Quante volte hai sentito dire che gli occhi sono lo specchio dell’anima? Quante volte ti è capitato di cercare di capire se il tuo interlocutore fosse sincero, guardandolo negli occhi? Lo sappiamo istintivamente, quando entriamo in contatto con un altro essere umano, gli occhi hanno un ruolo fondamentale. Una persona che non ci guarda spesso ci indispettisce, ci fa pensare che sia in imbarazzo o che ci sia qualcosa che non va in noi. Quando cerchiamo aiuto guardiamo gli occhi delle persone, insomma sono importanti ma nuove ricerche sul comportamento non verbale indicano che…

Gli occhi sono la parte più esposta del cervello

Fa impressione pensare che i nostri occhi siano la parte del cervello più esposta. Sono lì, delicati, spesso indifesi, basta un moscerino o un sopracciglio nel momento sbagliato per farci soffrire profondamente. Ma non solo, lo sguardo arrabbiato di una persona che conosciamo bene non preannuncia niente di buono. Siamo biologicamente predisposti per comprendere questo sottile linguaggio pre-verbale. Quando eravamo bambini nostra madre (o chi ne ha fatto le veci) regolava il nostro umore con il tocco e con lo sguardo. Bastava quello sguardo per farci sentire amati e compresi, oppure per farci sentire in imbarazzo e in colpa. Gli occhi sono davvero incredibilmente comunicativi.

Tuttavia, ancora una volta, la ricerca ci mette in guardia sulla possibilità di trattare la comunicazione non verbale alla stregua di quella verbale. Cioè pensare che esistano segnali univoci, inequivocabili, in grado di dirci costa stia passando nella testa di una persona. In parte è davvero così. Le emozioni vengono veicolate in modo molto potente dallo sguardo. Ma ancora una volta, se quelle occhiate non sono contestualizzate in realtà potrebbero non avere troppo senso. Questo lo sappiamo istintivamente. Ti faccio un esempio: entri in un locale ed il tuo sguardo scandaglia tutti i volti accigliati (sì anche questo è un istinto naturale di sopravvivenza)…

Di colpo il tuo sguardo viene catturato da una coppia di ragazzi che sembrano entrambi arrabbiati. Non è una rabbia assurda, uno dei due sembra più cupo dell’altro. Tali sguardi però sono rivolti tra di loro, non sembra che stiano per attaccarsi e di colpo, quella rabbia che aveva attirato la tua attenzione smette di essere interessante. In altre parole, se qualcuno non guarda male “te” perché dovresti preoccuparti? Probabilmente non ti siederai accanto a quei due, sia mai che possano iniziare a litigare e tu ti possa trovare nel mezzo, ma il fatto che quelle emozioni non siano dirette verso di te ti tranquillizza a sufficienza per poterti sedere poco lontano e goderti la serata senza dover monitorare il comportamento di quei due.

Non hai bisogno di sapere per filo e per segno cosa passa per la testa di quei due. Eppure qualche volta, soprattutto se ci siamo appassionati del tema dell’interpretazione del linguaggio non verbale, ecco che ci comportiamo come se volessimo leggere la mente altri. Il problema è che, spesso ci riusciamo. Cioè non è che davvero leggiamo i pensieri ma possiamo fare delle ipotesi, a volte sono vere e a volte sono false. Tuttavia negli ultimi anni, con la ricerca sempre più attenta, abbiamo addirittura iniziato a credere che alcuni di questi segnali fossero univoci, io per primo. Ecco la leggenda delle pupille allargate quando siamo attraversati da una belle emozione (quando siamo attratti) è stata smontata proprio di recente.

Per anni se non per secoli (pare che in Cina fosse molto nota come cosa) abbiamo pensato che le pupille allargate indicassero uno stato di accentuata attenzione verso qualcosa. In particolare abbiamo attribuito emozioni positive, dopotutto quando qualcosa ti attira, quando cerchi qualcosa ecco che devi vederla meglio. Anche i nostri gattini domestici allargano le pupille prima di saltare su una preda mentre stiamo giocando. Insomma tutto sembra portare in quella direzione ed in parte è vero, ma non del tutto. Questa recente ricerca ci dimostra che le emozioni che allargano maggiormente le pupille non sono strettamente positive, anzi a volte sono negative.

Tranquillizzare il cervello

Come sappiamo il cervello è una macchina previsionale. Non appena sente di avere tutto ciò che le serve per poter prevedere con un certo margine di certezza qualcosa, smette di arrovellarsi sulle questioni. Quando ci diamo una spiegazione (non conta di che genere e di che portata) ci tranquilliziamo: “Ah ecco perché Tizio risponde sempre in questo modo… perché è un tema che lo fa soffrire”. Non appena abbiamo una risposta abbastanza chiara ci rassereniamo. Sospetto che il successo delle pubblicazioni sul tema del non verbale possa derivare anche da questo, avere la sensazione di poter controllare, gestire e prevedere cosa faranno le altre persone intorno a noi (anche segretamente).

E’ un vantaggio incredibile ed in parte lo usiamo davvero. Solo che non abbiamo bisogno di sottoporci a faticosi training come spesso si sente dire. Sai chi ha davvero a cuore il fatto che tu debba fare un botto di formazione per capire davvero gli altri? Chi vende la formazione di questo tipo, quindi anche io dovrei spingere in questa direzione. Ed invece sono qui a dirti che le cose sono più complesse di così. Che se pensi che un corso di comunicazione possa rendere le tue relazioni migliori forse hai ragione, ma se credi che possa aiutarti a leggere segretamente la mente altrui allora stai sbagliando qualcosa.

Attenzione, non sto dicendo che non si possa migliorare nella comunicazione e nella interpretazione della comunicazione altrui. Il fatto è che dobbiamo però sempre tenere a mente che si tratta di “interpretazioni” e dunque di ipotesi sul mondo. Non appena iniziamo a pensare che siano fatti e dati di realtà, il nostro cervello si chiude, diventiamo inflessibili e tendiamo a confermare proprio quella nostra ipotesi di partenza. Il che dal punto di vista della comunicazione e della psicologia, è un vero e proprio disastro! Qui si arenano tutte le relazioni, si arenano tutte le speranze di aprire buone conversazioni: io so meglio di te quallo che tu stai pensando (forse il peggior messaggio al mondo).

I miei colleghi del passato erano molto bravi a creare disagi del genere. Quando io penso di capirti meglio di quanto tu ti possa comprendere o è perché stiamo formulando insieme ipotesi oppure sono un mago. Noi psicologi e psicoterapeuti dobbiamo fare un profondo lavoro per evitare di cadere in queste trappole e, nonostante tutto, ci cadiamo lo stesso. Il problema è quando tali metodologie vengono usate da non addetti ai lavori e magari insegnate dai non addetti ai lavori. Il che genera una spirale mesta di interpretazioni sbagliate, di profezie che si auto-avverano e di conflitti.

Nuovamente, apprendere cosa ci dice la psicologia su certi comportamenti può essere molto utile, se usiamo quelle informazioni come suggerimenti. Ma se li usiamo come dati di fatto incontrovrtibili, magari proprio per confermare una nostra ipotesi, allora stiamo sbagliando tutto. Ti faccio un esempio: hai letto su un giornale che le pupille dilatate sono un segnale di attrazione. Parli con una ragazza o ragazzo che ti piace e lo noti. Se la tratti come ipotesi probabilmente cercherai altri segnali, magari approfondirai anche parlando la tua ipotesi, cercando anche di confutarla. Se non lo fai invece sai cosa succede? Nel caso migliore un bel “2 di picche”. (e in quello peggiore ti lascio immaginare).

La ricerca è fatta così: aggiornamento non accumulo

La ricerca scientifica è fatta così, cerca costantemente di confutarsi. Questa cosa entra difficilmente nella testa delle persone, perché siamo portati a fare il contrario, cioè al verificare. Questa è una faccenda che ha occupato per diversi anni molti filosofi e ha anche promosso l’avvio della filosofia della scienza. Questo cosa significa? Che anche se siamo alla strenua e continua ricerca della “verità”, della comprensione, del dispiegamento delle leggi della natura, molto spesso le nostre conoscenze non si accumulano ma si aggiornano.

Purtroppo il linguaggio della divulgazione costringe moltissimi miei colleghi a semplificare le cose: così si sente spesso dire che l’amigdala fa questa cosa e quest’altra, che la corteccia pre-frontale serve a fare questo e quest’altro. Ed è molto bello ed interessante, ma a volte, il fatto di parlare di dati scientifici (in questo caso di neuroscienze) porta a reificare le cose, come se fossero assodate al 100%. Per questo amo spesso ripetere che, il modo migliore per trarre beneficio da queste scoperte è quello di prendere in considerazione i meccanismi (come abbiamo visto in diversi episodi).

Quindi tornando a noi, ora che sai che le pupille non si espandono solo quando siamo felici, attratti o innamorati, non che questo ti abbia davvero cambiato la vita in quanto comunicatore. Perché tu sei già attrezzato per capire certe cose, soprattutto quando metti da parte la “mente” per cercare di ascoltare e connetterti con la persona che hai di fronte. Forse la notizia più rincuorante di tali ricerche è quella che emerse qualche anno fa per quanto riguardava la sicurezza negli areoporti ed il riconoscimento delle micro-espressioni facciali.

Tra qualche settimana uscirà un mio contenuto dove ti racconto una faccenda buffa. Una serie di addetti alla sicurezza areoportuale si sono formati per capire le micro-espressioni e vari segnali di menzogna e tensione. Questo in teoria avrebbe aumentato la probabilità di scovare persone pericolose, ma invece di avere un effetto del genere ha peggiorato le cose… credere di poter leggere la mente degli altri porta (quasi sempre) alla profezia che si auto-avvera: uno ti sembra pericoloso? Da quel momento in poi ogni sua mossa confermerà la sua pericolosità (siamo portati a verificare non a confutare).

Queste informazioni dovrebbero rendere la nostra mente più flessibile…

Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.