
Le parole contano solo il 7%? Assolutamente no, circa 20 anni fa ti ho raccontato che questa è da sempre una bufala! Questo però non significa che l’aspetto non verbale non conti, conta tantissimo. Se mi segui sai che negli ultimi anni ho avuto un po’ il “dente avvelenato” nei confronti di questa tematica, il problema è che in giro c’è un sacco di gente che si convince di poterti “leggere nel pensiero”. Ma le cose non stanno affatto così, nessuno può leggerti nel pensiero tuttavia esistono una serie di comportamenti che possono davvero fare la differenza…
Consapevolezza … non teatro!
Quando si insegnano (o si apprendono) le tecniche legate al non verbale la sensazione è sempre la stessa: quella di fingere, di essere degli attori più che dei comunicatori. E’ facile rispondere a questo genere di sensazione dicendo a se stessi: “è normale, se nessuno ti ha mai insegnato quali sono le posizioni corrette, come dovresti sederti e parlare, puoi imparare, non stai manipolando nessuno”. Ma la faccenda è come sempre più complessa di così. Infatti la prima persona che non dovremmo manipolare non è (solo) il nostro interlocutore, ma siamo noi stessi. Il pericolo più grande di queste tecniche è appunto, usarle per mimare una certo stato interno… senza consapevolezza!
La questione è molto sottile per farmi capire meglio userò un altro esempio dato dalla comunicazione in generale. Come probabilmente saprai una delle tecniche più efficaci in questo campo è la parafrasi: cioè saper restituire al nostro interlocutore ciò che ci ha appena detto. Questa tecnica ha molte funzioni, nel campo della psicologia la si apprende praticamente per ogni tipo di approccio. Ora è chiaro che puoi imparare a fare parafrasi in modo freddo e tecnico, recuperi alcune parole del tuo interlocutore, studi come creare strutture efficaci e la usi come se fossi un pappagallo che cerca di analizzare cosa succede. Oppure puoi sfruttare questa modalità per fare una cosa che solitamente non siamo così bravi a fare: ascoltare davvero il tuo interlocutore.
Attenzione, come vedi non sto mettendo di mezzo etica e morale (anche se a pizzichi si) non sto dicendo se la usi per “il bene o per il male”, ma solo che puoi farlo come una semplice tecnica a pappagallo, senza essere realmente interessato a ciò che ti sta dicendo il tuo interlocutore. Come quando la maestra ti riprendeva e ti chiedeva cosa avesse detto e tu, di tutta risposta le dicevi le ultime 5 parole incastrate nella tua memoria a breve termine. No, la verità è che se usi la parafrasi per migliorarti come prima cosa scoprirai che non sei tanto capace ad ascoltare, neanche quando sei interessato. Che dare feedback non è facile, anche se hai ascoltato bene e anche se conosci la persona con cui stai parlando… insomma scopri un sacco di cose.
Se il tuo scopo è comunicare meglio, non vincere, non manipolare, non vendere, allora qualsiasi tecnica efficace migliorerà anche la tua abilità di entrare in connessione con chiunque, soprattutto con te stesso. Quando al contrario le apprendi come mosse di arti marziali da usare contro i nemici, in modo tecnico e freddo, per vincere e manipolare, allora è molto probabile che non solo funzioneranno meno ma prima poi sembrerai proprio ciò che sei (o meglio che fai in quel contesto), cioè un manipolatore. La differenza è sottile ma molto importante, per me sta tutto nella consapevolezza. Più sei consapevole di ciò che fai e più te ne dovrai poi assumere la responsabilità.
Se mi hai ascoltato e hai parafrasato per cercare di farmi sentire a mio agio con consapevolezza, anche se io ti dicessi: “ehi ma stai usando una tecnica specifica?” e tu mi rispondessi: “Si sai l’ho imparata in un corso, lo faccio perché così sono sicuro di aver capito tutto”, sono certo che la mia reazione sarebbe positiva. Penserei che tu lo stia facendo perché sei interessato alla relazione con me. Al contrario se lo fai meccanicamente, con l’intento tra virgolette di fregarmi perché magari vuoi qualcosa da me, ecco che è possibile non solo che io me ne renda conto ma che una volta accaduto, cerchi di tenerti alla larga il più possibile. A nessuno piace essere usato come cavia di esperimenti psicologici a tavolino.
La mente è piatta
Qualche anno fa ho letto un libro molto bello che aveva proprio questo titolo: “la mente è piatta”, devo dire che mi è piaciuto un sacco, anche se non sono d’accordo con moltissime cose che afferma. Una di queste è proprio che, la profondità della nostra mente, del nostro inconscio, possa essere come una sorta di “effetto ottico”, una sorta di arcobaleno, più cerchi di avvicinarti per guardarlo meglio e più ti rendi conto che in realtà non esiste. Ora, le affermazioni dell’autore sono forti, e penso che lui stesso sappia di aver lanciato una serie di provocazioni, tuttavia mostrano qualcosa che nel campo della comunicazione è fortissimo: la quantità di elucubrazioni mentre stiamo parlando (di pensieri su ciò che dovremmo o non dovremmo fare o dire) è direttamente proporzionale alla nostra incapacità di comunicare.
In altre parole: più siamo dentro la nostra testa a chiederci cosa stiamo comunicando, come lo stiamo facendo, se è giusto o corretto e meno risultiamo spontanei. Ma non solo, peggio ancora è cercare di metterci nella testa dell’altro. Ok, ora qualcuno alzerà la mano e dirà: “scusa Genna ma ci parli da una vita di mentalizzazione, di entrare in relazione ecc. come si argomenta tutto questo?”. Noi siamo spontaneamente portati ad entrare nella testa degli altri costruendo la nostra teoria della mente altrui, tuttavia è proprio quando pensiamo che questa teoria sia vera al 100%, magari avvallati da qualche osservazione del non verbale, che le cose si incrinano parecchio.
Facciamo un esempio di reali ricerche e di come usarle al peggio per comunicare. Ammettiamo che abbiate letto i famosi strudi di John Gottman sulla durata delle coppie. Abbiate visto che tra i 4 cavalieri dell’apocalisse, cioè i segnali che indicano che una coppia non funziona bene, c’è “un aperto disprezzo”. Così comprate un libro di Ekman sulle micro-espressioni non verbali ed imparate a riconoscere il disprezzo. Ora avete due informazioni scientificamente attendibili: le coppie dove il disprezzo viene mostrato esageratamente funzionano male, inoltre sapete riconoscerlo da piccoli movimenti del volto. State facendo una discussione accesa con un amico, partner o con vostro figlio e di colpo iniziate a notare le piccole espressioni di disprezzo.
Convinti di poter leggere la situazione senza parlare, iniziate a preoccuparvi di quella espressione senza comunicarla a parole al vostro interlocutore. Cosa accadrà? Possono succede diverse cose ma una è abbastanza certa: inizierete a notare tutte le piccole azioni che possano dare ragione della vostra ipotesi, ogni gesto scostante, ogni piccola espressione negativa sarà per voi una conferma che la relazione non sta andando poi così bene. Insomma una profezia che si auto-avvera, perché inizierete a comportarvi di conseguenza, magari contrattaccando con più forza, o forse evitando quella persona, ecc. Quando magari, la prima espressione che avete visto non c’entrava niente con la vostra discussione.
Magari durante la discussione avete detto la parole “multa”, cosa che ricorda alla mente del vostro interlocutore l’ultima volta che na ha presa una. Gli è tornata alla mente la faccia di chi gli ha fatto la multa ed è lì che è apparso chiaramente il disprezzo sul quel volto. Insomma non possiamo davvero sapere cosa pensi davvero l’altro, c’è solo un modo, chiederlo a parole. Lo so, non è bello ed affascinante come la sensazione di poter leggere segretamente l’intimità altrui. Ma la verità è che se vi convincete di saperlo fare avrete più problemi che altro. La vera comunicazione efficace deve, per quanto mi riguarda, liberarci e renderci spontanei e sereni mentre parliamo… e se ci riesce anche più efficaci. Non deve trasformarci in attori che seguono un copione solo perché pensano che sia i modo giusto di parlare.
E’ attenzione non manipolazione
Allora perché imparare a muoversi in un certo modo? Perché questo, se fatto in modo aperto e consapevole, ci aiuta ad aprirci prima a noi stessi. Non è un fingere di essere sicuri, è un cercare di mettere apposto alcuni comportamenti che possono aiutare a diventare davvero più sicuri. Non è il “fingere fino a quando non diventa vero”, ma è cercare di sperimentare come ci si sente ad aprirci consapevolmente, a sentire cosa significa restare in relazione guardando le persone negli occhi, rivolgendoci a loro, sentire come e quanto siamo capaci di restare in relazione. Guardare il tuo interlocutore non serve per ipnotizzarlo e ottenere tutto quello che vuoi, serve per dirgli: “io ti sto ascoltando” ed indovina? Lo ascolti davvero meglio se ti rivolgi a lui con il corpo e con lo sguardo.
Certamente una persona può guardarvi, rivolgersi a voi con l’intento di manipolarvi. Con l’intento di ottenere qualcosa da voi, la comunicazione può prendere diverse strade. Una cosa è certa, se restiamo aperti e consapevoli, prima o poi ci renderemo conto di cosa sta avvenendo o di cosa è avvenuto. Come dire, puoi fregarmi la prima volta ma dubito che ci riuscirai una seconda volta o per lo meno, mi renderò conto meglio di cosa è avvenuto. Ma per riuscirci dobbiamo fare appello alla nostra amata consapevolezza, al renderci conto di come ci sentiamo mentre comunichiamo, non solo di cosa vediamo e sentiamo durante le interazioni con il prossimo.
Riuscire a sperimentare nuovi modi di interagire con il prossimo, anche solo con questi semplici consigli può aumentare di molto la nostra flessibilità. Non solo nel campo delle interazioni umane ma in generale, dato che praticamente ogni cosa che ci circonda, è una specie di interazione. Ma forse sto iniziando ad uscire leggermente dal tema… vabbè continuiamo in un prossimo episodio.
Genna



