La nostra attenzione, motore della consapevolezza, non è qualcosa di fisso. Durante la lettura di questo post la tua attenzione verrà dirottata continuamente da: associazioni (sulla base di ciò che leggi), pensieri, idee ed emozioni. Tutto questo se non ci sono distrazioni esterne, le quali ovviamente possono allontanarti da questa lettura. Nel momento in cui poni attenzione verso qualcosa devi inevitabilmente toglierla a qualcosa d’altro, è un meccanismo evolutivamente vantaggioso, ma non sempre come ascolterai nell’episodio di oggi e come continuerò a raccontarti poco dopo…

Attenzione a ciò che ti circonda

Ora immaginiamo che tu sia in treno, alla fermata dell’autobus, in un luogo sufficientemente sicuro per poter spostare la tua attenzione su queste parole. Prima, potevi ascoltare la puntata e contemporaneamente magari camminare tra sconosciuti ma nel momento in cui hai deciso di leggere hai dovuto fare scelte maggiormente ponderate. Di certo non ti metti a leggere sul tuo prezioso smartphone mentre sei di notte su una panchina in stazione ma lo fai se ti senti abbastanza sicuro di poter, staccare l’attenzione da ciò che ti circonda per riporla su queste parole. Ora potresti essere comodamente seduto sul treno, magari in movimento, ecco una situazione abbastanza sicura da poterti disconnettere con ciò che ti sta attorno ma…

Se di colpo accadesse qualcosa, una frenata del treno in un posto strano, la salita di sconosciuti durante una fermata, ecco che il tuo radar situazionale tornerebbe ad accendersi. Sì, perché in realtà, anche se stai leggendo puoi decidere di spostare leggermente la tua attenzione anche a ciò che ti circonda, se lo fai troppo, perdi il senso delle parole. Insomma questo radar è più o meno sempre in azione, pronto a scattare se dovesse presentarsi un imprevisto. Tuttavia oggi, con l’enorme quantità di stimoli che ci circondano (i famosi super stimoli) è possibile iniziare ad avere così tanta distrazione da non riuscire più a distinguere il segnale dal rumore. Il che in alcuni casi ci manda in ansia ma in altri ci fa semplicemente “abbassare il livello di consapevolezza”.

Conosco il tema della consapevolezza situazionale da anni, da quando andavo nelle aziende a parlare di sicurezza. Tuttavia ultimamente, grazie ad alcuni viaggi in treno me ne sono accorto con ancora più intensità, lascia che mi spieghi meglio. Io medito tutte le mattine, qualche volta però, prendo il treno così presto che faccio fatica a fare una pratica completa (lo prendo alle 5:50 per la cronaca) e quindi cerco di recuperare qualcosa durante il viaggio. Ed è proprio meditando che mi rendo conto che farlo in treno, seppur al mattino, seppur con pochissima gente attorno, magari in una freccia nella zona del silenzio… nonostante tutto ciò, il mio radar è più orientato all’esterno che all’interno. Cioè è attento in caso accadesse qualcosa, il che ovviamente modifica la mia pratica.

Non è un caso che i ritiri di meditazione vengano fatti in luoghi immersi nella natura e lontani da eccessive distrazioni. Non tutti sanno che durante questi eventi, molto spesso (quasi sempre nei primi ritiri di Vipassana) si pratica al chiuso, non all’aperto sotto una cascata come si immagina. Perché? Perché al chiuso è più farcile concentrarsi su di se rispetto all’esterno, è più facile sentire l’aria che passa tra le narici. Mentre se sei all’aperto un qualsiasi alito d’aria può modificare la qualità di questa percezione. Ci sono anche notoriamente pratiche all’aperto, come quelle informali, le camminate ecc. In generale però, si tende a cercare di ridurre le distrazioni ambientali per favorire la capacità di percepire i piccoli cambiamenti (esterni ed interni).

A tutto quello che hai ascoltato e letto fino ad ora dobbiamo aggiungere il tema delle emozioni. Anche il nostro stato emotivo è in grado di modificare la direzione della nostra attenzione. Per ultra semplificare possiamo dire che gli stati negativi sono associati ad un’attenzione maggiormente rivolta verso l’interno mentre quelli positivi al contrario, ci portano verso l’esterno. Questo però non è affatto sufficiente per spiegare come funziona. Anche perché sentirci troppo ottimisti, magari in in una situazione pericolosa, è tutt’altro che vantaggioso. Non solo, non basta, c’è anche un altro aspetto davvero potente, il tema delle abitudini che abbiamo trattato in questo episodio. Più sei abituato a fare qualcosa e meno attenzione rischi di metterci.

Le abitudini

Le abitudini sono una meraviglia, da un lato ci aiutano a fare cose senza troppo sforzo, sono ormai “automatiche” e dall’altro però, rischiano di farci sbagliare proprio perché ci mettiamo meno attenzione. Nella puntata che vedi qui sopra ti raccontavo qualcosa a cui spesso non pensiamo: a farsi male sul lavoro non sono gli inesperti ma sono spesso quelli esperti, perché? Perché se hai fatto 1000 volte quel gesto hai sviluppato una memoria implicita in grado di fartelo eseguire, senza pensarci. A volte, proprio questa abilità incredibile può ritorcersi contro di noi, facendoci sottovalutare gli eventuali pericoli. Ecco quindi un aspetto che non ho discusso abbastanza nell’episodio: più hai familiarità con qualcosa e più dovresti attivare la tua consapevolezza situazionale.

Perché quando non conosci un luogo, una situazione, solitamente sei più attento e cauto. Eviti di agire con il pilota automatico e cerchi costanti informazioni (feedback) dall’ambiente sia esterno che interno. Tu non lo sai ma quando entri in un ambiente nuovo i tuoi sensi si espandono, inizi a sentire meglio gli odori, se devi assaggiare qualcosa porti attenzione di più ai sapori ecc. Ti serve per motivi evolutivi, devi sapere se ci sono pericoli nell’aria o nel cibo. Guardi bene l’aspetto delle persone intorno a te, se possono essere nemici o amici, starci vicino o stargli alla larga. Queste valutazioni non le fai quando entri nel pub sotto casa che frequenti da 20 anni, o per lo meno tendi a farle con una minore frequenza.

Attenzione però, questo non significa che dobbiamo diventare paranoici nei confronti dei luoghi nei quali ci sentiamo al sicuro. Non significa dover restare sempre all’erta, capire quali sono le vie d’uscita e cose del genere. Ma possiamo farlo come semplice esercizio proprio di attenzione, soprattutto oggi dove la tecnologia può letteralmente disconnetterci dall’ambiente circostante. Basta un messaggio importante a togliere la maggior parte dell’attenzione intorno a noi. In quei casi impariamo a rispondere dopo, rendendoci conto quando è il caso farlo o meno, se proprio devi rispondere potresti eventualmente scrivere qualcosa del genere: “Penso che questo messaggio richieda tutta la mia attenzione, adesso sono in stazione, appena sono più tranquillo ti rispondo”. In questi casi, se devo rispondere, solitamente detto il messaggio o mando direttamente un vocale (così non tolgo lo sguardo dal contesto).

Lo sguardo è molto importante, se sei un contesto pericoloso non fissare troppo lo smarphone e incantarti di fronte ad un libro o un cartellone. Perché? Perché quello purtroppo è il primo segnale del fatto che sei facilmente raggirabile. La gente guarda dove guardi, non lo fanno solo i mal intenzionati ma in questo caso cerchiamo proprio di dissuadere loro. Il che non implica di doverli fissare ma semplicemente dimostrare che siamo tranquillamente consapevoli di cosa ci succede attorno. Che siamo pronti a rispondere qualsiasi cosa capiti, perché non abbiamo la testa china sul cellulare o su un libro. Nuovamente, questo non in senso paranoico: “ehi sempre in campana” ma è un modo semplice per evitare noie in situazioni potenzialmente pericolose, soprattutto se le frequenti spesso.

In realtà tu puoi aumentare la tua consapevolezza situazionale anche senza guardare, ed a volte, è la cosa migliore da fare. Puoi guardare il tuo smartphone e contemporaneamente monitorare cosa ti accade attorno con la coda dell’occhio. Anche questo atteggiamento è visibile ai male intenzionati, i quali passano il tempo a studiare come si comporta una vera persona distratta. Quando vedono uno sicuro, che guarda ma allo stesso tempo è attento, ci pensano sempre due volte. Tuttavia tale consapevolezza non è solo utile in quei casi ma è molto utile in generale per riconnetterci a ciò che stiamo facendo, nel luogo e con il luogo in cui siamo e con le persone intorno a noi… oltre che a ciò che per noi è davvero rilevante in quel contesto.

Restare connessi

Tu sei di certo la tua base sicura, come abbiamo visto più volte e come spero di argomentare in un episodio futuro (qui trovi l’episodio che ho chiamato “sempre casa” e che aggiornerò a breve) ma allo stesso tempo devi essere connesso con ciò che ti circonda. Non puoi andare per la tua strada senza cercare di capire su quale strada stai camminando. Pensaci, è proprio quando siamo arrabbiati magari perché non troviamo le chiavi di casa che inciampiamo nel piede del letto e ci facciamo male. Quando ci scolleghiamo dal mondo intorno a noi. Questo non è sempre un male a volte si creano mondi, quando giochiamo a carte o ad un gioco da tavolo con gli amici ecc.

Cercare di portare alla mente, di ricordarci, di essere in connessione anche con ciò che ci circonda ci aiuta. Intanto devi sapere una cosa, anche se tu non badi l’ambiente attorno a te, lui ti influenza comunque. Adesso mentre scrivo non sto dando retta al disordine sulla mia scrivania (cosa abbastanza fisiologica per me) ma so che in un qualche modo interferisce con la scrittura. Certo questo poi cambia da persona a persona, io posso scrivere anche in mezzo alla tempesta e c’è gente che se vede il monitor leggermente inclinato non riesce a formulare pensieri. Serve una buona via di mezzo, essere consapevoli non significa monitorare e ancora meno significa cercare di controllare ossessivamente.

La pratica della meditazione con la sua “equanimità” sembra proprio insegnarci questo da millenni. Se non sai di cosa sto parlando ci ho fatto numerosi episodi ed il più recente è questo. Questa abilità ci aiuta a creare uno stato di consapevolezza non tesa, cioè non intenta né a provare e trattenere sensazioni positive e né a scappare da quelle negative. No, non sto consigliando di metterci a meditare se siamo in stazione o in un luogo non troppo sicuro ma consiglio di coltivare questo genere di attenzione aperta. La quale sviluppa la capacità di connetterci a ciò che è importante in quel contesto, di accorgerci quando siamo eccessivamente assorti, di aumentare proprio quella abilità che in un recente episodio abbiamo analizzato dal punto di vista biologico: la meta cognizione.

Ebbene sì, tutti i nodi vengono al pettine, forse perché (nonostante l’assenza di capelli) ormai sono convinto che la vera crescita personale moderna sia connessa a questo. Non tanto nel sentirci super uomini, come si osanna nei libri di qualche decennio fa, pronti a dirti che in fondo sei un essere magico e meraviglioso ti basta solo crederci forte forte. Ma a diventare noi stessi, proprio attraverso una consapevolezza che non riguarda solo l’interno ma anche l’esterno. Partire dalle situazioni e giocare con la nostra capacità di metacognitive, può diventare uno degli esercizi più rilevanti della nostra vita. Provare per credere!

Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.