possiamo scegliere di navigare a vista giorno dopo giorno o cercare di darci una direzione.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.