Ognuno di noi è frutto di una storia personale e soggettiva composta di esperienze positive e negative, ognuno di noi ha sviluppato una serie di compensazioni psicologiche che, se restano nascoste nel migliore dei casi ci limitano e nel peggiore ci fanno ammalare.

Nell’episodio di oggi parliamo di questi bisogni e delle loro relative compensazioni, vedremo perché riconoscerli può evitarci grattacapi ed aprirci a nuove risorse personali. Buon ascolto:

Da De Andrè a Hilman

Nel campo della musica italiana sono poche le canzoni come “un giudice” di Fabrizio De Andrè a mostrarci il meccanismo psicologico di cui parliamo oggi. In caso non conoscessi il testo, il brano parla di un uomo molto basso (1,50 cm) che per erigersi sugli altri diventa giudice… “finalmente arbitro in terra del bene e del male”.

In quel brano vediamo una estremizzazione di un comportamento umano tipico, cioè noi tendiamo a cercare una sorta di rivalsa nella vita. Ovviamente ognuno con un certo grado di accanimento ma è questo il bisogno nascosto a cui faccio riferimento nel titolo dell’episodio odierno. Quindi non sto facendo riferimento alla teoria classica dei bisogni di Maslow ma ad un bisogno compensatorio comune.

Si, dico “comune” perché in realtà tutti abbiamo piccole o grandi compensazioni. A volte esse possono addirittura diventare una sorta di destino: James Hillman rifacendosi alla teoria del Daimon di Platone ci racconta che quando era ragazzo era una vera e propria frana nella scrittura. Di come i suoi professori di letteratura ci tenessero a sottolineare quanto poco fosse abile nello scrivere, e nella vita ha fatto essenzialmente lo scrittore.

Questo è un modo romanzato e curioso di vedere la compensazione, che in questo caso non viene vista assolutamente come tale, ma solo come il segnale di una difficoltà del destino messaci davanti proprio con lo scopo di farci evolvere. Ma dato che io sono molto più materialista vorrei introdurre questo tema del Diamon come una sorta di fenomeno auto-compensatorio naturale.

Un tema a cui aveva già fatto cenno in un qualche modo Alfred Adler parlando del complesso di inferiorità a cui tutti i bambini sarebbero sottoposti, e con cui ognuno è da sempre chiamato a fare i conti. Una sua pessima elaborazione, sempre secondo il noto psicoanalista, conduceva ad un inevitabile opposto chiamato “senso di superiorità”. Per non sentirmi inferiore mi sento superiore a tutti!

Il paradosso del bisogno

Tutti gli esseri viventi hanno dei “bisogni omeostatici”, cioè devono aggiungere o togliere qualcosa per poter mantenere un certo equilibrio. Qualsiasi cellula deve mantenere un certo livello di acidità, di calore e altre cose del genere, costantemente, pena la morte. L’omeostasi è un concetto recente nella storia del pensiero umano, esisteva qualcosa di simile nell’antica Grecia, ma sono state le scienze della vita a dischiuderla a noi.

Cerco di essere molto semplice: anche se non te ne accorgi ogni essere vivente, te compreso, applica dei continui aggiustamenti per mantenere alcuni parametri vitali entro un certo intervallo. Lo sappiamo molto chiaramente dalla febbre, solitamente la nostra temperatura media si aggira tra i 35 e i 36 gradi centigradi. Se andiamo sotto quel dato siamo in ipotermia se andiamo sopra i 36 inizia la febbre.

Questo principio sembra valere per ogni aspetto della vita, inizi ad aver sete quando il tuo sistema interno inizia ad inviare segnali di disidratazione, fino a quando non “compensi” con un po’ di acqua quel segnale continuerà ad insistere. Questo vale sia con i bisogni di base che per quelli più avanzati: non sei stato accolto e accudito? Allora cercherai proprio di essere accolto e accudito. Semplice no?

Direi “più o meno semplice” infatti potremmo entrare in tematiche che passano dalla cibernetica e volano sulla teoria dei sistemi, ma è meglio non complicare ulteriormente le cose. Tendiamo a compensare ciò che ci manca e questo meccanismo vale dallo scambio di ioni ai bisogni di autorealizzazione e la cosa interessante è che sembrano valere le stesse leggi.

Se beviamo poca acqua, male, se ne beviamo troppa, anche! Insomma un meccanismo molto semplice che però porta a strani paradossi proprio nella vita “mentale”. Mentre è facile intuire i range negli aspetti più fisici, ti accorgi se ti stai allenando poco (per nulla) o troppo, così come ti accorgi se stai mangiando troppo o per nulla; accorgerti che stai pensando troppo a qualche cosa, a meno che questo non ti procuri sensazioni spiacevoli, non è così semplice.

L’autostima

Sono in molti a pensare che sia una mancanza di autostima a generare le compensazioni, da un certo punto di vista è assolutamente vero: dato che auto-stima significa “valutazione di se stessi” (ascolta questo episodio per approfondire) la compensazione indicherebbe una sbagliata stima di ciò che serve per tornare in equilibrio, cioè per riguadagnare quello stato omeostatico.

Tuttavia negli ultimi anni il termine autostima ha quasi perso il suo senso letterale (che per quanto mi riguarda è quello più corretto) per diventare una specie di proprietà magica e poco definita che una persona possiede o non possiede. O nel caso più sottile e forse ingannevole: ne possiede troppa o troppo poca. Non so se mi spiego ma se è una valutazione non si tratta di qualcosa che possiedi ma…

…si tratta di qualcosa che valuti di possedere o meno, ed è da qui che scatta la compensazione in un senso o nell’altro. Ed è anche per questo che qui su PsiNel abbiamo sostituito da anni il termine autostima, intesa come abilità che si possa apprendere, con quello di self-kindness intendendo che il tutto sta nel modo con il quale tendi a valutarti, cioè come tendi a stimare te stesso. Ed è da tale “stima” che dipende quanto e come deciderai di tornare al tuo stato omeostatico (all’equilibrio).

Quindi la risposta è affermativa: se giudico di aver bisogno di più acqua per dissetarmi e tale valutazione è sbagliata, conducendomi a bere più del normale, ecco che finisco in un paradosso omeostatico. Un esempio molto chiaro per chi fa vita mondana è legato al consumo di alcol, chiunque lo apprezzi (in modo moderato) si accorgerà che bere lo aiuta a sciogliersi, diventa una sorta di ansiolitico.

Succede anche a me, entro in un locale sconosciuto con sconosciuti, bevo un bicchiere e mi sento subito più a mio agio. Ma so anche che se bevessi più di 2 o 3 bicchieri (si non reggo molto l’alcol per quanto mi piaccia) dopo sarei talmente disinibito da rischiare di dire cose fuori luogo, fare battute sceme e scoppiare a ridere per delle cavolate. Insomma anche qui siamo ancora nel “medio stat virtus” che gli antichi avevano già capito…o Kata Metron (nella giusta misura).

L’ombra

Anche il costrutto di Ombra di Jung può essere un modo per chiarire questo tema, anche se è in realtà molto più esteso e complesso di quanto si possa immaginare. Il termine usato da Jung, ombra, non è per nulla casuale, infatti si tratta proprio dell’idea che dove stiamo puntando la nostra luce, più essa è intensa e più genera ombre. Quindi se sto cercando di mettere in luce alcuni miei pregi è perché temo di essere visto all’esatto opposto.

Ma se tutto ciò che illumino crea ombre allora significa che non potrò mai davvero conoscere o conoscermi? Credo che la risposta sia quasi impossibile ma restando nella metafora: se anche solo una torcia che illumina un luogo sconosciuto e completamente al buio, riuscire ad illuminare anche solo piccole porzioni per volta, mi condurrà a conoscere meglio quel posto. Nonostante io non possa vedere sempre tutto, se passo parte del mio tempo ad esplorare imparerò comunque ad orientarmi.

Nel lavoro che facciamo su noi stessi dovremmo sempre tenere a mente che siamo “di più di ciò che pensiamo di essere”, nel senso che anche se non riusciamo ad illuminare tutte le nostre risorse, anche se parte di quella stanza resta al buio, se noi l’abbiamo esplorata potremmo sempre avvantaggiarci di ciò che vi abbiamo scoperto. In altre parole, basta una sbirciatina al tuo “bisogno nascosto” per iniziare a lavorarci, non devi necessariamente capire e comprendere ogni aspetto del tuo amato inconscio.

Questa è la mia visione ottimistica, la stessa che riporto in questo episodio dedicato all’inconscio nel quale cerco di dimostrarti che la maggior parte delle cose che trovi in quella stanza sono utili, non si tratta di fantasmi e mostri nascosti ma di cose che hai appreso e di fiducia verso il funzionamento naturale del corpo. Ci tengo a dire ottimistica perché per molto tempo non lo è stata per nulla, i motivi sono molti e uno è importante da tenere a mente.

In quale momento la psicologia ha smesso di essere un misto di filosofia e religione per lasciare spazio all’indagine sperimentale? Nel momento in cui è entrata a far parte della medicina, cioè quando ci siamo accorti che illuminare quella stanza era utile non solo per “conoscere meglio la nostra anima” ma perché tale conoscenza poteva addirittura guarire dalle nevrosi.

Ecco perché questo concetto sa di psicologia antica e di clinica

Questo concetto di scoprire i nostri lati nascosti sa di antico perché in realtà ne abbiamo diverse testimonianze nella storia, ma quella più rilevante per la nostra società è stata proprio quella che ha dato vita alla psicoterapia moderna. Vedi quando un appassionato di crescita personale, con un certo numero di anni, incrocia concetti che parlano di “malattia” di solito scappa urlando: “aiuto questi psicologi vogliono sempre parlare di malattie”.

Ma la verità è che non si tratta di una distorsione professionale della psicologia ma di un metodo di studio assodato, perché è stata proprio l’osservazione di grandi disequilibri omeostatici a darci gli indizi principali del collegamento tra mente e corpo. Non solo ha convinto la gente a prendersi cura della propria mente (dopo la seconda guerra mondiale era evidente a causa dei traumi) ma ha mobilitato gli scienziati di tutto il mondo.

Quando non possedevamo ancora strumenti psicologici per l’osservazione del comportamento umano, quando le macchine di neuro immagini erano ancora un sogno lontano, l’unico modo per formulare ipotesi concrete sul nostro funzionamento era quello di osservare quando esso era così in disequilibrio da creare una malattia. Per questo studiamo le malattie e ci sono prove storiche a confermarlo, cioè di filosofi e medici che si confrontano nell’800 su queste faccende (leggi Pierre Janet ad esempio).

Da quando esiste la crescita personale da bancarella, ma ancora di più da quando internet ha dato voce a tanti pseudo-esperti di psicologia, sembra che tale mondo si sia spezzato in due: quello vetusto della malattia e quello moderno della crescita. La verità è che si tratta di due facce della stessa medaglia o due estremi dello stesso continuum, non puoi essere un esperto di un lato senza conoscere anche l’altro.

Complessità

Come diciamo da anni una delle frasi che dovrei ripetere più spesso è: “è più complesso di così”, una affermazione veritiera e allo stesso tempo spaventosa per i tempi mordi e fuggi del web. Se ti avessi presentato tutta questa complessità prima probabilmente non saresti arrivato a leggermi sino a qui (e non saranno in molti a farlo) ma ciò che abbiamo capito negli ultimi decenni è che le cose sono sempre più complesse.

Se ti avessi detto semplicemente: “tutto ciò che mostri agli altri in realtà nasconde il suo opposto” sarebbe stata quasi una banalità, è ovvio no che se uno vuole sembrare sempre forte sotto sotto tema di apparire debole. Tuttavia il concetto diventa ovvio solo dopo che è stato esplicitato, perché se ci guardiamo dentro scopriamo una serie di riflessioni antiche e attualissime sul funzionamento della nostra mente.

Avrei anche semplicemente potuto dirti: mostra le tue debolezze e le trasformerai in punti di forza. Anche questa frase è vera ma anche allo stesso tempo banale, se lasciata a se stessa può anche essere fraintesa, così come lo è il concetto di mostrare a tutti la propria forza. Situazione che deriva dal nostro passato, dal fatto che se anticamente fossimo stati visti come incapaci avremmo rischiato grosso, come l’esclusione dal nostro gruppo di appartenenza ecc.

Insomma l’iper compensazione a cui abbiamo fatto continuamente riferimento è un concetto multi livello da quello biologico (l’omeostasi) a quello psichico (i bisogni) a quello sociale. Per la prima volta nella storia del genere umano abbiamo un punto di vista allargato che ci consente di osservare meglio la nostra estrema complessità. Ma i consigli che ne derivano dovranno necessariamente essere semplici da comprendere e da applicare.

La ricerca ci mostra un mondo sempre più complesso e allo stesso tempo crea interfacce che ci consentano di manipolarlo a nostro vantaggio. Il punto è che tendiamo a confondere tali interfacce con la realtà delle cose, così una persona che guida un’auto moderna completamente assistita nella guida penserà di essere un bravo pilota, ed una persona che sa usare i social crederà di aver capito come funziona internet.

Questo è il decimo anno di PsiNel e spero che in questo lasso di tempo abbia aiutato molte persone a capire che le cose sono più complesse di così, anche quando vengono presentate in pochi secondi su un video velocissimo.

Quindi, se deciderai di applicare le tecniche descritte ricorda che non sono “un’idea mia” ma il frutto di anni e anni di ricerche che ci hanno preceduti, non è necessario capirle, per questo esistono professionisti legati ad una deontologia. Applica queste metodiche con la giusta consapevolezza e facci sapere come è andata.

A presto
Genna