Hai mai sentito dire che “chi domanda comanda“? Questa specie di proverbio nasconde in se la maggior parte dei consigli di quella che viene spesso definita “comunicazione efficace” e ci mostra operativamente come metterla in atto. Tenere a mente che le domande possono fare davvero la differenza in qualsiasi tipo di relazione è molto importante ma non è tutto…

Le domande

Quando immaginiamo una conversazione tra due o più persone, l’ultima cosa che ci viene in mente è che essa sia guidata da chi pone le domande. Pensa ad una qualsiasi interazione, solitamente la persona che comanda non fa domande ma spara imperativi e sentenze inappellabili. Il capo stereotipato dice: “Fai quella cosa” e non “potresti fare quella cosa?”. Questo succede se c’è un riconoscimento delle parti, cioè quando sai che stai parlando con il tuo capo o con qualcuno che in quel contesto detiene il potere ma in generale le cose non stanno così.

Se invece immaginiamo una conversazione qualsiasi, nella quale non si è ancora instaurata una posizione specifica di potere, allora chi domanda sta realmente guidando la comunicazione. Non mi credi? Quando qualcuno ci pone delle domande ci sta costringendo a rispondere, la qual cosa potrebbe farti storcere il naso, ma in realtà le cose stanno così. Infatti così come non è possibile non comunicare (primo sacro assioma della comunicazione) allo stesso modo è impossibile non rispondere ad una domanda.

Hai un animale domestico come un gatto o un cane? Le domande sono come un nuovo gioco per il nostro piccolo amico, certo tu puoi addestrarlo a non reagire ma vedrai tutto il suo corpo intento a seguire quel gioco. Le domande fanno così, attivano la nostra ricerca interiore anche se non rispondiamo anche se non lo vogliamo. E gli esiti di tale ricerca influenzano i nostri pensieri, i nostri comportamenti e le nostre emozioni. Certo in generale lo fa tutto il linguaggio ma le domande sono particolarmente potenti nel farlo.

Cioè se inizio a raccontarti di una bella vacanza che ho fatto è probabile che anche tu ti metta a pensare a qualcosa di simile. In questo modo sto aumentando la probabilità di farti pensare ad una vacanza o a qualcosa di piacevole ma le domande sono molto più potenti. Per prima cosa se ti parlo di una mia vacanza è possibile che tu possa pensare a tutt’altro, tipo: “Chissà cosa farò quest’anno in vacanza” o cose peggiori “dannato, io non vado in vacanza da un anno e questo si mette a parlare delle sue ferie”. Mentre se pongo una domanda più o meno diretta ecco che ottengo un risultato sicuramente più preciso.

Basta una piccola domanda per attivare il processo, se ad esempio dicessi: “L’ultima volta che sono stato al mare ero davvero rilassato, hai presente quei tipici profumi della spiaggia, il rumore del mare. Non so se ti è mai capitato?” è sicuramente più precisa, di certo non possiamo sapere se il nostro interlocutore ha ricordi del genere e forse neanche se ama il mare. Ma se facciamo la cosa più importante per porre le domande, ecco che il processo diventa molto più evidente. Qual è la cosa più importante per fare buone domande?

Osservare e ascoltare

La chiave per ogni buona comunicazione sta nell’osservare e nell’ascoltare più che nel parlare. Se osservi con attenzione il tuo interlocutore mentre gli racconti qualcosa puoi intuire cosa pensi o provi in quel momento, certo non potrai mai leggere nella mente degli altri ma se li osservi e gli ascolti puoi di certo capire decisamente di più del semplice presupporre. Purtroppo nelle conversazioni quotidiane noi presupponiamo, anticipiamo cosa ci stanno per dire più che osservare ciò che accade davvero. No, non è perché siamo stupidi o perché nessuno ci ha mai insegnato queste cose… è una tendenza della nostra mente.

La mente predittiva e simulatrice, di cui parliamo sempre, è la motivazione principale per cui facciamo molta fatica ad osservare ed ascoltare senza anticipare. Quindi non si tratta di fare domande a caso, perché più generiche ed impersonali sono le domande e meno hanno l’effetto di influenzare chi ci sta di fronte. Pensa ad una domanda superficiale come quella che ti viene posta quando incroci una persona “ciao come stai?” si tratta di una domanda di circostanza, è si certo possibile che ti faccia pensare a qualcosa di specifico ma è poco probabile.

Ma se invece ci conosciamo e qualche giorno fa mi hai detto di aver portato il cane dal veterinario perché non stava bene e incrociandoci ti dico: “Ehi ciao come stai? Ma soprattutto come sta il tuo cane?” ecco che ti accendo, cattura la tua attenzione ma la cosa più importante è che ti meta-comunico: “io ti ascolto ed ho a cuore ciò che mi dici”. Ed è sempre una cosa piacevole, sai perché? Perché per te la persona più importante sei TU, così come per me e così come per il tuo vicino di casa. Non è egoismo è una naturale prospettiva personale che assumiamo senza rendercene conto.

Per tanto ascoltare non solo è la base della comunicazione efficace ma è anche la cosa più difficile di tutta la comunicazione. Un po’ come la corsa negli sport, tutti sanno correre ma non tutti sanno correre per 90 minuti come un bravo giocatore. Non tutti sanno avere quella resistenza che gli consente di correre veloce e a lungo ecc. Ascoltare è una cosa che sappiamo fare tutti ma non tutti sanno farlo a lungo e nel modo corretto e soprattutto nel momento corretto. La corsa è una cosa facile ma molto faticosa da portare avanti, lo stesso vale per l’ascolto è una cosa semplice ma molto difficile da portare avanti.

Che tu ci creda o meno se migliori le tue doti da ascoltatore e osservatore migliorerai la tua comunicazione di molti punti. Proprio come qualsiasi sportivo che debba correre durante le proprie gare si avvantaggerà dal diventare più veloce e resistente. Ascoltare non basta però serve anche la capacità di porre domande, la quale si avvantaggi già dell’ascolto attento. Anzi questa storia mi fa venire spesso in mente quando nel mio studio mi pongono domande del tipo: “dottore io sono talmente timido che non riesco mai a trovare argomenti interessanti per discutere quando sono con uno o più amici, come posso fare?”.

Botta e risposta

Quando mi vengono poste domande simili io cerco sempre di spostare l’asse sull’ascolto attivo. Perché so come funziona davvero la timidezza, la quale non è che non ci fa trovare argomenti a caso, ma lo fa proprio distraendoci da ciò che viene detto. Cioè le persone che non riescono a trovare argomenti nelle conversazioni non lo fanno perché non hanno realmente cose da dire, ma perché la timidezza o comunque l’emozione gli impedisce di essere presente a ciò che viene detto. Non mi credi? Se per caso fai fatica ad avanzare argomenti in questo senso prova questo semplice esercizio:

La prossima volta che stai conversando e senti il desiderio di voler parlare ma non trovi argomenti, resta appositamente in silenzio e cerca di concentrarti al massimo su ciò che viene detto. Come se la tua vita dipendesse da quei messaggi, come se dovessi a tutti i costi cogliere il senso del discorso e riportarlo a qualcun altro. Ecco se ci riuscirai ti spoilero già cosa accadrà, con tutta probabilità non potrai fare a meno di avere mille quesiti ed opinioni su ciò che viene detto. Certo dipende anche dal tema, a me non piace il Calcio e anche se mi dovessi concentrare al massimo non troverei interessante la conversazione (psinellini amanti del calcio mi dispiace dovervelo dire ma si a me non piace per niente).

Per riuscire a fare un vero botta e risposta che non sia la sagra del qualunquismo è necessario saper ascoltare, rispondere a caso solo per motivi di rapidità o di fretta è una delle cose peggiori che possiamo fare. E non hai idea di quante persone lo facciano. Sto per proporti un esperimento a dir poco inquietante, durante una conversazione con un conoscente prova a fargli una supercazzola molto seria, tipo: “perché ogni volta succede sempre in quel modo non è vero?” scommetto che su 10 persone a cui lo farai almeno 3 o 4 ti risponderanno: “si è vero” senza aver compreso minimamente cosa stavi dicendo.

Perché siamo reattivi, la nostra macchina previsionale ci spinge a reagire e non ad agire. Una domanda a bruciapelo senza senso invece di farci fermare e dire: “scusa ma non ho capito” ci fa reagire all’ultima sua parte, esattamente come quando andavamo a scuola il prof. di turno ci richiamava e noi ripetevamo le ultime parole. Ciò non è solo legato al timore di sembrare stupidi è legato soprattutto al fatto che per essere molto rapidi non ascoltiamo, e tale rapidità è data da un altro fattore psicologico di cui ci occupiamo praticamente in ogni episodio: l’economia cognitiva.

Ascoltare con attenzione e porre domande è qualcosa di molto dispendioso per il nostro cervello, tuttavia c’è un aspetto che spesso viene trascurato: il fatto che anche rispondere alle domande è dispendioso. Di certo quindi chi domanda influenza e guida ma allo stesso tempo dobbiamo stare attenti perché le domande, anche se nascono da interesse genuino, possono essere vissute come non troppo piacevoli. Come quando la zia di turno ti fa il terzo grado, o un amico insistente vuole conoscere dettagli di una serata che non ti va di ricordare o anche semplicemente, ti fanno troppe domande ecc.

L’arte del porre domande

Porre domande intelligenti e puntuali non è facile ma è evidente a tutti che saperlo fare può dare enormi vantaggi. Lo sappiamo dal “tafano di Atene”, cioè Socrate, il quale veniva definito in questo modo proprio perché attraverso le sue domande metteva in discussione ciò che la gente andava raccontando per la Polis. Infatti in realtà tutto può essere messo in discussione ed approfondito con delle domande, ma farlo eccessivamente diventa una delle cose più tediose al mondo. Porre buone domande infatti è un po’ come risolvere un puzzle o un giallo, è necessario porre quelle giuste e non altre e non troppe.

Saper porre domande è realmente un’arte, purtroppo come tutte le cose che facciamo quotidianamente l’importanza viene celata proprio da tale frequenza. Sono proprio queste abilità che tendiamo a perdere perché le diamo per scontate, pensiamo che ascoltare una persona sia facile ed è per questo che tendiamo a non allenarci a farlo. Pensiamo che parlare sia qualcosa che facciamo da sempre, per tanto non cerchiamo di migliorare ecc. Sai quando decidiamo a migliorarci? O quando siamo davanti ad una sfida che richiede quella specifica abilità o quando qualcosa va storto.

Questo vale per qualsiasi abilità, da quelle fisiche a quelle squisitamente psicologiche. Molte persone iniziano ad allenarsi solo dopo aver sentito il medico dire che è necessario, oppure perché un giorno una graziosa signorina sul treno gli chiede di aiutarla a sollevare una valigetta e si accorgono di non riuscirci ecc. Ora devi sapere una cosa positiva: a quanto pare le abilità verbali sono tra le ultime ad abbandonarci, la ricerca sulle prestazioni cognitive in età adulta lo dimostrano, tuttavia più riesci a mettere da parte “fieno in cascina” e più tardi ti abbandoneranno.

Questo faccenda prende il nome di: “risorsa cognitiva”, vale anche per il nostro corpo ovviamente, più ci alleniamo e più tardi perderemo quella forma. Mentre per il corpo è facile immaginare che prima ci impegniamo in tal senso e meglio è, non lo è invece per le abilità psicologiche. Purtroppo non è vero che invecchiando diventiamo migliori ascoltatori, semplicemente abbiamo meno voglia di intervenire, il desiderio di far sentire la propria voce. A tratti arriva davvero più saggezza ma se essa non è supportata da un buon allenamento la perderemo altrettanto facilmente.

La prossima volta che ti alleni, che leggi, studi e ti sforzi intenzionalmente per migliorare, tieni a mente questa faccenda della risorsa cognitiva. E’ un modo interessante per aumentare la motivazione e ricordare qualcosa per cui, in futuro ne sono certo, ci ringrazieremo!

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.