
Ormai lo sappiamo tutti, abbiamo un costante dialogo interno. C’è chi ne è più consapevole di altri ma in fondo tutti abbiamo una sorta di dialogo costante con noi stessi. Per questo negli anni la psicologia si è occupata di come sia meglio “parlarsi dentro”, sia per un maggiore equilibrio interiore e sia per massimizzare le prestazioni. Qui su Psinel abbiamo fatto molte puntate su questo tema, ma i risultati della ricerca e della pratica ci mostrano costantemente aspetti nuovi ed eccoci ad aggiornare lo stato dell’arte, su come “usare al meglio il self-talk o dialogo interno” nelle nostre vite. Buon ascolto…
Il lato oscuro del parlarsi bene
Uno dei miei primi incontri positivi con la crescita personale è avvenuto attraverso quello che possiamo chiamare il linguaggio interno, il dialogo interiore, il self-talk. C’era un libro che invitava le persone ad ascoltare come si parlavano e a modificare quel tono, a notare quanto tendiamo a trattarci male senza neanche rendercene conto. Provai quegli esercizi e rimasi a bocca aperta. Nonostante avessi già dato diversi esami all’università di psicologia, non avevo mai trovato niente di così pratico e utile.
Eppure aveva un lato oscuro. È proprio di questo che voglio parlarti oggi, perché credo sia uno di quei temi che tutti affrontano in modo troppo semplicistico, finendo per fare più danni che altro. Mi ricordo: stavo per entrare nel mio secondo anno di psicologia, avevo appena provato un rapido esercizio sul dialogo interiore e funzionava davvero. Così iniziai a parlarne con qualche collega di studi, e la maggior parte di loro liquidava il tema con un classico “ma cosa fai, non lo sai che quelle lì sono tutte psico-minkiate? Studia le cose serie”.
In parte avevano ragione, ma non del tutto. Anzi, alla luce di oggi direi che avevano un 20% di ragione e un 80% di torto. Perché atleti e campioni di tutto il mondo si addestrano attraverso il self-talk, e decine di approcci alla psicoterapia utilizzano questi strumenti di auto-affermazione. Non è una cavolata, ma non è nemmeno la bacchetta magica che spesso ci vendono.
Tutti ci parliamo dentro (e va benissimo così)
So già la domanda: “Ok Genna, molto carine queste storie, ma vai al succo. È utile o non è utile? E come faccio a portarne i vantaggi nella mia vita?”. Capisco il desiderio di arrivare al punto, ma per arrivarci davvero è bene chiarire alcune cose. Anche perché scommetto che là fuori c’è ancora chi pensa che siano fesserie, e c’è addirittura chi è convinto di non avere alcun dialogo interiore.
La verità è che tutti ne abbiamo una qualche forma. Tutti ci parliamo dentro, e spesso questo dialogo viene fuori sotto forma di monologo. Sì, la gente tende a parlare da sola, soprattutto quando è in difficoltà o deve organizzare cose complesse. Gli studi ci dicono che se impediamo alle persone in quei contesti di parlottare con se stesse, performano molto peggio. Parlare diventa un modo per tenere a mente le cose, per mantenere nella memoria di lavoro più oggetti distinti con cui lavorare.
Non solo. L’esperienza soggettiva di tanti sportivi, e forse anche la tua, conferma che quando stiamo vincendo o perdendo in una competizione tendiamo a parlarci dentro. Quando segniamo un punto ci auto-incitiamo, quando ne prendiamo uno tendiamo a insultarci o a insultare qualcuno per il punto preso. Quindi se ti succede, tranquillo, è una cosa più che normale.
Sono stati proprio gli allenatori sportivi i primi ad approfondire questa tendenza, cercando di massimizzare il modo in cui ci parliamo. Così sono emersi studi che ci invitano a usare il “tu”: se dico “Tu Genna puoi farcela” è più potente di dire “Posso farcela”. Piccole sfumature che, come vedremo, sfumature non sono affatto.
La trappola della frase magica
Nel campo della psicologia clinica abbiamo imparato che alcune persone tendono a essere particolarmente dure con se stesse, che alcune hanno pensieri compulsivi e altre fortificano le proprie convinzioni proprio attraverso ciò che si dicono. Da qui, nel tempo, la cosa è diventata molto semplice: se ti parli male, questo ti fa male, quindi smettila e inizia a parlarti bene. Tutto logico, derivabile da ciò che abbiamo appena detto. Peccato che le cose non funzionino così. O meglio, siano leggermente più complesse di così.
Se inizi a voler modificare ogni pensiero negativo che emerge, noterai una sorta di effetto paradosso: più cerchi di motivarti, tranquillizzarti, trattarti con gentilezza aspettandoti che funzioni come una formula magica, e meno ci riesci. Più ti accorgi che dopo esserti detto “vai che ce la fai”, una voce sordida ti risponde “ma va’ là, chi vuoi prendere in giro?”.
Te lo spiego così: la mente è un simulatore di realtà che tende costantemente a prevedere ciò che sta per accadere. Quando le indichi una direzione chiara e forte, tipo “questa sera mi raccomando, a letto entro le 10”, lei si chiede subito dopo “e cosa succede se non ci vado alle 10?”, perché sta simulando vari scenari. È il suo mestiere, non lo fa per dispetto.
C’è una differenza profonda che probabilmente nessuno ti ha mai spiegato, ed è quella tra le rappresentazioni volontarie e intenzionali che tu crei e quelle generate spontaneamente dalla tua mente. Scommetto che i dialoghi peggiori che fai con te stesso appartengono alla seconda categoria, e quasi mai alla prima. Eppure non ce ne accorgiamo, non ci accorgiamo di star cercando di controllare qualcosa di spontaneo con qualcosa di intenzionale.
Accorgersi, non sostituire
Facciamo un esempio. Se noto di dirmi frasi cattive e vessatorie del tipo “sei stupido, è inutile che ci provi”, frasi che emergono spontaneamente in risposta a un pensiero o a un’esperienza, posso provare a confutarle intenzionalmente: “ma no, sei una persona intelligente, stai solo passando un periodo difficile, smettila di offenderti”. Da un lato potrebbe funzionare, dall’altro no. Dipende.
Funziona se sai che quelle parole non fermeranno il tuo dialogo spontaneo interno. Se invece le usi come legna per spegnere il fuoco, cioè cerchi di dirti tante cose carine per interrompere la spontaneità delle cose negative, allora spesso si trasforma in una trappola. In quel contesto lo scopo del dialogo interiore dovrebbe essere solo accorgerti che ti stai trattando male, già questo ha un ottimo effetto, e poi provare a trattarti bene, ma senza l’aspettativa di riprogrammarti una volta per tutte.
Aspettarsi quella riprogrammazione genera attese irrealistiche che nel tempo faranno sì che tu ti tratti ancora peggio. Ti ho parlato tante volte di self-kindness, e mi auguro tu abbia iniziato a usarla come strumento quotidiano. Ma qui è ancora più importante: nel momento in cui cerchiamo di gestire il nostro mondo interiore, dobbiamo anche imparare a rispettarlo. Attenzione, però, perché rispettarlo non significa interpretarlo.
Il fatto che tu sia cattivo con te stesso non significa necessariamente che tu abbia un trauma da risolvere, un conflitto intrapsichico infantile da gestire, un complesso di personalità da districare. Semplicemente siamo fatti così, e a volte prenderla con consapevolezza e gentilezza è tutto ciò che ti serve per ripristinare la naturale tendenza della mente all’auto-regolazione.
Fidarsi del processo
Se c’è una cosa che insegno praticamente a ogni mio allievo, diretto o indiretto, è proprio questa: riacquisiamo fiducia nel fatto che, nelle giuste condizioni, tutti noi siamo in grado di auto-regolarci e in alcuni casi persino di auto-guarirci. Non è una speculazione filosofica, è ciò che accade quando smettiamo di grattarci la ferita appena fatta, consentendo al corpo e alle piastrine di prendersi il tempo necessario per rimarginarla.
Quindi, per tirare le fila di questa riflessione: sì, parlarti dolcemente fa bene, ma solo se lo fai dopo esserti accorto di trattarti male. E solo se non cerchi di fermare, bloccare e zittire quella parte che ti maltratta. Lo scopo è accorgersene ed essere gentili, non sostituire quella voce con un’altra.
Perché se ti dici che sei uno sfigato e poi ti rispondi che invece sei un figo, non ti aiuti affatto: ti lanci in una montagna russa di continue auto-svalutazioni e auto-rivalutazioni. Una lotta nella quale il ring sei sempre e solo tu. Il dialogo interno è un feedback che dai a te stesso, un modo per fare ordine nel disordine, non un programma da installare per evitare il dolore necessario.
Prova a tenerne conto questa settimana: nota quando ti tratti male, accoglilo con gentilezza, e poi torna a ciò che stavi facendo. Senza pretendere nulla. Vedrai che, nelle giuste condizioni, la tua mente sa fare molto più di quanto credi.
A presto
Genna



