A volte ce ne rendiamo conto da soli, quasi di colpo, ci accorgiamo di essere presi dai nostri pensieri. Magari capita proprio mentre stiamo facendo altro, stiamo ascoltando un discorso ed invece di seguirlo, pensiamo a quella cosa. E’ un’esperienza molto comune. Questa mente che vaga è stata a lungo studiata, anzi probabilmente è la fonte principale di moltissime ipotesi psicologiche di tutti i tempi. Freud, Jung e molti altri si sono cimentati nel tentativo di osservare cosa saltasse in testa e perché. Un recente studio ha fatto una cosa straordinaria, ha creato una sorta di “libere associazioni moderne“, le ha tracciate in modo meticoloso ed ha scoperto alcune cose davvero interessanti su come gestire al meglio questo meccanismo… Prima di leggere questo post, ascolta l’episodio…

Le libere associazioni

Quando le persone approcciano lo studio della psicologia partono sempre dalla sua storia, così vengono a sapere che prima Freud e poi Jung si sono serviti molto delle libere associazioni. Non tutti sanno che in realtà le metodologie con le quali si possono usare le libere associazioni non solo non fanno parte solo della storia, cioè le usiamo ancora oggi, ma che seguono un paradigma scientificamente molto rigoroso. Freud utilizzò le libere associazioni per provare che ciò che diciamo non è altro che il riflesso di qualcosa che si muove al di sotto della superficie, qualcosa di non conoscibile ma che ha effetti concreti sulla nostra vita. Freud voleva mostrare l’inconscio.

Se anche tu hai studiato queste cose a scuola forse ti ricorderai che per Freud le vie dell’inconscio erano diverse: I sogni (la via maestra), i lapsus e gli errori in generale (e anche i sintomi). In realtà Freud non è stato affatto il primo ad aver notato che qualcosa spinge da dentro di noi, ci sono millenni di pratica di meditazione di consapevolezza che mostrano magistralmente queste dinamiche. Tuttavia Freud è stato il primo medico a collegarli a stati patologici in modo diretto. Questi temi hanno creato scalpore e hanno aperto la via allo studio di un tipo particolare di psicologia clinica, quella che viene chiamata psicologia dinamica. Chiunque abbia studiato un pizzico di queste cose non sarà rimasto sorpreso dallo studio presentato…

Ah meno che non si sia mai posto una delle domande dello studio: ma è la quantità di pensieri che determina uno stato negativo o altro? E qui dobbiamo lasciar andare Freud, il quale non si è mai espresso in questi termini ma in modo indiretto ci ha lasciati con una sorta di “monito negativo” nei confronti dell’inconscio. Visto come la cloaca della nostra mente. E da lì stiamo attenti a qualsiasi tipo di manifestazione mentale, e chi fraintende eccessivamente questo messaggio non solo non ne trae giovamento ma può addirittura trarne pericolosi atteggiamenti. Non è la prima volta che ti racconto che la dinamica dei pensieri vista come “pericolosi” è iatrogena, cioè può fare più male che bene… perché?

Perché se inizio a pensare che ciò che mi salta in mente è in realtà la manifestazione di qualcosa che non va in me, inizierò a cercare di non pensare quei pensieri (creando evitamento esperienziale), inizierò a cercare di analizzare qui pensieri per cercare di capirli davvero (creando paralisi dell’analisi e fissazioni), ed inizierò a soffermarmi eccessivamente sui pensieri invece di lasciarli scorrere. Queste non sono ipotesi ma è ciò che abbiamo capito negli ultimi decenni, niente di straordinario qualcuno penserà ma il fatto è che il problema non sono i pensieri o la loro qualità ma che rapporto abbiamo con essi. Cioè se siamo capaci di lasciarli andare o meno, detto con i termini attuali della psicologia: se siamo sufficientemente flessibili mentalmente.

Ecco cosa fa l’idea che i pensieri siano pericolosi, crea rigidità nella loro gestione. Lo studio che ti ho presentato oggi, che agli occhi di un profano possono apparirire come: la solita conferma che avevamo già capito tutto. In realtà fa chiarezza su questa diatriba della gestione dei pensieri. Vedi perché una cosa è sapere con un certo grado di certezza che le cose stanno così un’altra è invece affidarsi al proprio istinto. Sai quante volte mi hanno scritto o detto qualcosa del genere: “sì è vero è il rapporto che ho con i miei pensieri ma credo che in fondo io sia fatto male, io penso male, sono cablato male ecc.”. La verità è che sì, ognuno di noi potrebbe avere tendenze che lo portano ad avere più pensieri “diciamo negativi”, che la traiettoria delle sue ideazioni (quelli che qui chiamiamo temi) siano sempre le stesse… ma non significa che sia quello davvero il problema da risolvere.

Dove vanno i pensieri?

Se segui Psinel da un po’ di tempo ricorderai la mia metafora sui Buchi Neri, la quale si limita semplicemente a dire qualcosa che sappiamo da millenni: ubi maior minor cessat. Cioè in altre parole, se ti fa male l’unghia del piede e questo ti preoccupa tantissimo ma di colpo scopri che ti hanno rubato l’auto. Di colpo l’unghia del piede passa in secondo piano, in alcuni casi potresti addirittura non sentirla proprio più, perché il dolore e la preoccupazione per l’auto prendono il suo posto. In psicologia parliamo di trauma, per indicare i buchi neri che catturano la nostra attenzione, spesso anche al di là della nostra piena consapevolezza. Ad esempio una persona che ha avuto un incidente in auto, anche molti anni fa, potrebbe preferire altri mezzi o essere esageratamente accorta quando prepara un viaggio… proprio a causa di quell’incidente. Semplice e lineare.

Tuttavia non sempre le cose sono così semplici come appaiono. Tuttavia chi studia queste cose deve anche saper raggruppare per semplificare il lavoro dei miei colleghi. Così ti ho anche mostrato che esistono 3 temi specifici che danno noia alla maggior parte di noi. In quest’ottica potremmo vederli come 3 buchi neri generalizzati che, in una qualche misura possiamo avere tutti. Giusto per ricordare si tratta della minaccia, del disamore e dell’indegnità. Insomma sappiamo grosso modo quali sono le traiettorie dei pensieri, ma il punto è … a che ci serve? Per aiutare le persone a gestirli al meglio il proprio mondo interiore. Dal mio punto di vista, che è quello delle terapie di terza onda della CBT, la modalità migliore per farlo è imparando ad osservarli. Il che non significa monitorare tutto ciò che ti passa per la testa, ma imparare a riconoscerli. Per questo i 3 temi (e i “buchi neri”) sono uno strumento eccezionale.

Se sai cosa riconoscere lo farai con maggiore semplicità. Ma il punto qui diventa ancora più interessante: ciò che descrive la ricerca sembra essere molto simile a ciò che descriviamo come fusione con i pensieri o identificazione. Non è tanto la direzione negativa o positiva quanto la flessibilità nel saper passare da un pensiero all’altro o potremmo dire, “da uno stato di attenzione intenzionale all’altro”. Qui devo stare molto attento anche perché tra qualche tempo farò un episodio sul tema “dello stato”. Vedi nel momento in cui ti accorgi di essere catturato da quei pensieri, già qualcosa cambia, inizi a vederli meglio ma non basta. Devi poi decidere intenzionalmente di rivolgere il tuo focus su ciò che è davvero rilevante in quel contesto. Per farlo ho riassunto in questo video una delle tecniche che apprezzo di più.

I nostri pensieri non girano a caso ma cercare di comprendere le loro traiettorie a partire dalle loro cause può diventare pericoloso. Di solito i pensieri che mettiamo sotto questa sorta di vaglio, di analisi personale, non sono quelli leggeri e passeggeri, ma quelli che ci impegnano di più in modo negativo. Come abbiamo visto molte volte, se si tratta di un problema nel mondo fisico, allora metterci lì a pensare può aiutarci, ma quando abbiamo a che fare con la nostra interiorità le cose sono più sfuggenti. Non è che pensando intensamente a quella sensazione di risentimento ne verrai prima o poi a capo, certo puoi farlo ma devi dedicargli il tempo giusto. Magari con una guida, un professionista o con strumenti (come quelli che apprendi su Psinel) ma sempre dedicando del tempo attivamente.

Oltre alla loro natura, traumatica o meno, i nostri pensieri tendono a bloccarsi proprio per continui tentativi di aggiustarli attraverso il pensiero stesso. Restando nella nostra testa a creare argomentazioni (spesso contro argomentazioni) a ciò che ci salta in mente di negativo: “sei una brutta persona”, ci dice quella vocina nella testa e noi passiamo 20 minuti a raccontarci di tutti i nostri successi. Non è sempre un male che accada, ma se ti accorgi di farlo, se ti rendi conto di quel pensiero ed inizi ad osservarlo, prima di partire con le contro argomentazioni, è molto molto meglio. L’argomentazione non è da evitare ma è da trattare alla stessa stregua del pensiero negativo… è emersa come protezione ma la vera fuoriuscita non è usare argomenti migliori ma è abbandonare la disputa!

Ok mi sa che mi sono spinto un po’ oltre per la nostra versione estiva, ma sono certo che questi pochi passaggi possano aiutare molte persone. Liberiamo il nostro pensiero dai vecchi pregiudizi ed iniziamo a vederlo come una parte di noi… non come noi!

Tu sei molto di più dei tuoi pensieri… e questa non è retorica da quattro soldi. Se vuoi toccarla con mano, inizia a meditare 😉

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.