Stai chiacchierando con un amico quando di colpo, ecco un altro vecchio amico che non vedevi da tempo, questo si ferma con voi per qualche minuto. Di colpo succede qualcosa, l’amico con cui stavi chiacchierando diventa taciturno. Per te è strano, ha parlato fino a pochi istanti prima. Anzi d’un tratto lo incalzi: “Su dai continua a raccontare delle tue disavventure di questa estate, stavo morendo dal ridere”. Ma niente il tuo amico, ci prova ma qualcosa si è modificato. Lo so è abbastanza banale come scena, è del tutto normale che le cose possano andare in questo modo. Eppure c’è qualcosa di fondamentale in questa scena, qualcosa che ci riguarda tutti da vicino, il passaggio dalla relazione tra due a quella a tre… oggi parliamo di questo:

Il triangolo no!

La letteratura in psicologia su questo tema è sconfinata! Ogni teoria dello sviluppo ci ha parlato di come siamo passati dalla diade madre-bambino alla triade, madre, bambino e padre. Freud è stato tra i primi con il suo ormai immortale: complesso di Edipo. Si tratta di un tema senza tempo, non a caso già descritto magistralmente da Sofocle nella sua tragedia. Ecco ora che ho usato qualche parolone posso scherzare sul titolo preso da Renato Zero! Se hai ascoltato l’episodio sai che non parliamo di quel tipo di triangolo, anche se, a livello relazionale si tratta della stessa identica cosa. Il punto di tutto è sempre lo stesso: le relazioni sono la cosa più importante che abbiamo e allo stesso tempo la più complessa da gestire.

Iniziare ad osservare come ci muoviamo all’interno dei nostri triangoli relazionali è un ottimo esercizio. Il primo vantaggio è iniziare a renderci conto che non siamo strani se di colpo ci sembra che l’atmosfera cambi, quando entra in gioco un terzo. Non è una nostra impressione, non siamo sbagliati, siamo solo in balia di un aumento esponenziale della complessità. Si, esattamente! Non sto parlando delle prime esperienze di vita, anche se potremmo fare una lunga disquisizione su quanto ci abbiano influenzati e sappiamo che non si tratta di semplici fantasie. Tuttavia a me piace trasformare queste nozioni in consigli pratici, non sempre è possibile perché in fin dei conti il consiglio migliore sarebbe: se hai troppe difficoltà relazionali fatti aiutare, ma sarebbe non solo patologizzante come linguaggio ma non del tutto realistico.

Infatti non sto parlando di una persona con gravi problematiche relazionali, quelle persone difficilmente leggono e ascoltano un podcast in cui si parla di tali difficoltà. Ma parlo di una situazione più o meno comune, alcuni di noi sono più sensibili e se ne accorgono prima altri dopo, ma è qualcosa che può capitare a tutti. La cosa sembra abbastanza lineare: le relazioni sono fondamentali, mantenerle in equilibrio è difficile, il nostro cervello è un risparmiatore seriale… e fa già molta fatica a tenere a mente una singola mente, figuriamoci più teste tutte insieme. Questo non significa che sia impossibile farlo ma che il nostro cervello ama le cose più semplici, soprattutto ama le cose chiare e cerca di evitare le ambiguità. Quando abbiamo a che fare con più persone le ambiguità sono dietro l’angolo.

Per essere cinici potremmo dire che è già difficile capirsi tra due persone, figuriamo tra tre e o più persone. In realtà, come spero avrai sentito nell’episodio, si tratta di qualcosa di molto complesso. Dobbiamo pensare non solo al tipo di capitale semantico condiviso, ma anche ai sistemi motivazionali che possono entrare in campo, al tipo di contesto che ci circonda, a ciò che è accaduto prima di quell’incontro (a noi e ai membri presenti), insomma le variabili sono davvero tante. Il triangolo (così come gli archetipi del mio libro) diventa un riduttore di complessità, serve semplicemente a segnalare che alcuni tipi di relazione possono modificarsi profondamente senza rendercene conto. Anche perché, siamo tutti triangolati in un qualche modo…

Pensaci, conosci una nuovo collega, ti piace e andate perfettamente d’accordo. Questo torna a casa e racconta alla moglie che è uscita con voi, che si è divertita di brutto ma non appena sente il tuo nome dice: “Caro, ho capito, hai conosciuto Mario Rossi, quello di Milano, giusto? Ecco lo conosco, era a scuola con me, davvero una brutta persona. Spero che tu non ci trascorra troppo tempo assieme”. Lo so, sembra una storia tra ragazzini e il genitore che ammonisce il figlio, ma la verità è che le opinioni che le persone hanno, sulle nostre relazioni, diventano una triangolazione fantasma che ha effetti sulla relazione stessa. Proprio quello che cercava di dirti mamma, di non frequentare le brutte persone… e dicendotelo, aumentava ancora di più la tua curiosità.

Il capitale semantico

Quante cose condividiamo? E’ chiaro che i legami umani si formano e si fondano su significati non solo biologici, come la parentela ma anche e soprattutto su significati condivisi. Immagina di essere tifoso di una squadra di calcio o appassionato di una band metal (come nel mio caso). Ti stai annoiando ad una festa a casa di un amico, però conosci pochissime persone, di colpo appare un tizio con la maglietta del tuo gruppo preferito. Bene, ora sai con chi parlare, di cosa parlare e forse, se anche lui è davvero appassionato di quel genere, passerete una bella serata insieme. Ok, sto esagerando ma ci siamo capiti. Altro esempio comune? Sei in un altro Stato per lavoro, sei circondato da stranieri che parlano un’altra lingua, quando di colpo, in fila per prendere da bere al bar, senti parlare in italiano.

“Ehi, anche voi ragazzi siete italiani? Io arrivo da Padova” e boom, quella condivisione di significati vi fa sentire subito uniti. E’ un fenomeno che capita sempre, vediamo qualcosa in comune con qualcun altro e ci sentiamo più vicini, più simili a quella persona, anche se non l’abbiamo mai incontrata prima. Quando abbiamo a che fare con una terza persona, si agginugono altri significati, anche se questa fa parte del nostro stesso gruppo, anche se conosce la persona entrambi, modificherà sempre gli equilibri. Perché con oguno abbiamo sia i significati del gruppo e sia quelli personali. E questi ultimi, quando si tratta di intimità, di apertura, di genuinità, sono più semplici da gestire uno a uno che uno a tanti.

Chiaramente più un gruppo ha reti condivise e più l’arrivo “del terzo” è meno impegnativo. Più le interazioni si fondano su aspetti comuni e più saranno organizzate al meglio, come una squadra di basket che segue uno schema preciso. Di certo le singole differenze hanno importanza ma non come lo schema generale. Infatti avere a che fare con tante persone di solito ci fa comportare in modo più prevedibile. Mentre con un tuo amico, da soli, fuori da occhi indiscreti puoi fare lo stupido, chessò “metterti a far finta di essere ubriaco e barcollare”, difficilmente farai la stessa cosa, con lo stesso grado di immedesimazione, in una piazza piena di gente (a meno che tu non sia realmente ubriaco o particolarmente istrionico).

Ho da poco beccato uno studio, di cui mi sentirai parlare (preso), sulla musica. Hanno preso 20 persone e le hanno messe dentro una risonanza magnetica. A tutte è stata fatta ascoltare la stessa musica, pezzi di brani e gli è stato chiesto di pensare a delle breve storie associate a quei pezzi. La cosa straordinaria era l’incredibile somiglianza delle storie, quei suoni facevano venire in mente personaggi, luoghi e paesaggi simili. Ok, questo sembra più essere un effetto di base, una sorta di archetipo ma anche questo è parte del nostro capitale semantico, anche se magari è ancestrale. Per lo meno fa parte del modo con il quale tendiamo a dare significato, degli schemi, dei concetti a priori per scomodare Kant. Abbiamo moltissimo in comune ma…

Proprio perché abbiamo molto in comune ci piace avere relazioni particolari. Ci piace stare con tizio perché ama parlare di sport e divertirsi con noi al bar. Ci piace parlare con Caio perché approfondisce i temi sociali in modo incredibile e ci fa sentire intelligenti ecc. Con ogni persona costruiamo significati unici, certamente legati a temi comuni (e a predisposizioni come nel caso qui sopra) ma tale unicità è un fenomeno prezioso. E’ quell’emergere di cui parliamo spesso: la relazione tra me e te non è né mia né tua, è nostra, è qualcosa che coltiviamo insieme in misure alternativamente differenti. Più investiamo in una relazione, più abbiam ricevuto e dato investimento e più questa diventa speciale, unica… e soprattutto sensibile alla presenza di “un terzo”.

Il terzo invisibile

Non hai idea di quante coppie si rompano a causa di un terzo, e non intendo il tradimento, anche se in una immaginaria statistica potremmo includere anche quello. Mamme, fratelli, amici che possono intromettersi più o meno direttamente nella relazione. I racconti di tutti i tempi ci dicono questo ma anche la mia esperienza clinica (non vastissima ma abbastanza ampia), non hai idea di quanto un terzo possa influire anche nel mio lavoro. E’ facile immaginare come una madre possa intromettersi in una relazione: “quello lì è un poco di buono, non frequentarlo. Chi va con lo zoppo…”. Così come è facile immaginare due persone che si evitano per dicerie nei rispettivi confronti. Non sono scene da romanzo, capitano tutti i giorni!

Ciò che è meno facile immaginare è che queste dinamiche sono sempre presenti. Anche in questo preciso momento. Stai leggendo queste parole, magari leggendo hai pensato: “si è vero, anzi sai cosa ti dico, appena finisco la lettura vado subito a dirglielo” magari a quella persona che si è sorpresa nel vederti cambiare umore quando è arrivato “il terzo”. Strano vero, pensiamo spesso in riferimento ad un altro o agli altri. C’è sempre un terzo invisibile, nel mio lavoro, come ti stavo dicendo è parecchio evidente. Ti faccio un esempio classico: sto lavorando un ragazzo adolescente sul tema dell’indipendenza, lui si da come compito quello di mettere in ordine la propria camera da solo.

Le cose filano abbastanza lisce fino a quando vengo a sapere che, la madre non riesce proprio a resistere, non appena vede qualcosa fuori posto deve metterlo apposto. Così, lentamente una buona abitudine che si stava formando, viene distrutta da un premuroso aiuto materno. Sembra strano vero? Eppure non appena ho spiegato questa ipotesi alla madre (perché inizialmente era tale) lei l’ha messa in pratica ed il ragazzo non solo è tornato a mettersi apposto la stanza da solo, ma lentamente quel gesto lo ha aiutato in altri ambiti della vita (come nello studio). Ok, in questo caso il terzo era ben visibile ma il significato, ciò che intercorre tra di noi è sempre presente.

In questo momento sto scrivendo nel mio ufficio… eppure so che queste parole saranno lette da altre persone, da “terzi”… per quanto mi senta a mio agio so che dovrò rendere conto di queste parole. Il terzo è sempre presente anche quando non lo vediamo, per questo è importante iniziare a fare un pizzico di mente locale, non per evitarlo ma per accoglierlo. Per riconoscere che dentro ognuno di noi esiste sufficiente spazio per accogliere il gruppo. Esiste un’anima di gruppo dentro ognuno di noi, ci siamo proprio evoluti e siamo arrivati sino a qui grazie a questa meravigliosa predisposizione.

Continueremo questo argomento… fammi sapere cosa ne pensi tra i commenti del Podcast. Io vi leggo tutti, siete i miei “terzi preferiti”!

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.