La dinamica tra bisogni e desideri non è una grossa novità nel campo della psicologia in generale e della motivazione in particolare.

Ma in questi anni ho notato che l’uso migliore di tale dinamica sia il suo utilizzo pratico che può portare ad un netto miglioramento, soprattutto se è legato a quello della “complessità“.

Miglioramento che parte da noi e include gli altri… il tutto da un video che avevo beccato qualche anno fa che indicava che “ognuno ha il proprio fardello”. Ora ascolta la puntata…

Il fardello

Nel video citato (che purtroppo non ho trovato) si vedeva un ragazzo che indossando degli occhiali magici riusciva a vedere i tormenti delle altre persone.

Sicuramente sarebbe una tortura poter vedere una cosa simile, perché tutti abbiamo i nostri “fardelli” però è un meccanismo che può aiutarci a sviluppare compassione ed empatia.

Due abilità fondamentali per poter comunicare con il prossimo, non si tratta di diventare “buoni e bravi” ma solo di tenere a mente che ognuno ha “i propri problemi”.

Ma lo scopo della puntata di oggi non è questo, ma è quello di mostrarti che se riesci a comprendere la complessità che sta dietro al comportamento altrui non puoi fare a meno di evitare stupide categorie.

E’ una vera e propria forma di consapevolezza che la professoressa Ellen Langer aveva già battezzato mindfulness negli anni 70′ senza neanche mai parlare di meditazione.

Ti prego non sparare

Hai presente quando nei film d’azione c’è la scena con la vittima che implora il proprio aguzzino di non sparare? In molti di questi film si vede la vittima che cerca di parlare di se stessa… perché?

Perché per ammazzare una persona è necessario evitare di umanizzarla, di vederla come noi. Non ho mai ucciso nessuno e non mi sono mai trovato in una situazione simile, ma probabilmente potrebbe funzionare.

Come quando vedi un automobilista che supera tutti in modo spericolato e pensi: “ma guarda questo pazzo, chi si crede di essere che vuole superare tutti“.

E poi magari scopri che ha accanto la moglie incinta e sta cercando di raggiungere l’ospedale per il parto. Questa informazione modifica radicalmente l’ipotesi di partenza.

Lo abbiamo visto più volte, il nostro cervello è un “simulatore di realtà pigro” che cerca d’incasellare tutti velocemente in categorie conosciute e stereotipate.

Gli stereotipi

La ricerca sugli stereotipi è molto più avanzata di quanto ci si possa aspettare, ed è zeppo di libri accademici che ne parlano, purtroppo pochi divulgatori ne parlano.

Il motivo è semplice, per poter attrarre l’attenzione (cosa che fa il divulgatore come me) è necessario parlare in modo semplice e per categorie conosciute.

Lo stereotipo è utile, se sei un una zona malfamata e vedi un tizio vestito in modo aggressivo che ti guarda male non hai bisogno di chiedergli se ha avuto dei problemi nell’infanzia per capire che non è bene affrontarlo.

Lo stereotipo è nato per tenerti fuori dai guai e per creare la dinamica di “noi e loro” (out group in group) per la tua sopravvivenza. Ma non sempre questi sono corretti, anzi lo sono molto raramente.

Fortunatamente la società di oggi è più sicura di quando il nostro cervello si è specializzato nella creazione di queste categorie. E questo ci consente di andare facilmente oltre il velo della semplicità stereotipica.

“Volemose bene”

Poter andare “oltre agli stereotipi”, superare le numerose “trappole mentali”, andare oltre “la prima impressione” e agire con compassione riconoscendo il “fardello altrui”…

Tutto questo non significa pensare che dovremmo amare tutti in una sorta di “volemmose bene generale”, per carità male non farebbe amarsi un po’ di più ma sono consapevole che non è questa la soluzione.

Non si può “apprezzare il prossimo” solo perché sappiamo che è utile però è invece importante “riconoscere il prossimo” come essere pensante e vivente esattamente come noi.

Evitare di credere di aver capito chi ci sta accanto solo perché pensiamo di che non abbia segreti per noi, nessuno è completamente un libro aperto neanche ai suoi cari più stretti.

Te lo posso assicurare, questa è una delle cose più evidenti a chi fa il mio mestiere: abbiamo tutti piccoli e grandi segreti che non sveliamo alle persone che ci circondano.

Riconoscere

Saper riconoscere l’illusione di conoscere il prossimo è un passo fondamentale per riuscire nella complessa operazione che ti sto proponendo, quella di ascoltare davvero chi ti circonda.

Non solo in senso “di ascolto attivo e presente” (cosa quasi scontata fra noi psinellini) ma nel senso di sapere che ognuno agisce per bisogni e desideri che a noi sono poco conosciuti.

Riconoscere questo passaggio è detto anche “mentalizzare” il prossimo cioè riconoscere che ha pensieri e contenuti mentali che non possiamo sapere ma possiamo “ri-conoscere”.

Se poi riusciamo anche a sapere alcuni di questi contenuti mentali altrui la cosa migliora sempre di più, fino a farci vedere le persone non più in modo categorico.

Probabilmente te ne sei già accorto, prova a pensare a come vedevi un amico prima che lo diventasse, se ricordi le vostre prime battute forse ricorderai anche in quale “casella mentale” lo avevi riposto.

La sorpresa della complessità

Immagina di conoscere Giorgio, un ragazzo che lavora nella tua azienda, lo hai sempre visto farsi gli affari propri, parlare con alcuni colleghi e da anni fare il proprio mestiere.

Visto che come te non frequenta il “pub degli amici” allora credi che non abbia una vita sociale, che sia un povero disagiato. Poi magari un giorno te lo presentano, ci chiacchieri 10 minuti e scopri un mondo.

Si perché ogni persona è un mondo, ogni individuo ha una complessità estrema di esperienze e apprendimenti simili ma diversi dai tuoi. Potresti scoprire che Giorgio non frequenta i tuoi “ritrovi” perché ha i suoi “giri”.

E in questo periodo storico è facile vedere il cognome di Giorgio e andare a spiare la sua vita su internet e nei social. Ma ciò che vi troverai è solo una minima percentuale della sua personalità.

La complessità delle persone mi stupisce ogni giorno, anche quando vedo il suo opposto purtroppo, la semplificazione ignorante foriera di razzismo ed altre cose brutte.

La conoscenza

Come forse ricorderai dalla puntata sull’illusione della conoscenza: meno conosci qualcosa e più c’è il rischio che tu t’illuda di conoscerla. Per cui meno informazioni abbiamo e più dobbiamo appellarci a stereotipi.

Ed il nostro cervello s’intorpidisce se resta a questo livello, non solo perché “crede di sapere” ma perché questo meccanismo gli consente come al solito di risparmiare energia.

Tale risparmio ci fa sopravvivere ma non ci fa comprendere come stanno le cose, non sempre “sopravvivenza e comprensione” stanno dalla stessa parte, questa è una domanda che rivolgerei ad Darwin se si potesse.

Non devi capire per sopravvivere ma devi agire il più velocemente possibile e in modo “istintivo”, questi erano gli esseri umani che sono arrivati sino ad oggi e quindi, questi “sono” gli esseri umani di oggi.

Per tanto io e te siamo più veloci a reagire agli eventi della vita piuttosto che a comprenderli. Ma il mondo è cambiato ed è diventato sempre più complesso, oggi per sopravvivere bisogna anche saper comprendere.

Il “mistero”

La complessità attuale ci costringe ad essere “meno istintivi e più riflessivi” ma questo non deve portarci a credere di poter svelare il mistero di ciò che ci circonda.

Altrimenti usciamo dal pensiero “della complessità” o “pensiero sistemico”, cioè nel sapere di non poter sapere tutto perché troppo intricato e ci riporta all’idea di poter “conoscere l’inconoscibile”.

Il primo passo per applicare i consigli di oggi è proprio quello di renderci conto che non possiamo conoscere completamente chi ci sta davanti. Anche se il nostro cervello ci dice il contrario.

Il cervello ci dice: “certo che sai cosa farà Marco, lo conosci da tempo e sai che è uno che farà X e Y”. Questo è il modus operandi della mente, creare simulazioni e seguirle credendoci.

Queste simulazioni ti aiutano a prendere decisioni rapide su ciò che farà il tuo interlocutore, ti aiutano a mentalizzare i suoi bisogni e desideri ma non ti dicono davvero cosa sta pensando il prossimo.

Cosa portiamo a casa dal “non conoscere”?

In conclusione: l’errore peggiore che si possa fare durante una relazione è quello di illuderci di poter capire, controllare e interpretare perfettamente le azioni altrui.

Iniziare a trattare i nostri “pregiudizi” come tali, come “simulazioni abbozzate” è il primo passo vero migliori relazioni ed una sempre più sviluppata “flessibilità cognitiva”.

Mi dispiace ma non sono riuscito a ritrovare quel filmato, sono partito dall’idea di “fardello” perché quel video era davvero illuminante ma è chiaro che non volevo usare quello come argomento centrale.

Perché sicuramente sapere che una persona ha un proprio “fardello” modifica il tuo modo di vederla, ma non sempre siamo in grado di farlo, tanto vale allora aprirci all’idea che si tratta solo di “ipotesi”.

Lo so è spiazzante pensare che ciò che ci salta in mente è solo una “ipotesi sulla realtà” ma d’altronde noi psicologi non siamo stati di certo i primi a crederlo.

Aprirci all’idea di non conoscere è una delle liberazioni da questa società fondata sull’illusione di poter capire tutto.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.