Immagina di lavorare per google, ad un certo punto ti fanno una semplice domanda: “Vogliamo capire quali sono i team che performano meglio e comprendere cosa li fa funzionare bene”. Così inizi a scartabellare tutta la letteratura sulla formazione dei gruppi, le dinamiche dei gruppi, la soddisfazione sul lavoro ecc. Indaghi una valanga di variabili ma non arrivi da nessuna parte o meglio, arrivi da troppe parti ma non riesci ad isolare nulla fino a quando scopri… la sicurezza psicologica.

La sicurezza psicologica

Se hai ascoltato la puntata quasi sicuramente avrai intuito che nella introduzione stavo parlando del famoso “Progetto Aristotele”. La professionista coinvolta racconta di non essere subito riuscita ad analizzare i dati dei 180 team studiati ma che ad un certo punti si imbatte nelle ricerche di Amy C. Edmonson sulla sicurezza psicologica. Fa un rapido confronto e scopre che stanno parlando esattamente della stessa cosa: la variabile più rilevante affinché un gruppo funzioni è la sicurezza psicologica che si respira al suo interno. Il clima potremmo definirlo, che consente ai partecipanti di poter parlare senza temere il peggio e di poter sbagliare senza sentirsi incapaci.

Scommetto che qualcuno avrà pensato: “Serviva uno studio durato anni ed una teoria accademica per capirlo?”, la risposta è un si grande come una casa. Le organizzazioni, i team ed il loro funzionamento sono sotto osservazioni da secoli non da qualche giorno. Di certo tutti sapevano dell’esistenza di qualcosa del genere ma in pochi avrebbero detto fosse il fattore principale, la stessa Edmonson (madre del concetto) ne fu sorpresa. Infatti quando scoprì che erano i team che segnalavano più errori ad essere quelli che performavano meglio inizialmente non comprese il perché.

Le ci vollero diverse ore di confronto e studio per capire che forse, il fatto che un gruppo segnalasse maggiori errori era dovuto al fatto che i membri potevano farlo. E che, al contrario, tutti i team dove vi erano pochi errori segnalati erano quelli nei quali era presente una sorta di terrore interno, tutti avevano paura raccontare errori per evitare di essere additati e visti male dal resto del gruppo. Sì, se tutto questo ti ricorda l’omertà mafiosa hai ragione, in parte quando l’unico motivo per cui la gente obbedisce è la paura, la tendenza è quella a strutturare modelli del tutto simili a quelli della malavita. Nei quali il rispetto lo si ottiene solo terrorizzando le persone intorno a se.

Ecco la sorpresa, le aziende mafiose per quanto sembrino efficienti non lo sono agli occhi di questa teoria. Per lo meno, magari sono anche efficienti ma i singoli membri non sono così felici di farne parte. Forse questa è una delle cause dei molti problemi che negli ultimi anni hanno avuto al loro interno e della parcellizzazione di tali organizzazioni. Ok, mi sto perdendo in una analisi sociologica della malavita (un tempo ne ero terribilmente affascinato) torniamo alle persone comuni e alle aziende comuni: tu nella tua azienda sei libero di esprimere ciò che pensi? Sei libero di dire al tuo capo sta prendendo un granchio? Sei libero di dire la tua senza timore di essere giudicato male?

Queste sono solo alcune delle domande classiche che la Edmonson ha messo insieme per la messa in piedi del suo costrutto. Non conta che tu sia membro di un team, potresti sperimentare poca sicurezza psicologica anche in casa, anche con il tuo partner anche tra i tuoi amici. Attenzione però a non iniziare a pensare che ogni volta che non ci sentiamo completamente sicuri di dire la nostra allora significa che qualcosa non vada nel gruppo, a volte potremmo essere noi a volte potrebbe essere una o più persone intorno a noi a generare qualcosa del genere.

La responsabilità

Se mi segui lo sai, non esiste alcuna buona comunicazione ed interazione se i singoli membri non sono in grado di prendersi la giusta dose di co-responsabilità. Chi non ha mai sentito parlare in modo “psicologico” di queste tematiche sta già pensando qualcosa del genere: “No, io non mi assumo le colpe degli altri, non amo sentirmi in colpa per cose che non ho fatto”. E in effetti sembra un ragionamento sensato, tuttavia colpa e responsabilità non sono la stessa cosa, anche se in alcuni casi possono coincidere tra loro.

Colpa e responsabilità coincidono quando agisci direttamente e male in un qualche processo. Ad esempio, sto portando i piatti dalla cucina alla sala e mi cascano di mano, ora non conta se ero distratto, se qualcuno mi ha distratto o se li ho lanciati intenzionalmente sul pavimento. Li stavo portando io, il che implica che era mia responsabilità occuparmene, sono stato io a farli cadere (o lasciarli cadere) e sarò io a dovermene occupare. In questo caso colpa e responsabilità coincidono ma moltissime altre volte no, se ad esempio il tuo cane fa cadere i piatti messi in pila prima che tu li prenda, è colpa tua?

Qualche estremista della colpa direbbe di si: “sei tu che li hai lasciati nel posto in cui sarebbero potuti cadere”, per quanto mi riguarda non è colpa tua, ma è tua responsabilità prendertene cura. Ripulire il pavimento dai cocci, assicurarti che non ci siano pezzi pericolosi in giro e cercarne altri per continuare a preparare la tavola. In realtà la colpa, quando viene gestita male diventa quasi sempre una fuga dalla responsabilità: “è stato quel dannato cane, io cosa c’entro? Che li metta apposto lui i cocci, mica devo farlo io”. Meno accolgo il senso di colpa e meno riuscirò a diventare responsabile in modo sano ed equilibrato.

Quando si parla di sicurezza psicologica molti credono che significhi prendersela comoda, creare ambienti senza alcuna frizione o senza alcun senso di colpa. No, le cose non stanno così! La vera sicurezza nasce dalla possibilità di poter provare ed esprimere le proprie emozioni anche quando sono difficili, saper accogliere l’eventuale senso di colpa di chi sbaglia ed invitarlo a fare una analisi sul proprio errore. Al contrario, se tutto fosse rosa e fiori diventeremmo tutti troppo indulgenti: “cosa vuoi che sia, a tutti può capitare di dare fuoco allo stabile, sei responsabile ma non sentirti in colpa”. No non è niente di tutto ciò!

Ti suona? A me suona come la nostra amata gentilezza, la quale viene spesso vista come un abbonarsi tutto mentre in realtà serve proprio a fare l’opposto. Quando fai un errore, se sei troppo duro con te stesso rischi di scappare via o di iper compensare, perché non ti piace il senso di colpa generato dal motivo per il quale ti stai trattando male. Più ti tratti male e meno puoi diventare realmente consapevole di ciò che hai combinato, al contrario se ti tratti con gentilezza (nel modo giusto) hai maggiore possibilità di fermarti a ragionare sui tuoi misfatti e magari sentire anche il desiderio di rimediare (la responsabilità).

I casi peggiori… e il gusto del potere

Probabilmente il caso peggiore di insicurezza psicologica consiste nell’avere un capo despota che non ama essere messo in discussione. Ora, se ci pensiamo bene non è che queste figure siano poi così rare, anzi, a volte descrive proprio bene chi sta a capo di alcune organizzazioni. Come abbiamo visto in questa puntata meravigliosa del nostro podcast esistono degli studi precisi che indicano una cosa abbastanza inquietante: più assumiamo potere in una specifica situazione e più rischiamo di iniziare ad auto esaltare le nostre doti e sottostimare quelle degli altri, anche quando questa faccenda non è affatto vera. In un qualche senso potremmo dire che il potere (un po’) corrompe.

Negli studi di Piff (non la nostra Iena di qualche anno fa) è stato messo in evidenza questo dato, ad esempio: più le automobili erano di prezzo alto e meno tendevano a fermarsi alle strisce quando c’era gente ad attraversare. Più le persone sedute ad un tavolo avevano soldi giocando a Monopoli (soldi che avevano ricevuto a caso) e più pensavano di vincere per le proprie doti e per l’incapacità degli altri giocatori. Quando venivano intervistati dicevano chiaramente di aver vinto perché erano più bravi anche se, tutti gli altri giocatori sapevano dello svantaggio sleale di partenza (guarda la puntata linkata qui sopra per approfondire).

La cosa più inquietante era che queste persone tendevano a trattare male chi era percepito con meno potere e ovviamente, succedeva anche il contrario, tendere a trattare meglio chi lo detiene. Ecco quindi chi sta in cima ad una organizzazione o comanda altre persone tende a sopravvalutare le proprie abilità e a sottostimare quelle degli altri (non sempre e non vale per tutti ovviamente ma è una tendenza comune) se a questo ci aggiungiamo che spesso, a diventare capi, sono persone con tratti che assomigliano molto alla psicopatia. Persone fredde in grado di navigare anche nelle acque più torbide, la frittata è fatta!

In alcuni casi quei tratti non sono costitutivi della persona, vengono sviluppati per sopravvivere in mercati molto duri. Insomma il risultato finale può essere quello di creare terrore nei membri dei propri gruppi, generare la paura del non intervento anche in condizioni estreme. E’ quello che è accaduto nei vari esempi riportati dalla Edmonson (quelli che hai sentito nella puntata) ma purtroppo esistono casi molto più sottili, meno eclatanti, che accadono ogni giorno sotto i nostri occhi e di cui a volte, siamo noi stessi parte. Esempio: ogni volta che chiedo qualcosa a Matteo delle vendite mi sento attaccato, diventa difficile.

Allora invece di parlare con lui mi lamento con Luisa, una sua collega che a sua volta deve riportare le cose a Matteo. Ogni volta che Luisa fa così però Matteo si infuria perché non vorrebbe far perdere del tempo alla sua collega ma, per paura di spaventare ancora di più il suo collega non gli dice niente. Così continui a parlare con Luisa e lei deve farlo con Matteo, il quale continua a sentirsi risentito. La prima volta che parlate di questa cosa Matteo salta su tutte le furie, confermando il tuo timore di parlare con lui che in realtà è stato alimentato da una continua mancanza di comunicazione aperta.

Sistemi di comunicazione

Ogni volta che comunichiamo con una persona stiamo generando un sistema, il quale non è regolato solo da te o solo dall’altra persona ma dal vostro interagire. Questo non significa che non esistano colpe o responsabilità maggiori da una parte o dall’altra ma indica però che ognuno contribuisce (in un modo o nell’altro) al mantenimento di quel sistema. Così nel nostro esempio Matteo potrebbe essere davvero una persona facilmente irritabile, e tu potresti essere una persona che non ama (giustamente) sentirsi trattare male quando le cose non vanno. Lui attacca e tu scappi, se non parlate si crea un circolo pericoloso di paura e sfiducia reciproca.

Quando discutiamo con le persone attorno a noi, con quelle che conosciamo meglio, si sono già formati vari “circoli o sistemi” interpersonali nei quali ognuno continua dare avvio alla risposta dell’altro e viceversa. Il modo peggiore di vedere la comunicazione è quello lineare, cioè andare a caccia del responsabile, della causa che ha dato avvio al sistema. Come già visto, a volte è possibile ma nelle discussioni classiche, quelle che abbiamo tutti i giorni, è spesso impossibile. Per questo ognuno dovrebbe sapersi assumere la propria responsabilità nella comunicazione.

Queste ricerche indicano chiaramente che quando ci sentiamo liberi di essere vulnerabili, allora siamo anche più bravi ad assumerci le nostre responsabilità. Il che spesso diventa un circolo virtuoso. A me capita spesso, litigo con qualcuno ma ad un certo punto mi ricordo che devo essere responsabile ed inizio a dire cose del tipo: “Sai a dire la verità solo ora mi rendo conto di quanto abbia contribuito anche io a questa discussione, perdonami mi assumo le mie responsabilità”. Sai cosa succede dall’altra parte? L’alto di solito mi segue: “Beh dai, anche io ho detto quelle cose insomma”…

Tu puoi aumentare la sicurezza psicologica delle persone intorno a te appellandoti alla tua vulnerabilità. Questa se ci pensi è una cosa straordinaria, certo non tutti ci sentiamo spesso liberi di farlo e ti sconsiglio di farlo apertamente con qualsiasi persona. Ma con quelle che ci stanno accanto, sulle quali contiamo, quelle che ci stanno a cuore, sarebbe proprio importante riuscire a farlo. Se per caso, leggendo queste parole stai pensando: “io non lo farò mai, è troppo doloroso” ecco allora probabilmente ne hai particolarmente bisogno.

Credo e spero che il prossimo futuro, in cui la tecnologia avrà un ruolo predominante, la nostra qualità migliore sarà quella di restare umani. E direi che la capacità di essere vulnerabili è una di queste… chissà.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.