
Ti è mai capitato di leggere qualcosa, magari anche una pagina intera e poi accorgerti che non stavi capendo ciò che leggevi? Oppure di cercare di ricordare il nome di qualcuno ma di non riuscirci e pensare di averlo sulla punta della lingua? Oppure stavi litigando con un amico quando ti sei accorto di star esagerando ed hai iniziato a scusarti con lui? Questi scenari molto diversi tra loro hanno qualcosa in comune, la capacità meta-cognitiva. Cioè la capacità di accorgerci dei nostri contenuti mentali. Nel primo caso ci rendiamo conto di non capire, nel secondo di non ricordare un nome ed infine nel terzo, di una nostra reazione emotiva eccessiva o mal direzionata. Per anni l’abbiamo vista come qualcosa di molto astratto, quasi filosofico, ma oggi sappiamo che si tratta di una delle funzioni più importanti del cervello…
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Meccanismi di controllo
Secondo Michael Tomasello la differenza fondamentale tra rettili e mammiferi nasce da una flessibilità nel controllo inibitorio. Se guardiamo una lucertola agire ci sembrerà quasi di vedere una specie di robot in azione, parte, si ferma ma le sue scelte sembrano sempre molto nette. Proprio come un automa che segue una certa istruzione, poi vede un pericolo e si ferma di colpo. Mentre un mammifero, come uno scoiattolo o una marmotta (o il vostro gatto) sembra molto più fluido. Maggiormente in grado di cambiare decisione mentre si sposta. Questi controlli superiori sono ciò che si è dovuto sviluppare filogeneticamente (dai nostri antenati ad oggi) per giungere fino a noi, che come dicevano già diversi filosofi: siamo condannati a scegliere.
Pensaci, se avessimo degli istinti pre-ordinati e fissi come molti altri animali non dovremmo preoccuparci di avere successo riproduttivo. Scatta la stagione degli amori, ci facciamo trovare nel posto giusto al momento giusto ed è fatta! Ecco per noi le cose sono più complesse di così. Ovviamente anche noi abbiamo risposte fisiologiche innate ma possiamo, con vari gradi di libertà, cercare di modificarle in base ai nostri obiettivi. Ad esempio, non mangiamo subito ciò che troviamo per poterlo portare alla nostra tribù, in vista di un inverno lungo. Certo lo fanno anche gli scoiattoli (e in effetti sono molto vicini a noi, più di quanto si immagini) ma noi possiamo lavorare anche per anni, dilazionare i risultati per decenni prima di raccogliere qualcosa.
Per approfondire tutta questa faccenda ti invito ad ascoltare (e leggere) questo episodio dedicato proprio al lavoro di Tomasello. Ecco cosa sarebbe la famosa meta cognizione, un meccanismo di controllo. Il termine a me non fa impazzire e preferisco vederla come consapevolezza, il diventare consapevoli di ciò che ci passa per la testa, anche perché in realtà, non abbiamo tutto questo “controllo”. Puoi imparare a diventare spettatore dei tuoi contenuti interiori (pensieri, emozioni, scopi, ecc.) ma non sempre puoi riuscire a controllarli, anzi direi quasi mai. E’ più realistico affermare che puoi capire cosa si muove dentro di te ed agire nonostante ciò verso le cose rilevanti in quel contesto. Non ci riusciamo sempre ma questo idealmente è proprio lo scopo di una vera azione flessibile, riuscire ad agire verso un obiettivo, adattandoci a ciò che accade (sia fuori che dentro).
Lo studio che ha dato vita questa puntata (questo) mi piace parecchio perché individua meccanismi e strutture cerebrali implicate proprio nella metacognizione. Dimostrando ciò che sospettiamo da sempre: che non si tratti di una fantasia filosofica sul pensare ma di qualcosa di molto più realistico. Chiunque pratichi la meditazione ci metterebbe la mano sul fuoco sul fatto che non sia “un semplice pensare”, tuttavia avere ulteriori evidenze è qualcosa che dovrebbe aumentare la motivazione dei praticanti (e dei non praticanti). E allo stesso tempo, continuare a togliere veli di mistero su questa pratica millenaria, con tutto il dovuto rispetto per gli aspetti tradizionali e religiosi che le accompagnano.
Da sempre sappiamo di prendere molte decisioni durante la giornata, anche troppe! La maggior parte di esse avvengono quasi in automatico. Ma non sappiamo che queste vengono spesso valutate sulla base di quanto siamo sicuri di prenderle o meno. E’ questo che ha fatto il gruppo di ricerca, ha analizzato la nostra sicurezza personale nelle decisioni che prendiamo. Ed ha scoperto che lo facciamo praticamente sempre, il cervello attua delle micro valutazioni anche su azioni che facciamo quotidianamente. Anche quando ci sembra di agire con il pilota automatico, dentro di noi c’è una sorta di controllore che cerca di capire se quello che facciamo è adeguato o meno.
La consapevolezza non è acqua
Diventare consapevoli o semi-consapevoli di cosa ci gira per la testa dunque, non è l’unico tipo di meta cognizione che attuiamo. Ne esistono a diversi livelli. Ora il tema che spesso emerge è qualcosa del genere: “ovvio se sbagli c’è un sistema di feedback che riporta tutto allo stato attuale”. Se stai camminando e ti accorgi di aver sbagliato strada, semplicemente torni suoi tuoi passi. E’ nel momento in cui ti accorgi di sbagliare che emerge la capacità meta-cognitiva. Quindi di per se non sarebbe altro che una sorta di accorgerci se siamo sicuri o meno di ciò che ci passa per la testa e di ciò che stiamo facendo. Questo chiaramente ha a che fare con l’esperienza, come fai a sapere se stai prendendo la strada giusta se non sai dove stai andando? Banale ma vedrai importante per capire questo concetto fondamentale.
La meta-cognizione diventa particolarmente visibile quando sbagliamo non perché sia il campanello d’allarme dell’errore. Altrimenti l’avremmo chiamata “campanello di allarme”, il che un pizzico sarebbe stato vero, ma è qualcosa di ancora più profondo. L’errore ci aiuta perché è il momento in cui diventa evidente che abbiamo fatto qualche “passaggio mentale erroneo” ma quella non è la consapevolezza di per se, diventa più evidente nell’errore. Infatti se gli errori sono troppo intensi, emotivamente troppo carichi, solitamente non ci accorgiamo neanche dell’errore, o meglio non riusciamo a vederlo come una semplice operazione mentale ma come una “condanna”. Si dice tecnicamente: ci fondiamo con il giudizio che diamo a noi stessi.
Quando invece stiamo bene, siamo presenti o cerchiamo di allenarci (con la meditazione) diventa paradossalmente meno facile notare i movimenti dei contenuti interiori. Proprio come funziona il nostro corpo fisico: non ti accorgi di avere le gambe fino a quando non iniziano a farti male. Ecco con la mente succede qualcosa del genere, la meditazione è una sorta di mini laboratorio dove, date le condizioni (immobilità, occhi chiusi, ecc.) diventa più semplice osservare anche i movimenti più piccoli, anche quelli solitamente sotto traccia. Tale abilità di certo agisce sulla base delle conoscenze, cioè se io non so cosa sto facendo che tipo di errore dovrei osservare? All’inizio ti chiedono di osservare quando ti distrai e poi tornare al respiro o alle sensazioni del tuo corpo. Ma non è il contenuto il punto, cioè non è il renderti conto di aver perso “il conto” ma di aver perso la consapevolezza.
Ecco che qui diventa davvero consapevolezza. Cioè non è solo l’accorgerti di aver valutato male l’acquisto di quelle scarpe, perché magari ne avevi già un paio simile. Il che è già meta cognitivo ma a partire sempre dal pensiero. E’ un accorgerti che tu hai sempre un mondo interiore in subbuglio e che, puoi imparare ad osservarlo senza reagirvi. Cioè ti puoi accorgere che sei pentito per aver comprato le scarpe non adatte e lasciare andare quel pensiero per tornare su ciò che è importante per te in quel frangente. Questo al di là del contenuto e dell’emozione associata. Ecco questo passaggio è più difficile, a volte ci riusciamo dopo un po’ di riflessione (spesso proprio concettuale) ma attraverso la meditazione possiamo toccare con mano che non si tratta di un semplice “sapere che stiamo sbagliando perché conosciamo la strada” è un sapere che qualcosa succede … e basta!
Il tema è identico a quello dell’attenzione perché, in fondo, si tratta sempre di quelle strutture cerebrali. Fino a quando non si inizia a studiare e approfondire l’attenzione (con la meditazione o attraverso il mio primo libro) si pensa che la quantità di attenzione che diamo alle cose dipenda esclusivamente dal nostro desiderio e da quanto è attraente quell’oggetto. Non è vero, dipende anche da quanto siamo allenati a reclutare intenzionalmente l’attenzione, anche quando l’oggetto non è così interessante. Il che non significa che devi romperti le scatole a fare cose che non ami ma significa che, se dovessi farlo, riuscire a reclutare la tua attenzione farebbe una profonda differenza. Anche perché, ciò a cui dai attenzione può diventare più importante al di là del suo significato intrinseco. Per questo l’attenzione di certo dipende dagli oggetti ma non solo, dipende anche da noi, è una funzione indipendente.
Il motore meta-cognitivo: l’attenzione
Vedi se l’attenzione dipendesse solo dagli oggetti, l’accorgerti degli errori dipendesse solo dalla tua esperienza passata, allora noi saremmo come degli automi che si muovono in base agli stimoli che ricevono. In parte siamo così per davvero: siamo pigri, tendiamo a rispondere con pensieri e gesti abitudinari ecc. Siamo più influenzati dagli stimoli esterni di quanto ci piaccia pensare come hanno dimostrato tutte le ricerche sulla ergonomia prima e sul nudge poi. Per fortuna però abbiamo anche un piccolo margine di manovra, e questo margine consiste proprio nelle capacità meta-cognitive. Per usare una analogia che per me è quasi perfetta scelgo ancora una volta il parallelo tra mente e corpo.
Attenzione e meta-cognizione sono come forza e resistenza. Puoi applicare queste abilità a qualsiasi cosa, tutti ne siamo dotati in una qualche misura e tutti possiamo rinforzarli in vari modi. Credere che l’attenzione dipenda solo dagli oggetti sarebbe come pensare che utilizziamo la forza solo quando alziamo i pesi in palestra, in realtà la usi anche in questo momento per mantenerti in equilibrio, per gestire i vari movimenti dentro e fuori da te ecc. Qui entra in gioco un tema che adoro: il transfer. Cioè la possiblità di apprendere qualcosa e quanto questo apprendimento si trasferisce su altri compiti. Divento forte ad alzare i pesi, quanto questa forza riesco ad applicare quando alzo le borse della spesa? Ecco se parliamo di schemi motori, dipende dallo schema motorio, ma se parliamo di forza in se… la forza è sempre trasferibile.
Così come la consapevolezza è sempre trasferibile. Cioè se diventi più consapevole di te stesso leggendo un libro che parla di psicologia, cosa possibile e si spera anche auspicabile, tale consapevolezza non resta dentro quel libro ma si trasferisce a diversi domini della tua vita. La tua capacità di leggere un testo complesso per 30 minuti si trasferisce immediatamente ad altri testi di pari complessità, al di là del contenuto che stai leggendo. Ovviamente tutto questo a parità di conoscenze pregresse: se leggi un libro di formule matematiche ma non le conosci, hai voglia a starci 30 minuti. Ma se sei allenato a riconoscere quei segni e a fare quei ragionamenti, ecco che tutti i libri di matematica simili ti sembreranno approcciabili allo stesso modo.
Il motore meta-cognitivo consiste (in gran parte) nella tua consapevolezza, nella qualità della tua attenzione. Se in palestra desideri allenare solo forza più che la resistenza, dovrai fare esercizi specifici. Se poi desideri farlo su gruppi muscolari specifici, dovrai fare esercizi di isolamento di quei muscoli. Ecco la meditazione è un ottimo esercizio di “isolamento mentale”, nel quale apprendi gradualmente ad osservare l’attenzione stessa. Proprio come quando ti concentri solo sulla forza, sullo spingere in palestra al di là del tipo di esercizio che stai svolgendo. Se ti alleni lo sai, puoi decidere di fare un esercizio semplice in modo più intenso, anche al di là di variabili ben visibili. Ad esempio puoi fare un plank con il corpo abbastanza teso o tesissimo, in base al tuo scopo e alle tue intenzioni.
Ovviamente questo non significa che puoi diventare enorme alzando 2kg, dovrai comunque cercare di migliorare se vuoi diventare più forte. Ecco la meditazione funziona più o meno nello stesso modo. Ma non solo, anche lo studio e tutto ciò che riguarda la nostra sfera mentale, compresa la gestione delle emozioni. Che per quanto ci possa sembrare strano, sono anch’esse dei contenuti mentali, certamente ad un livello differente dai pensieri (parole e immaginazioni dentro di noi) ma che possono diventare a loro volta, oggetto di osservazione da parte della consapevolezza. Il che ci dice tra l’altro una cosa fondamentale di come funzioniamo: noi non siamo i nostri contenuti interi
La ricaduta pratica della meta cognizione è esattamente questo: accorgerci che non siamo i nostri contenuti interiori. Questo genera uno spazio tra i tuoi pensieri, emozioni e sentimenti e ti consente di osservarli per quello che sono. In alcuni campi viene definita disidentificazione, in altri defusione, in altri ancora decentramento… è sempre lo stesso principio. Che viene confermato ancora da questi incredibili studi. Io sono super affascinato…
A presto
Genna



