Ultimamente sono entrato in contatto con alcuni contenuti di professionisti intenti a difendere l’idea di “essere” qualcosa invece che “farla”. Quindi amano dire “sono un medico” piuttosto che “faccio il medico”, da un certo punto di vista è molto sensato. Quando qualcuno afferma di essere qualcosa ci dà l’idea di essere pienamente identificato con quel tipo di ruolo, ci sembra non solo che lo ricopra ma che “lo sia”. Questa faccenda merita una riflessione approfondita… soprattutto oggi…

E’ impossibile non ricoprire un ruolo

Per quanto ci si voglia divincolare dai ruoli è impossibile non averne ricoperto nessuno. A partire da quelli più ovvi come le parentele (figlio, fratello, padre, cugino, ecc.) fino a quelli dei gruppi dove siamo cresciuti (compagno di scuola, di squadra, di band, di divertimenti vari, ecc.). Questi ruoli sono essenziali per il nostro sviluppo, avere avuto la fortuna di ricoprirli in un qualche momento non ci ha solo concesso di sopravvivere ma anche di svilupparci e diventare noi stessi. Lo strano paradosso dell’identità è che essa si forma (anche e a volte soprattutto) attraverso lo sguardo degli altri.

Poi arrivano ruoli differenti, quelli che riguardano le nostre attività lavorative e le nostre professioni. Sono anch’essi molto importanti, il primo riguarda la nostra posizione sociale che come abbiamo visto di recente ha effetti diretti sul nostro organismo. Poi c’è la questione legata all’organizzazione: i ruoli non servono solo per descrivere cosa fa una persona ma anche per dare ordine alla società e al nostro innato senso di gruppo e appartenenza. Quando da bambino andavo a trovare i miei parenti a Napoli e per caso giocavo con altri bambini, una delle prime cose che mi chiedevano era: “Tu a chi appartieni?”.

Sembra una brutta frase ma significa “da quale famiglia provieni”? In base alla risposta a questa domanda gli altri bambini capivano: di chi ero parente, da dove arrivavo ecc. Ma non solo, in un contesto del genere significava anche: la tua famiglia è potente? E’ ricca o è povera? Devo stare attento a quello che ti dico? Eh no, non era presente solo a Napoli ma anche in Liguria dove sono nato e cresciuto. Anche lì i genitori dei miei amici volevano sapere “a chi appartenessi”.

Se a questo ci aggiungiamo che il lavoro è sempre stato pregnante per l’identità, al punto tale che oggi, molti dei nostri cognomi derivano delle professioni che facevano i nostri antenati. Vedi avere categorie per capire le persone, magari solo dal nome, era una cosa molto utile e lo è ancora oggi, tanto che nessuno di noi può “circolare” senza una Carta di Identità. E cosa c’è scritto sulla carta di Identità? Lavoro e/o professione (sì lo so, puoi girare senza Carta di Identità ma devi esserne comunque in possesso). I cospirazionisti penseranno che si tratti di un modo per legarci e altri per gestire la complessa burocrazia che abbiamo generato nei secoli. (Forse la verità sta ne mezzo come si dice spesso).

La nostra identità si appoggia costantemente a storie che ci raccontiamo e che condividiamo con altre persone. Tuttavia se queste storie sono eccessivamente rigide possono portare problemi di natura psicologica. Se la tua identità si regge solo sul tuo ruolo lavorativo non appena le cose andranno male in quel settore o andrai in pensione, indovina cosa succede? Esatto non sarà molto carino. E te lo dice uno che ama il proprio lavoro e pensa di farlo fino alla fine dei suoi giorni.

Ruoli e scrivanie

Immagina di avere una scrivania al centro di una stanza, su quel tavolo ci sono alcuni documenti sui quali stai lavorando. La tua attenzione è talmente catturata dagli oggetti che sono lì sopra da dimenticarti di tutto il resto della stanza, proprio come quando sei molto preso dal tuo lavoro. Tuttavia, se ad un tratto ti servisse un oggetto o un documento che non è lì presente, potresti pensare: “ah nel cassetto dovrei avere un modulo del genere”. Così ti stacchi un attimo dal tuo flusso di lavoro e dalla scrivania per aprire il cassetto e cercarlo.

La scrivania è una metafora della nostra memoria di lavoro, una sorta di tavolo sul quale possiamo lavorare con gli elementi a nostra disposizione in un certo lasso di tempo. Del tutto simile alla RAM dei computer, o alle finestre di contesto delle intelligenze artificiali. Più cose stanno su quella scrivania e più siamo capaci di tenere “le cose a mente”. In realtà alcuni elementi sono più presenti, soprattutto quando li richiami spesso. Porpiro come se, utilizzassi spesso quel documento nel cassetto, questo sarebbe facile da fare, lo fai spesso ed è facile ricordare che lì hai ciò che ti serve.

Tuttavia il tuo ufficio è molto ampio e spesso rischi di dimenticare che ci sono altri cassetti, altri documenti che non usi così spesso. Ecco quando pensiamo a noi stessi facciamo qualcosa di simile: andiamo alla ricerca di quegli elementi che ci caratterizzano, quelle storie che ci raccontiamo e chi hanno raccontato. Più siamo legati alla scrivania, cioè alle nostre abitudini mentali fisse e comode e meno riusciamo ad accorgerci che la stanza è così spaziosa. In altre parole se credi di essere solo “un impiegato” è perché ti sei dimenticato che hai tante altre storie da raccontarti.

Nello studio dello psicologo capita spesso che si aprano cassetti inesplorati. Ad esempio, il paziente arriva e ci racconta che la sua vita è bloccata, allora i miei colleghi iniziano a porre domande e scoprono che, fino a pochi anni fa quella persona amava giocare a tennis. Poi sono arrivati i figli, il lavoro sempre più impegnativo ed ha smesso di frequentare quell’hobbie che un tempo gli dava così soddisfazione. Così i miei colleghi dicono una cosa banale: “perché questo weekend non organizza una bella partita a Tennis con il suo amico Matteo?”.

Il paziente ha la fortuna di riuscirci, torna nello studio… e boom, qualcosa è cambiato. “Sa dottore era tanto tempo che non mi sentivo così vivo”. Certo non è così facile e automatico che accada ma a volte succede. Succede che recuperando parti di noi, quella parte del paziente che di tanto in tanto amava identificarsi con “il tennista”, era chiusa in un cassetto. Non era sparita, era solo poco utilizzata, poco richiamata alla memoria, e così ce ne dimentichiamo.

Flessibilità cognitiva

La flessibilità cognitiva è l’abilità di riuscire a staccarti dalla scrivania e dai suoi oggetti per ricordarti che sei molto di più di ciò su cui stai lavorando. Certo, quando stai lavorando su quel documento chiaro nella tua memoria di lavoro, è bene che tu sia identificato pienamente con i tuoi obiettivi ma non troppo, altrimenti rischi di dimenticarti di tutto il resto della stanza. Lo so, sembra una metafora un po’ campata in aria ma la verità è che noi facciamo sempre così. Abbiamo la capacità di selezionare elementi dalla realtà ed analizzarli nel dettaglio.

Ma nel momento in cui selezioniamo stiamo evidentemente tagliando fuori pezzi di altro, nel nostro caso “pezzi della nostra personalità”. Certo questo non significa che tu sia “qualsiasi cosa” ma che sei molto di più di ciò che pensi di sapere di te stesso. Fai questo semplice esercizio: prendi carta e penna e prova a descrivere quante cose hai fatto negli ultimi 5 anni. Immagina di dover fare uno schema per scrivere un romanzo, una biografia personale e scoprirai una cosa davvero interessante: non ti bastano 10 libri per descrivere tutto.

In realtà non ti basterebbe un libro intero per descrivere dettagliatamente tutto quello che hai fatto, pensato ed immaginato in una singola giornata, figuriamoci in 5 anni. Pensare a queste cose è quasi abissale, nel senso che potrebbe dare quella sensazione di guardare un abisso o la maestosità di un panorama dove lo sguardo si perde. Spesso questi luoghi e questi spettacoli generano sensazioni che sono quasi al limite dello spiacevole per qualcuno, perchè il nostro cervello ha dei limiti, ha una “finestra di contesto piccola”, per motivi strutturali.

Lo so, fino ad ora ti ho detto che sei di più di ciò che pensi. Un messaggio che sembra quasi psico magico che ti dice che sei “super” ma non intendo questo. Intendo che, se ti analizzi scopri che non puoi essere consapevole d’un colpo di quante cose sei. Non che sei tipo un angelo, un essere divino o che puoi spostare gli oggetti con la mente. Significa semplicemente che, proprio perché la nostra consapevolezza è ridotta tendiamo a pensare di essere meno di ciò che siamo… non che siamo magici… anche se da un certo punto di vista un po’ è vero, ogni vita se analizzata profondamente è immensa.

Questa consapevolezza va esercitata ed il modo migliore di farlo non è cercando di fare una sorta di “inventario di tutto ciò che abbiamo” ma notando quando ci fissiamo su una posizione. Proprio come nella nostra amata meditazione, nella quele l’obiettivo principale non è restare nel presente ma accorgerci di quando non ci siamo più. Non è tanto il pensare di essere di più ma accorgerti di quanto pensi di essere di meno che ti libera. Poi certamente, farti guidare nella costruzione di un forte inventario (quello che noi chiamiamo “lavoro sulle risorse”) può essere molto utile.

Insomma sei di più di ciò che pensi di essere e quando l’attenzione si restringe troppo, si restringe anche la nostra personalità. Smettiamola di pensare di essere i nostri ruoli… noi siamo di più di quelle semplici identificazioni.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.