
Le condizioni socio-economiche hanno una reale influenza sulla salute mentale? La risposta breve è: si assolutamente. Ma la questione è molto più complessa ed affascinante. La prima cosa da tenere a mente per questo nostro episodio è proprio questa: le questioni legate al denaro che la tua famiglia ha vissuto hanno lasciato un segno anche dentro di te. La seconda cosa è che nessuno può dirsi immune agli effetti socio-economici in cui è nato e cresciuto. Le ricerche sono chiare, chi ha avuto (ed ha) difficoltà in questo campo ha ripercussioni non solo sul lato materiale ma anche mentale… l’ambiente economico in cui si nasce e le esperienze avute con il denaro hanno una potente influenza sul nostro equilibrio psicologico (e non solo).
Mente e denaro
I rapporti tra finanza e psicologia sono così tanti e così intrecciati che ci servirebbe una intera enciclopedia. Partendo dal semplice fatto che ha fatto vincere tanti Nobel: cioè che l’essere umano non ragiona in modo razionale ma si fa guidare da emozioni e bias. Passando per il tema più vicino a noi oggi: ma quanto incide il reddito sulla salute mentale? Ma non solo, anche guardando la cosa dal punto di vista sociale: le disparità che effetti hanno sul comportamento della popolazione? Ed infine il tema che solitamente viene più citato quando si parla di crescita personale e denaro: ma esiste davvero una mentalità di abbondanza che facilità il guadagno ed una di “ristrettezza” che lo limita?
Del nobel e di quei meccanismi ce ne siamo occupati tantissime volte, puoi trovare una bella puntata qui per ora occupiamoci di una cosa che non tutti sanno: il fatto che le condizioni socio-economiche abbiano un effetto concreto sulla nostra salute mentale. Ultimamente alcuni ricercatori hanno proprio confermato questo dato, mostrando che non solo l’umore ne viene intaccato ma anche la velocità di invecchiamento del cervello. In pratica, nascere in condizioni economiche svantaggiate ci fa invecchiare più rapidamente, è un vero e proprio stress che si ripercuote sulla nostra fisiologia e sulla nostra psiche. Un tipo di stress che oggi riusciamo quasi a misurare, come?
Osservando ed isolando la variabile “socio-economica”. Ed è proprio così! Sto insistendo su questo punto perché, non troppi anni fa (e tutt’ora in certi ambienti) si credeva che i problemi di salute mentale fossero appannaggio dell’elite più ricca. C’è addirittura chi ancora scrive cose del tipo: “solo chi è ricco ha il tempo per farsi le seghe mentali”. Ma purtroppo la situazione è molto diversa, basta farsi un giro in un centro di salute mentale vicino a casa per capire che le cose sono diverse. Moltissime persone in stato di disagio economico si rivolgono proprio a quei centri. Certo che se pensi a chi trovi nella saletta di attesa del tuo psicoanalista milanese da 200€ all’ora 3 volte alla settimana… sicuramente trovi tutt’altro.
Purtroppo la psicopatologia è trasversale ma esistono fattori di rischio e vulnerabilità che derivano da ulteriori stressor che oggi definiamo direttamente finanziari. Ed è per questo che ho iniziato ad interessarmi alle teorie del dott. Brad Klotz e della sua “terapia finanziaria”. Nella quale si formulano ipotesi sul legame tra eventi negativi legati al denaro ed un suo utilizzo erroneo attuale. Lo so, se uno ci pensa è abbastanza banale ed è anche per questo che per anni ha vinto la logica segreta del “blu print” e penso che ancora oggi vada parecchio di moda. Se leggiamo superficialmente queste ipotesi è facile giungere a questa stessa conclusione. Ecco come fare…
Mindset di abbondanza
Per diversi anni (e immagino anche ora) sono sorti diversi guru e corsi di finanza più simili a temi della crescita personale che alla economia. All’interno dei quali, i vari formatori di turno, cercano di modificare il nostro atteggiamento mentale nei confronti dei soldi. Spesso si usavano argomentazioni del genere: Tu sei nato in Italia, un luogo fortemente religioso nel quale mostrare di avere voglia di guadagnare di più è vergognoso, dato che “i soldi sono lo sterco del diavolo”. Tali convinzioni formano un “blue print” cioè una sorta di assetto di base che ti impedisce di guadagnare quanto meriteresti. Molto bello come discorso ed in parte anche abbastanza realistico.
Un’altra motivazione culturale che mi ha sempre affascinato è quella che vede noi europei come affezionati all’idea di nobilità. Per un sacco di tempo abbiamo pensato che alcune persone nascessero “diverse”, con il sangue blu, e per questo motivo non dovevano lavorare, non dovevano sudare, non dovevano abbassarsi a raccogliere le cose. Per tutte queste cose c’erano gli sfortunati, quelli nati in altre categorie sociali. Dunque, dato che amiamo tutti l’idea di nobiltà, sporcarsi le mani con il denaro e con il meracanteggiare è visto negativamente dalla nostra mente inconscia. Altro tema molto interessante, probabilmente con strascichi di verità ma anche questo… forse leggermente tirato.
Vedi, sicuramente il nostro passato ha un effetto sul nostro presente, sicuramente ci sono persone che sono diventate ricche perché avevano una mentalità più lanciata, erano meno spaventati e più coraggiosi. Così come è probabile che una persona molto povera in gioventù faccia di tutto per non esserlo crescendo, e allo stesso tempo, una persona nata nella bambagia possa più facilmente rinunciare ad ideali di ricchezza per fare il nomade digitale intorno al mondo. Sono tutte cose plausibili e in parte vere, tuttavia questo non significa che se una persona con mentalità di abbondanza sia ricca mentre una con quella di ristrettezza sia povera. Anzi spesso è proprio il contrario se ci guardiamo attorno.
Ti sei mai accorto che spesso le persone più facoltose sono anche quelle leggermente più tirchie? Anche questa è un’altra generalizzazione ma se come me hai tanti amici facoltosi è possibile che tu possa aver notato qualcosa del genere. I motivi possono essere diversi, il primo è di certo il fatto che una persona molto ricca, magari nata ricca, non ha il senso del denaro. Quindi è abituata da una vita che tutto le sia dovuto, tutto le sia “pagato”, e magari quando c’è da tirare fuori la carta per il conto dell’aperitivo non è proprio la prima a farlo. Certo, lascia che lo ripeta sto generalizzando, conosco persone ricche che sono anche molto consapevoli di esserlo. Ecco queste pagano senza dire niente a nessuno e senza farsi vedere mentre lo fanno.
La mentalità di abbondanza dovrebbe farci vedere le questioni economiche come un gioco aperto e non un gioco a somma zero. In altre parole, se io guadagno di più non tolgo niente a nessuno, anzi creo opportunità di guadagno anche per altre persone. Questo è in parte vero, ma nella crescita personale questo mindset ti dice: smettila di contare i centesimi, il mondo è abbondante, fino a quando non ti entrerà in testa questo concetto continuerai a fare scelte da povero che ti manterranno tale. Questo è sbagliato! Se non hai molti soldi la mossa migliore che tu possa fare è risparmiare, anzi potremmo dire che la vera ricchezza non consiste nel guadagnare tanto ma nel riuscire a risparmiare abbastanza.
Convinzioni socio-economiche
Come probabilmente sanno i miei ascoltatori di vecchia data il tema del “mindset” è una roba seria. La psicologia lo studia da decenni, non a caso ho sostenuto un esame nei primi anni 2000 che si chiamava: atteggiamenti e opinioni. Che potremmo vedere anche come “mindset”, ma come sanno i miei affezionati gli studi più potenti su questo tema sono quelli di Carol Dweck e la sua idea di mindset di crescita (o dinamico) e mindset statico. Ecco tutte le robe sui soldi e sulla crescita personale sono un miscuglio di queste idee. Ora ti dirò una cosa che forse non ti piacerà: scommetto che se prendessimo 1000 ricchi di prima generazione e chiedessimo loro quanto desiderio avevano di diventare ricchi… la maggior parte direbbe che è stata la loro volontà a farli diventare tali.
Di solito che afferma che il caso ha un impatto molto alto sulla ricchezza viene tacciato come “uno che non ci è riuscito” ed in parte è vero. E’ un fenomeno che in psicologia conosciamo da sempre: quando le cose vanno bene pensiamo che dipendano da noi, dalle nostre abilità e non dalla fortuna. Quando le cose vanno male facciamo l’esatto opposto: pensiamo che dipenda da cause esterne (gli altri, il governo ecc.) e dalla fortuna. Ora, i libri sulla ricchezza da chi sono scritti? Di solito da persone che cercano di dirci che hanno intervistato i milionari per carpirne i segreti, ma questi pensano che tutto dipenda da loro, dalle loro abilità, dal loro impegno ecc.
ATTENZIONE: non sto dicendo che lo sforzo, l’impegno e la dedizione non paghino ma sto dicendo che, secondo diverse ricerche non sono la risposta alle differenze di reddito nella popolazione. Come ti dico spesso sforzarsi non solo è importante, ma è ciò che rende davvero di valore ciò che facciamo. Questa faccenda è fondamentale da tenere a mente, al di là che farlo porti o meno a dei super risultati, è l’impegno a dare valore alle cose che fai. Potresti ad esempio essere appassionato come me di musica, suonare tutti i giorni ma per il semplice piacere di farlo. Certo ragazzi che mi piacerebbe suonare con un gruppo davanti a migliaia di persone, ma non lo faccio per quello (infatti raramente mi vedi suonare online).
Se inoltre ci mettiamo il concetto di agency, cioè che per sentirci bene dobbiamo anche percepire di avere la capacità di agire sulle cose che ci circondano, allora abbiamo la tempesta perfetta. Il punto è che moltissima ricerca ci dice che certamente stiamo meglio a sentirci protagonisti, che di certo gli sforzi ripagano per lo meno in abilità e competenza. Ma che nonostante questi è possibile che una persona, magari un tuo collega molto meno capace di te, molto meno impegnato di te, possa per un qualche colpo di fortuna avere decisamente più successo di te. E quando questo succede non ci rendiamo conto della scala. Non ci rendiamo conto che ad esempio il 70% dei libri pubblicati in Italia vende meno di 200 copie nell’arco della loro vita.
Non ci rendiamo conto che se Bill Gates non avesse avuto quel computer famoso alle scuole medie probabilmente oggi non esisterebbe microsoft. Cerca la storia è davvero interessante, le scuole medie di Gates erano le uniche in tutta gli USA a dare la possibilità ai ragazzi di usare una calcolatore costosissimo e rarissimo. E’ un po’ lo stesso discorso che facciamo sul talento, di certo chi ne possiede è più fortunato, tuttavia è anche necessario che lo coltivi. Gates di certo era un bambino dotato, di certo ha coltivato il proprio talento ma è nato in un terreno molto fertile. Le condizioni di partenza contano parecchio e anche gli eventi estremi (i cigni neri) positivi o negativi possono fare una enorme differenza.
Una ricerca italiana
Nel 2018, i fisici e sociologi italiani Alessandro Pluchino, Andrea Rapisarda e Alessio Biondo (vincitori dell’Ig Nobel per l’Economia nel 2022) hanno simulato la progressione di carriera di migliaia di individui con diversi livelli di talento/impegno in ambienti soggetti a eventi casuali (fortunati o sfortunati). Il risultato del modello ha mostrato che le persone di maggior successo non erano le più talentuose in assoluto, ma individui con talento medio-alto che avevano incontrato una sequenza favorevole di eventi fortuiti.
Tutto quello che ci siamo raccontati è molto simile in realtà a come funziona la crescita personale in generale. La famosa diatriba tra natura e cultura. Ma non solo, tira in ballo anche la tematica forse ancora più ampia del libero arbitrio: quanto possiamo realmente influenzare ciò che ci circonda o quanto ne siamo influenzati? Ciò che sappiamo oggi è che le condizioni ambientali hanno un forte impatto, spesso più forte di quanto ci piaccia pensare perché silenzioso ma questo non significa che non possiamo farci nulla. Se guardiamo i casi estremi di certo vedremo l’impatto incredibile dei fattori al di fuori del nostro controllo, sia per chi nasce particolarmente sfortunato e sia per chi nasce particolarmente fortunato.
Ma se guardiamo la media delle persone la cosa cambia. E’ evidente che il desiderio, la volontà e l’atteggiamento mentale abbiano un peso. Non lo sappiamo solo indirettamente, cioè studiando i casi molto vicini tra loro ma anche direttamente, cioè cercando in laboratorio di modificare specifiche variabili. Questo, ripetiamolo, non significa che se vuoi puoi tutto, ma significa che se non vuoi non puoi niente. E che, in un modo o nell’altro tu hai quasi sempre un bel margine di potere su ciò che ti accade. Questo discorso viene spesso visto come un monito allo stacanovismo alla crescita tossica, ma non è ciò che intendo, ciò che intendo è dirti hai sempre un margine di possiblità, di libertà ed è in quei margini che lavoriamo per migliorare.
Puoi fare molto, puoi farti aiutare se pensi di avere blocchi particolarmente grossi con il denaro. Puoi modificare il tuo ambiente, formarti, cercare di studiare ciò che vuoi migliorare. Il tutto senza il peso di dover diventare domani ricco o di dover cambiare per sempre il tuo atteggiamento mentale. Bastano piccole virate interiori (ed esteriori) per iniziare ad avere anche grossi risultati. Nel nostro esempio attuale possiamo imparare a gestire meglio i nostri soldi, imparare ad accantonare delle parti, scoprire che non dobbiamo comprare cose per impressionare gli altri ecc. Sono cose che in fondo sappiamo ma la grande differenza sta sempre tra il “dire e il fare”…
E’ il fare che ti cambia… e il fare che da piccoli colpi alle traiettorie delle nostre vite. Una piccola virata oggi può già determinare un grande cambiamento per domani, proprio come una nave che sposta di pochi gradi il timone e dopo 2 ore si ritrova su una nuova rotta.
Genna



