Hai mai cercato di aiutare qualcuno ed invece di ricevere riconoscimento, ci hai litigato? Oppure sentirti attaccato, poi incompreso e alla fine stremato nel tentativo di farti capire? A volte non stiamo discutendo davvero ma stiamo recitando, interpretando ruoli sociali al di fuori della nostra consapevolezza. Sembra assurdo ma a volte finiamo in quello che i miei colleghi chiamano Triangolo Drammatico… a quel punto il problema non è più cosa dici e come lo dici ma che ruolo stai ricoprendo senza saperlo.

Triangoli e relazioni

Chiunque sia un po’ appassionato di psicologia ha sentito parlare di questo Triangolo Drammatico. Si tratta di un fenomeno molto più comune di quanto ci piaccia pensare, infatti ogni volta che interagiamo con qualcuno tendiamo ad impersonare un certo tipo di ruolo (che ne siamo consapevoli o meno). Tale ruolo spesso non dipende solo da te ma dall’interazione stessa, quando accade fuori dalle nostre consuete relazioni è abbastanza evidente, diventa invisibile invece quando ci succede con le persone che conosciamo bene, perché siamo noi stessi co-creatori di quella dinamica. Vediamo alcuni esempi…

Sei per strada e vedi una coppia di ragazzi che litiga, uomo e donna. Lui è grosso e corpulento, lei piccola ed esile. Lui urla agitando le braccia in modo minaccioso, lei arretra spaventata. Da bravo cavaliere prendi coraggio ed intervieni intimando all’uomo di smetterla di urlare e minacciare la povera ragazza. A quel punto possono accadere diverse cose: entrambi potrebbero girarsi e dirti di farti gli affari tuoi, perché stanno discutendo di cose private e che lui non l’ha mai sfiorata con un dito. Oppure, può capitare che sia solo lui, l’aggressore, a dirti di sparire… e a quel punto…

A quel punto lui ha riconosciuto la tua figura di salvatore diventando automaticamente l’aggressore e lei la vittima. In questo momento è molto chiaro cosa sta succedendo, tu stai salvando la povera ragazza. Lo so, questo scenario è fin troppo semplice da osservare, ma ti assicuro che anche se è vistoso, quando ci siamo in mezzo facciamo fatica a riconoscerlo. Se la cosa accade poi in una situazione a te nota, la cosa diventa ancora meno visibile: un tuo collega se la sta prendendo con il nuovo tirocinante perché ha fatto un errore nella stesura di un contratto. Tu intervieni per stemperare i toni.

Il tuo intento è magari solo quello, far sì che il tuo collega non sia troppo duro. Ma non appena intervieni ti poni nel ruolo del salvatore, a quel punto, se anche solo inizi a percepirti in quel modo (o il tuo collega lo percepisce) potresti iniziare a comportarti di conseguenza. Quindi inizierai a fare di tutto affinché il povero tirocinante (la vittima) sia salva e che il tuo collega abbassi la voce… cosa mai potrebbe andare storto? Beh lo sai, il tuo collega potrebbe sentirsi all’improvviso spodestato dal suo ruolo di tutor ed iniziare a prendersela con te. Per lui sei tu l’aggressore, lui è la vittima… e adesso?

Questa cosa sembra assurda ma succede sempre. Noi non comunichiamo a partire dalla parole che diciamo ma dalle posizioni relazionali che assumiamo. Tutti conosciamo qualcuno di troppo assertivo, che ama dare ordini alle persone intorno a se al di là di ruoli lavorativi. Se siamo amici e sappiamo come si comporta la cosa ci fa sorridere, magari di tanto in tanto gli diciamo “si capo ricevuto” ma cosa succede se non accettiamo quella posizione senza consapevolezza? Ci irritiamo, “ehi ma chi ti credi di essere, chiedimi le cose gentilmente”.

Smascherare il ruolo

Quando meta comunichiamo dicendo “si capo” stiamo cercando di smascherare il ruolo attraverso un’analisi ironica della relazione in corso. La cosa che spesso resta invisibile è che quando accogliamo quell’ordine stiamo implicitamente dando il permesso a quella persona di continuare ad usare quel tono. Ora, lascia che sia molto chiaro, se è davvero una persona a cui vuoi bene di solito lasci stare, sai che è fatta così e in quel modo rispondi in modo flessibile, magari con la battuta (si capo). Quando invece non ce ne accorgiamo, magari rispondendo in modo automatico, potremmo sentirci come incastrati.

E così scattano tutte le paturnie: “devo dirglielo prima o poi che non può comportarsi in quel modo”. Ed è sacro santo pensarlo ed immaginarlo il punto è, sei sicuro che lui/lei siano sufficientemente consapevoli da rendersi conto di come comunicano? Sei sicuro di voler e dover ogni volta smasc0herare il ruolo? Non sempre è così utile come sembra. Qui scatta quella cosina che chiamiamo “responsabilità relazionale”, entrambe le parti se ne devono assumere un pezzo ma chi lo fa per prima ha un certo vantaggio. Quando inizi a capire che il tuo amico fa spesso così, che non vuole davvero sottometterti allora sei libero di rispondere.

Puoi sia controbattere nel momento opportuno e sia lasciar andare, qui sei davvero libero. Sei libero solo quando ti rendi conto che la tua risposta migliore non è cercare di educare il tuo interlocutore ma di educare te stesso. Al contrario se te ne accorgi ma vuoi a tutti i costi che anche lui lo sappia, che si adegui perché altrimenti tu gli farai capire chi è comanda, allora diventi vittima di un circolo relazionale. Attenzione, con alcune persone è giusto difendersi ma stiamo attenti perché se non ci sentiamo responsabili non riusciremo mai a rispondere in modo adeguato alla situazione. Sarà sempre un atto di difesa, rigido e a volte più pericoloso per noi che per gli altri.

Le difese e il mancato riconoscimento della situazione ci fanno ruotare da un ruolo all’altro. Tu mi aggredisci ed io inizio a sentirmi vittima, ma poi mi arrabbio e ti faccio vedere io, alzo la voce e di colpo diventi tu la vittima. Oppure arriva qualcuno da fuori che fa una battuta ed entra a far parte del triangolo, diventando il salvatore oppure un nuovo aggressore o una nuova vittima. Vediamo queste situazioni spessissimo perché come già detto, sono riduttori di complessità, questi ruoli non sono solo sociali (in termini ontologici) ma sono incorporati nella nostra biologia.

Due persone che entrano in conflitto e alla fine uno dei due trionfa, facendo sentire a volte l’altra persona vittima della situazione, non lo fanno solo per sembrare più fighi, lo fanno perché evolutivamente chi vince una disputa ha maggiori probabilità di sopravvivenza. Lo so che si finisce sempre per citare Darwin ma alla fine è lì che spesso si annidano le spinte più intense del nostro comportamento, ora vediamo cosa fare per riuscire a gestire queste sottili dinamiche.

Non devi comunicare meglio devi relazionarti meglio

Non devi imparare a dire o fare cose strane per uscire da questa dinamica ma devi accorgerti per prima cosa di esserci dentro. E vuoi sapere una cosa, ci siamo tutti un po’ dentro se analizziamo la nostra storia personale. La cosa più importante non è uscire dalle relazioni (se non necessario) non è evitare o uscire dai conflitti il prima possibile, ma è uscire dalla posizione. La qual cosa non è affatto semplice, perché prima dobbiamo “uscire noi dalla posizione” e poi, attraverso le nostre risposte a partire da quella posizione, possiamo migliorare la situazione.

Allora qui sta il passaggio più complesso: accorgerti di essere diventato la vittima, di comportarti da vittima è il primo step per iniziare a rispondere in modo diverso. Invece di lamentarti magari chiederai più rapidamente scusa se ti accusano di aver sbagliato e magari chiederai cosa puoi fare per rimediare, assumendoti le tue responsabilità. Questo non cambia solo la tua posizione ma anche quella delle persone intorno a te, le quali spinte dal gioco potrebbero cercare ancora di farti sentire vittima ma se tu, continui a mantenere la tua consapevolezza e il tuo genuino desiderio di responsabilità, potrai cavartela.

Attenzione, responsabilità non significa che ti devi prendere le colpe, significa riconoscere il tuo eventuale coinvolgimento nel modo più oggettivo e dimostrabile possibile. E’ un po’ come se il triangolo si reggesse su una delega della responsabilità e, quando qualcuno ha il coraggio di riprendersela, lo schema inizia a scricchiolare. Non è affatto facile ciò che stiamo descrivendo la cosa più rilevante di tutte è cercare di innaffiare i propri semi della consapevolezza, cercare di diventare consapevoli del ruolo da cui stiamo parlando.

Al termine di questo post chiedo perdono a tutti i miei colleghi esperti di Analisi Transazionale che avranno visto con quanta leggerezza ho trattato un tema così profondo. Mi auguro che questo episodio aumenti la consapevolezza delle persone per decidere di andare ad approfondire… lo so è una utopia ma conosco il mio pubblico… chi è arrivato fino a qui probabilmente ha già approfondito 😉

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.