
Negli anni 70 due psicologi stavano svolgendo alcune ricerche sulla motivazione. Volevano capire quanto fosse vera l’idea che esista una sorta di motivazione interna, intrinseca e quanto questa potesse spingere con forza le persone. Come sappiamo ormai da anni non solo l’hanno scoperta ma l’hanno anche studiata e modellizzata. Tutto nasce dall’osservazione di alcuni bambini che stanno facendo un piccolo compito creativo… da qui nasce una delle teorie più potenti e pratiche che la psicologia abbia mai sfornato!
Cosa ti muove?
La Self-Determination Theory (SDT) si è inserita in un solco di studi molto promettente, quello della motivazione che, in quel periodo era zeppo di idee particolari. La gente segue i propri bisogni, no la gente segue ciò per la quale viene condizionata, forse… la gente segue il principio di piacere ecc. Tutte cose che in un qualche modo hanno un fondo di verità ma ciò che ha fatto di davvero interessante la SDT è stato confermare una fazione di psicologi, quelli convinti che dentro l’essere umano vi siano spinte intrinseche (non decide dall’esterno) verso la crescita ed il miglioramento personale. Sì hai capito bene, oggi che molti pensatori si divertono nell’urlare: la crescita personale ci ha fregati tutti, quasi fosse una invenzione del capitalismo, c’era chi già decenni fa aveva capito qualcosa di molto diverso.
Ovviamente, chiunque abbia un pizzico di cultura classica sa che questa idea era già insita in molte idee dei filosofi antichi. La cosa interessante della SDT è che le sue formulazioni, per quanto abbiano ormai accumulato più di mezzo secolo di storia, sono ancora profondamente attuali. Ancora oggi puoi fermarti a chiederti quanto tu possa sentirti attore della tua vita, capace di riuscire a cavartela da solo, di sostenere una prole, di affrontare le sfide della tua vita in modo autonomo. Oggi alla luce di una intelligenza artificiale che sembra proprio minare queste acquisizioni del genere umano. Infatti l’IA per quanto ci possa rendere più autonomi e a volte competenti rischia di toglierci agency… questo sarà un tema delle prossime puntate (sì ragazzi, per me la psicologia si deve occupare anche di queste cose).
La storia di questa teoria spiega già molte cose: nel 1971 Edward Deci conduce uno studio destinato ad entrare nei libri di storia. Prende alcuni gruppi di ragazzi e gli chiede di risolvere alcuni puzzle (i cubi soma). Ad un gruppo chiede di farlo in cambio di denaro mentre all’altro non offre nulla, chi risolverà più puzzle? Ma soprattutto chi si darà per vinto prima? Insomma per farla breve vince il gruppo che non riceve denaro. E questo avvia una piccola rivoluzione nel campo della motivazione dando una risposta all’antica domanda: meglio un premio (motivazione estrinseca) o meglio il desiderio (motivazione intrinseca). La ripsosta sembra chiara: vince quella intrinseca. La gente non fa quello che fa solo per “soldi” ma lo fa anche perché cerca un significato nelle proprie azioni. Oggi queste cose sono abbastanza assodate ma immagina cosa significasse nei primi anni 70.
Negli anni 80 del secolo scorso Richard Ryan, maggiormente rivolto alla clinica e al benessere, si unisce agli studi di Deci, dimostrando che anche nella terapia la motivazione intrinseca ha effetti potenti. Così fanno uscire un testo molto noto dedicato proprio a questo tema: “Intrinsic Motivation and Self-Determination in Human Behavior”. Nasce così ufficialmente la SDT ad un livello macro ma già completa, con le 3 motivazioni o spinte che hai ascoltato nella puntata. I due psicologi non si limitano a spiegare che esistono due tipi di motivazione, lo sapevamo già, ma ci parlano di una sorta di spettro all’interno del quale possiamo essere più o meno spinti da stimoli esterni o interni. Ma non solo, dimostrano che uno stimolo può diventare intrinseco con il tempo e soprattutto se è guidato dalle 3 variabili.
In altre parole uno stimolo può anche essere esterno, ma se non ti fa sentire autonomo, competente e connesso, difficilmente potrà trasformarsi in interno. La cosa è abbastanza semplice da capire: se sono un investitore e ti do i soldi per avviare la tua attività, se quei soldi limitano la tua autonomia, non ti fanno sentire competente e ti alienano dal contesto, difficilmente le cose andranno per il verso giusto. Certo possono anche funzionare, tuttavia le persone non si sentiranno davvero spinte da se stesse, ma si sentiranno costantemente in balia dell’investitore. Avrei potuto fare altri 1000 esempi, anche con stimoli negativi, ma il risultato sarebbe stato sempre lo stesso.
La teoria oggi
Attualmente questa teoria è tornata a far parlare di se soprattutto alla luce del fatto che, aziende ed imprenditori, hanno ormai compreso questo passaggio. Il fatto che oggi le nuove generazioni siano molto meno attratte dallo stipendio è uno di questi segnali. Quando è emersa la SDT, moltissime nazioni non erano ancora economicamente sviluppate, anche se vi era in corso un boom dal punto di vista dell’economia non era ancora entrato nella cultura generale. Le famiglie facevano più figli e le facevano prima, così da dover necessariamente lavorare per portare a casa la pagnotta. Insomma queste erano solo alcune delle variabili che rendevano gli effetti concreti di queste idee meno visibili.
Oggi le cose sono molto diverse, i ragazzi non vogliono più lavorare solo per i soldi. Preferiscono occupazioni che lascino spazio proprio a loro, cioè ad aspetti di autonomia, di competenza, di connessione e di senso. Voglio fare qualcosa non perché mi fa portare a casa la pagnotta o per diventare ricco, voglio farla perché per me è importante, perché per me ha senso. Quando si parla di queste cose è sempre un po’ fumosa la questione: come faccio a capire se la strada ha davvero senso per me? E’ il tema dei valori di cui ci siamo occupati tantissime volte. Credo che in fondo questa teoria ci abbia dato 3 direzioni molto potenti, nelle quali ognuno di noi si possa riconoscere, sia per chi ha già ben chiaro ciò che è rilevante e sia per chi non lo ha ancora ben chiaro. Ecco perché ho deciso di farci un episodio del nostro amato podcast.
Perché il semplice fatto di iniziare a chiederti se ciò che fai aumenta la tua autonomia, ti fa sentire competente, ti consente di connetterti agli altri, è già qualcosa di molto molto profondo. Sono già di per se 3 categorie enormi: l’autonomia è quella che da anni chiamiamo anche agency, la sensazione di essere protagonista delle cose che fai. La quale continene in se la responsabilità, intesa proprio come mindset di chi si sente proattivo nei confronti delle cose che fa. Insomma già solo qui dentro c’è un sacco di roba! Poi abbiamo la competenza, l’auto-efficacia, l’autostima, la sensazione non solo di avere potere sul mondo ma di essere abbastanza bravo da poter padroneggiare alcuni aspetti della realtà che ti circonda. La maggior parte delle cose ci piacciono non perché siano belle di per se ma perché siamo bravi in quel campo.
Infine, abbiamo la connessione che, come ormai sanno anche i muri, è una delle condizioni necessarie per il nostro benessere psicofisico. Non si tratta solo di avere persone accanto ma di sentirsi connesse ad esse, sentire che ciò che facciamo contribuisce in un qualche modo non solo a noi stessi ma a tutti. Infatti per autonomia non si intende egoismo ma sia la sensazione di agency e sia la sensazione di sapersela cavare, questa abilità fa si che si possa contribuire realmente a nutrire le connessioni che abbiamo accanto da diversi punti di vista. Sia da quello evidentemente materiale ma soprattutto di sostegno personale: una delle evidenze più chiare è quanto le persone intorno a noi ci aiutino a co-regolare il nostro mondo interiore.
Dopotutto non dovrebbe sorprendere, dato che nasciamo e cresciamo proprio grazie ad una relazione. Sappiamo bene quanto una buona co-regolazione emotiva avuta durante l’infanzia possa aver fatto la differenza, in termini di attaccamento e sicurezza personale. Insomma, dato che non siamo molto bravi a tenere a mente le cose importanti, già solo il fatto di iniziare a chiederci se ciò che facciamo (o la decisone che vogliamo prendere) sia in linea con il nostro modo di sentirci: autonomi, competenti e connessi. E’ già un modo molto efficace per iniziare a prendere migliori decisioni, per darci una direzione in un mondo sempre più complesso… o sempre più liquido, da non lasciarci più punti di appoggio.
Questi ovviamente non sostituiscono i nostri valori, l’abitudine a chiederci cosa ci sia di rilevante per noi. Ma recenti studi che hanno mescolato la SDT con l’ACT dimostrano quanto sia utile rivolgersi a queste 3 variabili come se fossero anche valori… o per lo meno cercare, al loro interno, cosa sia realmente importante per noi. Fammi sapere cosa ne pensi, così magari approfondiamo la questione da qualche parte…
A presto
Genna



