
Non c’ero ma mi sono divertito un sacco! Non so se ti è mai capitato di sentire un amico (o te stesso) raccontare di un evento a cui non è mai stato. Magari ti racconta di quanto vi siete divertiti quel giorno a quel concerto ma c’è solo un piccolo particolare: tu c’eri sicuramente e lui (o lei) a non esserci davvero stato. Sembra un fenomeno di pura follia, come fa una persona a confondere i ricordi a tal punto da pensare di aver fatto cose senza averle fatte? Magari anche cose rilevanti come concerti e cerimonie? Questo è un fenomeno talmente affascinante che ho deciso di approfondirlo… buon ascolto
Una questione di memoria
Durante i miei primi anni di Psicologia fui completamente rapito dagli studi di Elizabeth Loftus (di cui abbiamo parlato mille volte) e di quanto la nostra memoria potesse funzionare in modo completamente contro intuitivo. Negli anni 70 la Loftus mostrava diversi filmati di incidenti stradali alle persone e poi poneva delle semplici domande: “prima di schiantarsi l’auto aveva messo la freccia” oppure, “prima dell’incidente l’auto aveva messo la freccia”. Il semplice fatto di modificare una parola (da schiantarsi a incidente) modificava il ricordo della velocità dei mezzi. Ovviamente quello che si era schiantato andava decisamente più forte di quello che aveva fatto un incidente. Ed ancora più ovviamente, i filmati erano gli stessi.
Inseriva nelle domande cose che non c’erano nei filmati e non solo convinceva le persone a rispondere, ma intervistandole tempo dopo scopriva che quei dettagli venivano inseriti nel ricordo. Tutti questi studi, che in realtà provenivano da una tradizione giuridica e psicologica molto più antica (qui a Padova in particolare si facevano studi del genere negli anni 30 dello scorso secolo) portarono le ricerche anche oltre. A costruire ad esempio ricordi inventati e impiantarli nelle persone. Gli studi più inquietanti e noti sono quelli fatti con i bambini. La letteratura mostrava che molti bambini riferivano ricordi invatati sull’essersi persi in un supermercato da piccoli.
E’ una cosa che può capitare ma soprattutto a cui molti bambini sono stati esposti: “Il piccolo Matteo è alla cassa 12 e sta aspettando la mamma”. Tutti abbiamo sentito annunci del genere e quando eravamo bambini avevano un impatto particolarmente intenso (anche se non ce lo ricordiamo). Sì scoprì che era molto facile convincere i bambini che da più piccoli si fossero persi anch’essi in un luogo simile. Ma forse l’esperimento più inquietante è stato l’utilizzare le false memorie per convincere i bambini che fossero stati male mangiando un certo alimento. “Come posso evitare che mio figlio mangi troppe schifezze?” facile, gli dici che quando era piccolo (e ora non si ricorda) era stato male mangiandone troppe.
Ovviamente scherzo, anche se è una cosa che può funzionare la sconsiglio! Ma mostra molto bene quanto sia facile modificare i nostri ricordi. E allora penserai che sia una cosa solo per bambini. No! Infatti come ti dicevo la Loftus ha fatto esperimenti sugli adulti e non è stata l’unica. Anche se oggi ne sappiamo molto di più su come funziona la memoria, su come è collegata al cervello in realtà non sappiamo così tanto. Ad esempio non siamo ancora certi che sia una questione di neuroni, dato che alcuni esseri viventi, privi di sistema nervoso, hanno comunque un’ottima memoria.
Fino agli esperimenti più inquietanti, che abbiamo visto tempo fa, sul fatto che alcuni di questi esserini mantengono una sorta di memoria cellulare e biologica che si trasmette in chi li mangia! Quindi pensare di aver capito come funziona la memoria è un’affermazione avventata, sappiamo moltissimo ma non così tanto. Il fenomeno di cui ci siamo occupati oggi ha molto a che fare su come funziona la memoria, su come funziona questo meccanismo di continua auto ed etero narrazione del mondo. E qui arriva un tema addirittura più complesso di quello della memoria, anche se è intrecciato con esso al 100%.
Chi sei?
Anche di questo ce ne siamo occupati un sacco, se per caso mi segui da tanto ti chiedo un pizzico di pazienza ancora e ti pongo la classica domanda: come fai a sapere chi sei? Se sei in un posto sconosciuto e qualcuno ti chiede “chi sei” come rispondi? Ecco tutti noi rispondiamo con delle storie, con un insieme di ricordi auto biografici: mi chiamo Gennaro, sono nato in Liguria, ora vivo in Veneto ecc. Se ci pensi sono tutti ricordi, ed infatti esistono patologie come le amnesie, in grado di scompigliare a tal punto i nostri ricordi da non farci più sapere chi siamo. Purtroppo nella nostra società sempre più anziana, possiamo vederlo con i nostri occhi a causa delle malattie neurodegenerative legate all’invecchiamento.
Una delle cose più difficili da digerire per i caregiver di queste persone è proprio il fatto di non essere più riconosciute. La sensazione di non avere più a che fare con la stessa persona con la quale sono cresciute ecc. Tornando al funzionamento quotidiano della nostra mente, ogni giorno noi ci narriamo chi siamo e cose facciamo in base a come ci sentiamo e a come ci narriamo. Ma non solo, anche in base a come le persone intorno a noi (e la società intorno a noi) ci narra. Per questo molti pensatori moderni temono l’intelligenza artificiale, non tanto come sostituto del lavoro ma quanto narratore artificiali di noi stessi… l’IA inserisce nuove narrazioni in grado di scolpire le nostre identità.
E’ un meccanismo del tutto naturale. Io non scio da diversi anni, ammettiamo che qualcuno mi inviti a fare una bella settimana bianca. Nel pensarci a come mi sentirò nuovamente con sci o tavola ai piedi, devo ripescare ricordi nella mia memoria. Se voglio sentirmi efficace andrò alla ricerca di ricordi dove mi sono sentito capace e competente. Non saranno solo ricordi miei ma magari anche delle persone con cui ero: “ehi Genna hai fatto quel salto incredibile!” e tenendo a mente questi ricordi richiamo quella parte di me “sciatrice”. Pensaci lo fai naturalmente tutti i giorni prima di affrontare qualcosa che non pratichi da tempo, richiami alla mente come facevi, anche se si tratta di qualcosa di fisico (della memoria implicita, come andare in bici o leggere queste parole).
Se vado con una persona incline a mostrarmi i miei fallimenti, che mi ricorda di quando mi sono rotto una gamba o qualcosa del genere probabilmente sarò molto più cauto (oltre a mandarlo a quel paese). Può succedere anche qualcosa di interessante, una sorta di modellamento dell’esperienza altrui: se qualcuno mi racconta come ha sciato bene su quelle montagne, potrei immedesimarmi così tanto da immaginarmi protagonista delle sue narrazioni. Anzi ti dirò di più, quando ascolti una bella narrazione, tu diventi davvero (in parte) protagonista di quelle esperienze. Può succedere anche solo guardando un film o leggendo un libro ed è un fenomeno incredibilmente utile per il nostro apprendimento.
La simulazione incarnata (Vittorio Gallesi) ci mostra molto bene questo fenomeno. Anche guardando un’opera d’arte il nostro cervello non si limita a godere dell’aspetto estetico ma si chiede anche: “come è stata fatta?” e in questa domanda scattano neuroni pre-motori che tengono ad imitare il gesto fisico dell’esecuzione di quell’opera. Mentre guardi la Gioconda, stai cercando di dipingerla nella tua testa. Un fenomeno incarnato meraviglioso che ti invito ad approfondire con gli scritti di Gallese e che ci mostrano quanto, sottoposti a certe narrazioni, soprattutto narrazioni nelle nostre corde, si possano confondere i nostri ricordi.
Dico “nelle nostre corde” perché più siamo vicino a quelle abilità e più il nostro sistema specchio risponde con una simulazione accurata. Se davvero so dipingere, quando guardo un quadro si attiveranno con più forza quei meccanismi. Se qualcuno mi racconta qualcosa che so fare bene, sarò più bravo ad immedesimarmi ed è qui che può scattare il meccanismo di cui ci siamo occupati nell’episodio.
Una storia strana
Come ti ho racconto, fino a certi limiti, questa faccenda può capitare a tutti. Soprattutto quando gli ambienti e le persone sono spesso uguali. Se ogni anno vai allo stesso festival con gli amici è facile che aneddoti su quel luogo si mescolino assieme. E se per caso salti un anno, tra 10 anni nel raccontare le vostre scorribande, potresti ritrovarti narrato quando non c’eri. E la cosa interessante è che se succede nel momento giusto è possibile anche che tu inizi a modificare i tuoi ricordi al punto tale che tra qualche tempo, ci credi pure tu ed inizi a raccontarlgli alle persone intorno a te. E’ un fenomeno narrativo che conosciamo da tempo e che ha a che fare con il funzionamento della nostra memoria.
Come sappiamo la memoria non funziona come quella di un computer. Non esiste un archivio in cui metti le cose e poi vai a recuperarle, ma esiste come una sorta di flusso narrativo di informazioni che viaggia in pacchetti zippati che si modificano in base alle tue esperienze. Quando rammenti qualcosa non stai ripescando quel qualcosa così come lo avevi lasciato ma lo stai letteralmente ricostruendo alla luce della tua identità attuale. E’ un fenomeno ultra interessante che consente anche il mio mestiere, quello di psicologo, ci aiuta a ricostruire la vita delle persone attraverso le narrazioni. Narrazioni che vorrei ricordare non sono semplici storielle ma sono l’humus della nostra esistenza culturale ed umana.
La verità è che prima di indagare questo fenomeno, che conosco da diverso tempo, mi è arrivato un video. Un piccolo reel di un podcast dove c’è una persona che narra un pezzo della sua esperienza con la meditazione. All’inizio non capivo perché me lo avessero inviato in più di una persona, la cosa strana è stata questa: raccontava un pezzetto della mia vita. Hai presente quando ti racconto di come mi sono avvicinato alla pratica, delle cose che sono successe ecc.? Questa persona raccontava esattamente la mia vita, un caso? Non direi dato che conosco quella persona, abbiamo anche fatto diverse cose insieme (si è un collega) e lui mi ha sentito decine di volte raccontare quelle storie.
Di colpo vedo un video dove le racconta, al posto mio. Ora qualcuno potrebbe pensare che io stia esagerando e che, probabilmente ha fatto un percorso simile al mio un po’ edulcorato. La verità è che io sono certo che quella persona non ha alcuna formazione in tal senso ma soprattutto odia le pratiche contemplative. E’ una persona a cui ho anche provato di trasmettere parti della pratica ma non ci sono mai riuscito. Uno di quelli che ti dice che: “passeggiare all’aria aperta è come meditare”. Insomma, non ci ho perso troppo tempo ma una cosa è certa, se avesse avuto tutta quella esperienza, se avesse avuto esperienze simili alle mie, me le avrebbe indubbiamente raccontate.
Ora non ritengo che questa persona abbia dei problemi ma sono più propenso a credere che fosse una sorta di mossa di posizionamento. Finalmente ha compreso l’importanza della pratica e vuole attribuirsi una esperienza che non ha (tra l’altro fa ridere perché in quel video parla di date irrealistiche, tipo dice di aver fatto certi percorsi prima ancora che esistessero) ma ora arriva il bello. Quando raccontiamo con forza certe storie poi finiamo per crederci. Vedi, io so che quella persona ha davvero fatto un po’ di pratica, una parte l’abbiamo fatta insieme, ma so anche che moltissime delle esperienze che racconta (pubblicamente) sono in realtà una rivisitazione delle mie esperienze!
E’ importante che ti dica che non vedo in modo negativo la sua appropriazione, anzi la vedo come una sorta di tributo alla mia storia. Chiunque mi segua da abbastanza tempo se ne è accorto, ed infatti mi avete scritto (grazie siete meravigliosi), il punto è che si tratta di un fenomeno molto più presente di quanto ci piaccia credere. Ed oggi, nell’era della post-verità, nell’era in cui chi narra più forte diventa il protagonista di quelle narrazioni è importante sottolineare queste dinamiche. Sarebbe facile per me dire che quella persona è un “ladro di aneddoti”, ha visto il mio personal brand ed ha deciso di rubarlo. Ma alla luce di tutto ciò che abbiamo visto resto ancora nel dubbio.
Lascia che lo ripeta: non sappiamo ancora molto bene come funzioni la nostra memoria e di conseguenza anche la nostra identità.
Genna



