Sentirsi soli non è solo una semplice sensazione, numerosi studi stanno dimostrando che vivere da soli, percepire con più forza lo stato di solitudine, ha effetti concreti sul nostro cervello, sulla sua fisiologia e sulla sua anatomia. Un cervello che passa troppo tempo da solo perde forza, materia grigia, capacità plastica e molto altro. Esattamente come il nostro corpo tende a rattrappirsi se non lo muoviamo anche il cervello ha grossi effetti negativi se non interagiamo…

La neuroplasticità

Una delle scoperte più incredibili degli ultimi decenni è la capacità del nostro cervello di adattarsi in base alle esperienze che vive. Fino a pochi decenni fa eravamo convinti che il cervello terminasse la propria maturazione molto presto (circa 11 anni) e che, una volta completata non potesse più in alcun modo modificarsi. Certo sapevamo che esisteva l’apprendimento, ma sapevamo anche che chi è più giovane impara decisamente più velocemente e prima e anzi, in alcuni casi eravamo convinti che dopo una certa età apprendere fosse solo una sorta di illusione, un recupero di cose che già sapevamo fare… ebbene non è così.

Noi impariamo per tutta la vita ed è il nostro cervello a consentircelo, solo che ovviamente più invecchiamo e più necessita che tali sessioni di apprendimento siano intenzionali. Torniamo al tema di oggi, stare da soli, provare solitudine incide profondamente sul nostro cervello ma perché? La risposta potrà sembrare scontata ma non la è: l’esercizio più complesso ed impegnativo che deve fare il nostro cervello non è la meditazione, calcoli matematici o il sodoku ma è l’interazione sociale. E’ l’interazione sociale la più grande palestra cerebrale senza la quale è come se stessimo stesi a letto per mesi senza usare il corpo.

Così come chi resta a letto per un incidente per mesi dopo avrà bisogno di riabilitazione del movimento. I muscoli tendono facilmente dopo poco a perdere tonicità e capacità contrattile (purtroppo a tutte le età e più cresciamo più lo fa velocemente) lo stesso succede al cervello. Se ci pensi sia per i muscoli che per il cervello non è una questione positiva o negativa, non è che perdono smalto perché gli piace ma per risparmiare energia. Perché dover mantenere una dispendiosa massa muscolare se non viene usata? Perché dover usare molto il cervello se gran parte della sua attività (quella sociale) non è richiesta?

Purtroppo da ciò che sappiamo questo fenomeno non dipende dalla quantità di persone che abbiamo intorno ma dalla qualità delle interazioni che abbiamo. Se ad esempio vivi in una città, in un condominio pieno di persone, lavori in un’azienda con migliaia di persone ma, non interagisci mai con loro, non ti senti incluso in nessun gruppo, allora sarà come vivere da solo… anzi peggio! Peggio perché da un lato avrai tutto lo stress di queste masse di persone ma non avrai il controaltare della regolazione emotiva delle persone intorno a te.

Come abbiamo visto diverse volte ci sono evidenze che mostrano che anche il semplice “fare la spesa e andare al bar” regolarmente possono diventare dei rimedi per la solitudine. Allora che differenza c’è tra chi vive immerso nelle persone ma si sente solo e chi invece, pur avendo la stessa quantità di intearazione vive meglio? Le variabili sono molte ma quella per noi più interessante è il tuo desiderio, la tua intenzionalità, nel voler trovare una connessione. Non basta uscire di casa, devi anche desiderare di interagire con qualcuno.

Interagire non ci piace

In uno studio di qualche anno fa alcuni pendolari venivano fermati e reclutati per un esperimento mentre erano in stazione. I miei colleghi li fermavano e chiedevano loro se durante la tratta amassero conversare con qualcuno. Alcune persone hanno subito dichiarato che a loro faceva piacere ma era una piccola percentuale rispetto alla maggioranza, la quale non amava interagire: “Già devo andare a fare un lavoro che non amo se poi mi devo anche rompere le scatole con altri sconosciuti che tristi vanno verso il proprio patibolo”.

I miei colleghi hanno selezionato solo pendolari che non volevano interagire e poi gli hanno chiesto: “se dovessi farlo quanto sarebbe spiacevole per te?” la maggior parte delle persone ha risposto una spiacevolezza significativa, in pratica erano tutti più o meno concordi con l’idea che sarebbe stato faticoso, noioso e contro producente. A quel punto i miei colleghi offrivano una piccola cifra in cambio di un semplice comportamento: “cerchi di attaccare bottone durante la tratta e cerchi di parlare con questa persona per almeno X minuti” (non ricordo i minutaggio esatto ma se non sbaglio 5 minuti). Prima di salire sul treno compilavano un rapido questionario per capire come si sentivano e come immaginavano andasse la conversazione.

Loro malgrado queste persone hanno seguito l’indicazione e, quasi tutti, hanno riferito di sentirsi bene e che anzi avrebbero di certo ripetuto l’esperienza in futuro. Interagire con gli sconosciuti, anche se prevediamo che non ci piacerà, tende ad aumentare la nostra felicità. Lo so che può sembrare strano, soprattutto in questo periodo dove attraverso varie etichette iniziamo a pensare di “non essere portati alla relazione”… in realtà lo siamo tutti, in misura diversa, tutti abbiamo bisogno di relazione! Questo ovviamente non significa andare ad elemosinarla dagli sconosciuti ma significa aprirsi maggiormente alla panoramica relazionale in cui siamo inevitabilmente inseriti.

Ma perché la maggior parte delle persone erano convinte che sarebbe stato peggio parlare con uno sconosciuto? Perché in sostanza se c’è una cosa davvero impegnativa per il nostro sistema nervoso è proprio l’interazione. O meglio, cercare di prevedere come andrà una interazione. Quante volte capita di pensare: “mi faccio quattro chiacchiere con quel mio amico” e poi magari parte e ci racconta la storia della sua vita, oppure iniziamo a litigare per la politica o la propria visione del mondo? Capita molto spesso, mentre la maggior parte delle cose che possiamo fare sono molto prevedibili l’essere umano lo è molto di meno.

Per parafrasare alcuni miei grandi colleghi del passato: se diamo un calcio ad una pietra possiamo misurare quasi quanta strada percorrerà e dove si fermerà, se diamo un calcio ad un cane questo si gira e ci morde. C’è una differenza profonda tra come reagiscono gli oggetti inanimati e quelli animati, questi solitamente sono molto meno prevedibili, ed è questo che ci fa pensare che potremmo disperdere eccessive energie nel metterci in interazione. Lo so sembra strano ma le cose funzionano più o meno così, noi cerchiamo sempre di risparmiare energia ed evitare tutto ciò che potrebbe, sorprenderci negativamente.

Come facevamo una volta?

Una volta la situazione era molto simile. Se tu sei nato come me in un paese piccolo scommetto che hai fatto qualcosa del genere: pur di non passare davanti a quel posto hai allungato il tuo percorso. Magari non perché ti sta antipatico chi potresti incontrare ma proprio per evitare di farti fermare, dover raccontare alcune cose, evitare di dover spiegare alcuni comportamenti ecc. Insomma da sempre cerchiamo di regolare le nostre energie stando attenti con chi abbiamo a che fare. Inoltre, le persone oggi vivono la strana illusione dell’accesso sociale, attraverso internet.

Chi mi segue lo sa, io adoro la possibilità di comunicare con tante persone in tempo reale, da sempre ho sognato una società simile. Tuttavia bisogna ammettere che l’uso eccessivo di alcune di tali tecnologie, come i social, può illuderci di avere connessioni che non abbiamo, la para socialità ci sta illudendo. Qualche anno fa, molto prima che instagram fosse così noto, un famoso comico italiano racconta qualcosa del genere: Ho mezzo milione di followere su facebook, mi si è bucata una gomma, ho chiesto aiuto e nessuno mi ha davvero soccorso.

Ok, questo è un caso particolare ma ci mostra bene la differenza tra avere un vero gruppo di amici e i numeri sui social. Se scrivo che ho bucato nella chat dei miei amici, scommetto che prima o poi qualcuno verrà in mio soccorso, se lo scrivo sui social non so. Certo, nel passato ho ricevuto un sacco di aiuti anche dai social, qualcuno di voi ricorderà quando un albero gigantesco ha distrutto la mia auto, ci abbiamo fatto anche una puntata che trovate qui. In quel caso un sacco di avvocati che mi seguivano hanno iniziato a darmi consigli e dritte su come comportarmi.

Ma questo è diverso da prendere l’auto, attraversare la Città, magari di notte ed andare a soccorrere un amico. Così come il web ha resto tutto più liquido, per usare la famosa metafora di Bauman, sembra aver fatto lo stesso con le relazioni. Non ho mai usato una app per appuntamenti (non perché sia contrario ma perché sono felicemente sposato da 15 anni) ma immagino che se la utilizzassi avrei un problema simile. Cosa mi importa di impegnarmi con la tal persona se tanto mi sembra di averne un sacco a disposizione “da testare”.

Oggi sappiamo che i social possono nuocere a causa della ricompensa continua che generano. Sappiamo che ci espongono ad una vita fasulla di altri e ci gettano nella comparazione cieca, ma forse c’è qualcosa di ancora più profondo: la sensazione di avere a portata di mano altre persone, altre relazioni, quando le cose non stanno così. Se li sommo tutti insieme ho un sacco di followers (credo almeno una milionata) eppure io mi sento tutti i giorni sempre con le stesse persone. Dunbar riderebbe di questo con il suo numero di 150 relazioni a testa…

… insomma se oggi ci sentiamo più soli, nonostante la grande quantità di opportunità che abbiamo forse è proprio per tale falsa illusione di avere molte opportunità. Un po’ come avere un sacco di serie da vedere, alla fine difficilmente darai il massimo dell’attenzione ad una sola. Ed è molto probabile che il valore di quella singola serie che hai amato tanto, venga via via diluito dalla enorme scelta che hai a disposizione.

Dobbiamo ripensare l’architettura alla base di questi strumenti e della educazione sociale… qualche idea? Si accettano suggerimenti 😉

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.