
Chiunque si sia mai avvicinato ad un corso di comunicazione negli ultimi 30 anni ha sentito questa frase: non si può non comunicare. E se segui il mio lavoro probabilmente sei anche stufo di ascoltarla. La maggior parte della divulgazione in questo ambito si ferma qui, a metà dello scorso secolo ma in realtà questo tema è stato sollevato criticato diverse volte. La critica più nota è stata del mitologico Umberto Eco, che come sentirete nell’episodio è stato molto rapido nella risposta in termini storici. Se per caso non avete mai sentito parlare di queste cose, fa lo stesso, nell’episodio vi spiego tutto dal principio.
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Il non comportamento
Gli autori citati, in particolar modo gli eroi di Palo Alto partivano da un assunto ancora più radicale: non può esistere un non comportamento. Se guardiamo una persona seduta in aereoporto, può tranquillamente restarsene seduta senza fare niente e questo potrà già dirci molto su quella persona. Cioè anche se non fa niente, anche se non da alcun segnale, possiamo inferire diverse cose su quel non comportamento, perché in fondo comunica. Se uno sta seduto 1 minuto comunica poco, ma se uno si siede e non si alza per 3 ore comunica già molto, ad esempio che ha qualche problema nei movimenti. Tuttavia secondo Umberto Eco chi sta seduto senza fare niente non ha alcuna intenzione di inviare messaggi a nessuno, in fondo non sta comunicando perché non intende farlo e non lo sta facendo.
La questione si complica quando c’è di mezzo la relazione. Se qualcuno si avvicinasse al signora seduto e gli chiedessw: “buon giorno posso chiederle cortesemente perché è seduto lì da 3 ore?” qualsiasi tipo di risposta (o non risposta) sarebbe comunque una comunicazione. Se risponde, sta ovviamente comunicando, se non risponde, sta comunicando che non ha voglia di farlo, che non capisce la nostra lingua o forse è sordo o sta così male da non riuscire a farlo. Quel non comportamento NON è neutro! Questo ovviamente non ci invita ad interpretarlo senza avere ulteriori indizi ma di per se, il fatto che faccia o non faccia niente ha un effetto informativo su chi lo sta guardando in quel contesto.
Facciamo un altro esempio: come sai viaggio parecchio in treno e in questo momento sono proprio su un bel trenino (chiaramente in ritardo), poco fa ho deciso di farmi un piccolo pisolino. Prima di farlo mi sono organizzato in modo che nessuno potesse rubarmi niente (purtroppo mi sono capitati un paio di furti in questi anni e ci sto attento) e mi sono guardato attorno. Nel mio vagone, semi vuoto, ci sono solo 3 persone. Una sta guardando un film sul tablet e le altre due stanno dormendo. Anche se queste persone non stanno comunicando con me, io posso trarre da loro le informazioni necessarie per valutare o meno se sia sicuro (o meno) fare un pisolino. Se quelle 3 persone fossero state 3 amici ubriachi intenti a fare piccoli atti di vandalismo, non credo mi sarei addormentato serenamente.
Invece il tizio che guarda il tablet, e gli altri 2 che dormono, anche se non vogliono dirmi proprio nulla, inevitabilmente lo stanno facendo! Per Umberto Eco le cose non stanno così, sono io che sto leggendo in quei segni quei possibili o non possibili comportamenti. Il caro Eco aveva ragione dal punto di vista della semantica, ma non tanto della pragmatica, cioè è vero che quei segni non veicolano per tutti un significato ma è vero che, nel mio contesto, con i miei obiettivi (cioè dormire serenamente) lo veicolano eccome. Per me un tizio che si chiude frettolosamente in bagno non ha alcun significato (se non immaginare che gli “scappi di brutto”) ma per un controllore potrebbe invece dire: forse si sta nascondendo perché non ha il biglietto. Dunque la nostra presenza comunica costantemente ma non a tutti e non sempre nello stesso modo.
Le analisi di Eco erano soprattutto rivolte allo studio dei media, ad una comunicazione di massa, lo studio di Palo Alto era al contrario rivolto alla interazione tra poche persone nello studio della terapia. Dato che nella psicologia con comunicazione, di solito, intendiamo quella interpersonale, allora è chiaro che l’assioma sembra calzare sempre a pennello. Tuttavia la questione è ancora più complicata di così: infatti anche se il tizio davanti a me sta dormendo, potrebbe sempre svegliarsi, potrebbe fingere, potrebbe essere stato addormentato apposta per un furto di massa. Ok, sto esagerando ma spero di essermi spiegato, non esisterbbe una reale interpretazione di quei segni ma solo delle ipotesi. Cosa darebbe davvero senso a questa scena?
Contesto e relazione
Il contesto che ci dice che siamo in treno: personalmente mi sento più sicuro ad addormentarmi su una freccia che fa poche fermate rispetto ad un regionale. Se poi nel regionale fossi seduto accanto alle porte di uscita sarei ancora meno disposto ad addormentarmi. Poi ci sono le mie esperienze passate che contribuiscono a colorare la scena: mi hanno già derubato in treno, quindi percepisco una maggiore allerta. E poi la parte pricncipale: sua maestà la relazione. Poco prima che il signore davanti a me si addormetasse abbiamo scambiato due parole mi ha detto che anche lui si ferma a Padova, mi ha detto che fa il commercialista. Insomma non è un completo sconosciuto, il suo addormentarsi è anche il segnale del fatto che, in parte, si fida del contesto e si fida della relazione.
Tra l’altro girano da un po’ alcuni studi (devo ammetterlo non so quanto siano solidi ma li riporto comunque) che dicono che quando siamo accanto ad una persona che amiamo, ci sentiamo mediamente più addormentati. Non perché ci annoi ma perché ci consentiamo di abbassare la guardia, ci fidiamo a tal punto, da poterci addormentare. Ora Eco non aveva torto, il fatto che non si possa non comunicare non significa che ogni tipo di comunicazione sia intenzionale o vada a buon fine. Il fatto che io mi sia appisolato sul treno può comunicare al mondo che: sono stanco, mi fido del prossimo, sono svenuto, sono ubriaco, faccio finta. Insomma troppe cose, non esiste un significato univoco a questi gesti ma la verità è che non è mai esistito.
Infatti gli unici gesti non verbali che hanno un significato univoco sono quelli emblematici, come il pollice in sù quando qualcuno ci chiede se va bene qualcosa. O l’annuire con la testa per fare altrettanto o gestacci che indicano che ci siamo antipatici, come il famoso “dito medio”. Ecco prendiamo questo per fare un esempio: io potrei grattarmi il volto usando proprio quel dito e tu potresti restarci male, pensando che in fondo io l’abbia fatto apposta. Alcuni affermano che le cose stiano esattamente così: se qualcuno ti mostra quel dito inconsapevolmente, significa che sotto sotto voleva comunicarti che gli stai antipatico. Quel dito, che solitamente viene usato in modo emblematico, può anche sfuggire alla coscienza e mandare a quel paese in modo inconscio?
Non sappiamo la risposta, secondo me conta molto il contesto e le abitudini di chi abbiamo di fronte. Il punto è che anche se quella persone non vuole segnalare nulla, anche se non lo conoscete, forse quel dito attirerà la vostra attenzione e forse anche le vostre difese. Non è intenzionato a comunicare ma lo fa lo stesso e non può sottrarsi a questa dimensione e anche alla eventuale responsabilità. Tanti anni fa avevamo un prof leggermente anziano e ribambito, bambini delle medie se ne accorgono subito ed abbiamo iniziato a prenderlo in giro. Alcuni facevano proprio quel gesto in modo velato, magari alzando la mano e invece di usare l’indice usavano il medio. Non sono fiero di questo ma eravamo dei ragazzini stupidi.
Il prof era anziano ma non era davvero rinbambito, si era accorto che qualcosa non andava, c’erano troppe risatine. Poi un nostro compagno di classe alza la mano, con l’indice, e il prof cosa vede? Un bel medio, lo prende e lo scaraventa (letteralmente e fisicamente) fuori dalla classe. Qui ci sarà stato un mix tra priming del gesto e quel povero ragazzo che ha alzato la mano nel momento sbagliato. Il punto che molto modestamente cerco di avanzare (e di cui non sono davvero certo) è che forse è stato sottovalutato il fatto che il nostro cervello non possa fare a meno di interpretare ciò che vede. E la nostra percezione, essendo disegnata per farci sopravvivere, prende ciò che arriva (o che non arriva) sempre in modo informativo.
Magari non è sempre vero che è impossibile non comunicare… ma è sempre vero che, di fronte ad uno stimolo, diventa impossibile non interpretare. Il che, dal punto di vista relazionale equivale a dare ragione ai ragazzi di Palo Alto. Forse ho capito male la diatriba, ma aspetto qualche semiologo che mi venga a dare una interpretazione differente.
Vi aspetto
Genna



