Nel nostro repertorio mentale esistono molte emozioni, alcune sono dette di base (come felicità, paura, tristezza, ecc.) ed altre secondarie. La differenza principale sta nel fatto che quelle primarie sono innate ed universali mentre quelle secondarie sono apprese.

Tuttavia quelle secondarie non sono “secondarie” in quanto importanza e tra queste ne esiste una che viene sottovalutata da sempre: la vergogna. Se ti dicessi di pensare al termine vergogna forse ti verrebbe in mente un bambino, qualcosa di infantile.

Oggi scopriremo che non è infantile e che conoscerla meglio può aiutarci ad aumentare la nostra intelligenza emotiva:

Una cosa da bambini

Se ti chiedo di pensare ad una persona che si vergogna è più facile vedere un adulto o un bambino? Ho fatto questa domanda ad un bel po’ di persone e quasi tutte hanno risposto “il bambino”. Perché riteniamo che l’emozione della vergogna sia più facilmente attribuibile ad un bambino?

Gli adulti “non si vergognano” perché hanno imparato che si tratta di un “timore infantile” da un lato e dall’altro lato sanno cosa evitare in certe situaizoni per non cadere in “vergogna”… ma non è per nulla così! Se mi stai leggendo è molto difficile che tu sia un bambino ma scommetto che provi anche tu, di tanto in tanto vergogna.

No, non sto parlando di persone timide che sembrano comportarsi come bambini ma del fatto che anche da adulti, anche tra i più coriacei degli adulti, si continua a provare vergogna in determinate situazioni. Ora vedi ci sono un sacco di teorie su questo tema ma credo che la chiave sia una sola:

La vergogna è un’emozione talmente potente e atterrente da farci fuggire da essa il prima possibile. Impariamo ad inventare bugie pur di non cadere nella vergogna, ad attribuire ad altre persone il fatto di svergognarci e pensiamo che solo i bambini e gli stolti possano sentirsi davvero imbarazzati.

La verità è che, come per tutte le altre emozioni, anche noi adulti siamo capacissimi di provare vergogna e siamo altrettanto bravi a negarla, proiettarla ed evitarla, con tutte le nostre forze. Al punto tale che ci fare gesti tipici della vergogna ci sembra manifestazioni infantili.

Le mani sulla faccia

Hai mai visto una “candid camera” o un “prank” come li chiamano oggi? Sono video dove qualcuno viene messo in forte imbarazzo in pubblico. Se vai a pescare un qualsiasi video del genere scoprirai una pattern comune: le persone si mettono le mani in volto, perché?

Qualcuno potrebbe pensare per non guardare, come quando siamo spaventati di fronte ad un film dell’orrore, ma in realtà sono gesti identici che hanno scopi diversi: nella vergogna le mani sul volto sono un tentativo goffo di nascondersi, nascondere la faccia di una persona che “ha sbagliato”.

E’ un po’ come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia anche noi nascondiamo il viso quando ci sentiamo in imbarazzo. Uno degli scopi è quello di non mostrare alle persone che abbiamo cambiato volto e in particolare che siamo diventati rossi. La cosa interessante è che capita anche se non abbiamo un pubblico.

Se guardiamo le cadid camera scopriamo che le povere vittime si mettono le mani sul volto anche se non sanno di essere osservate. Si tratta quindi di un gesto che nasce con un intento sociale (mi nascondo e ti nascondo il volto) ma che si è mantenuto al di là del suo significato di base.

Non nascondiamo solo il volto quando proviamo vergogna ma tendiamo a nascondere l’emozione stessa, non solo agli altri ma soprattutto a noi stessi. Perché come detto in puntata: provare vergogna è una delle sensazioni meno piacevoli nel reame della nostra emotività.

La mia esperienza clinica

Nel mio studio ogni volta che mi sono trovato di fronte alla vergogna e sono riuscito in un qualche modo a farla emergere è sempre accaduto qualcosa di positivo. In altre parole, anche se la persone non veniva da me per motivi direttamente connessi a questo sentimento, farla emergere ha sempre portato dei buoni frutti.

Le persone nello studio dello psicologo hanno due spinte paradossali: da un lato sanno di doversi mettere a nudo e dall’altro temono il giudizio del clinico. Quando si instaura un buon rapporto i clienti diventano capaci di raccontare quasi ogni forma di pensiero e di comportamento.

Tuttavia tra le molte cose che ci raccontano le persone quelle più difficili da estrarre sono proprio le situazioni nelle quali la persona ha provato una forte ed intensa vergogna. Studiando questo fenomeno in prima persona ed approfondendolo per i miei corsi mi sono accorto che il lavoro sulla vergonga è fondamentale!

Generalizzando possiamo dire che ci sono due modi estremi di gestire questa emozione: da un lato abbiamo la sua totale negazione, persone che sono apparentemente svergognate, che usano appositamente provocazioni per dimostrare a tutti che “non hanno vergogna”.

Dall’altro lato estremo abbiamo invece persone che la percepiscono in modo estremo, spesso sono reazioni causate da traumi o da problematiche legate alla personalità. I primi difficilmente si presentano in terapia (sono egosintonici) mentre i secondi sono soliti richiedere aiuto.

Perché parlare di “clinica”?

Ogni tanto, durante i miei corsi di formazione qualcuno alza la mano e mi chiede: “ma perché parli di clinica? Io non ho questo tipo di problemi”. La risposta non è semplice ma si può riassumere così: quando abbiamo a che fare con le manifestazioni più estreme comprendiamo meglio le cose.

Immagina di essere davanti al mare, stai per fare il bagno e ad un tratto ti si avvicina il bagnino e ti dice: “stia attento perché il mare oggi è pieno di meduse”. Tu ad occhio non le vedi, non vedi nessuno che salta per il dolore e pensi che sia un semplice modo per dirti di stare attento.

Ma se ad un tratto vedi uscire una persona con una ustione causata dalla medusa sono certo che la tua attenzione diventa 100 volte più intensa. Questo perché hai avuto modo di osservare l’esempio peggiore di quella avvisaglia.

Non sempre le meduse feriscono le persone, se conosci il mare lo sai, dipende dal tipo di medusa e da come ci entri in contatto. Tuttavia il fatto di non aver mai fatto esperienza diretta della “scottatura” può portarti a sottovalutare o addirittura negare il problema (e ciò che capita oggi con il covid-19).

Le problematiche psicologiche sono raramente “qualitative” e sono molto più spesso quantitative, in altre parole: tutti proviamo vergogna solo che se provata di rado e in modo leggero non ci procura alcuna sofferenza. Al contrario se provata molto spesso e con forte intensità può diventare un vero problema.

Chi più e chi meno… tutti proviamo vergogna!

La vergogna o il timore di provarla sono comportamenti che tutti proviamo nella nostra vita. Ma come già accennato si tratta di una emozione talmente forte e poco gradita che lo sport nazionale è quello di far finta che non sia “roba nostra”, per tanto tendiamo a trovare delle scuse o dei colpevoli con cui prendercela.

Diversi studi hanno provato che la vergogna è una delle emozioni che porta maggiormente a “puntare il dito” verso il prossimo. Si trasforma così facilmente in accusa e in rabbia, talmente intensa da modificare i nostri schemi mentali e portarci davvero a credere di “avere ragione”.

Così può capitare che qualcuno venga beccato con le mani nel sacco ed invece di ammettere la propria colpevolezza se la prende con chi lo ha sgamato. Se ci pensi bene non è un fenomeno così inusuale e scommetto che sotto sotto può essere capitato anche a te qualche volta.

Ciò che voglio sottolineare è l’aspetto comune di questa emozione: la proviamo tutti e da fastidio a tutti, così la maggior parte di noi la nasconde, la tratta come comportamento infantile. L’effetto è quello di una sorta di negazione sociale di questo sentimento che ha invece scopi ben più alti.

Lo scopo evolutivo della vergogna è quello di evitare comportamenti che posano ledere noi e gli altri, è un’emozione che serve per regolare la nostra socialità. Ma in un modo dove i punti di riferimenti per ciò che giusto e sbagliato sono così tanti e così diversi, questo sistema salta facilmente.

Approfondiamo questo tema nel Qde…

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.