Chiunque si sia interessato al tema della crescita personale negli ultimi 20 anni avrà sentito parlare di pensiero positivo. Se hai la mia veneranda età probabilmente ti ricordi che questo filone ha avuto un ampio respiro, fino a quando per fortuna, abbiamo iniziato a smantellarlo pezzo per pezzo. Dico “abbiamo” perché per una piccola parte c’è stato un mio contributo nel cercare di smantellare queste idee che oggi, sembrano a tutti fasulle. La verità è che ancora troppe persone, anche se non lo chiamano pensiero positivo, lo promuovono… creando una distorsione su come e quanto sia davvero possibile migliorare noi stessi. Ecco il vero problema della crescita personale, il virus nel sistema che fa fatica ad abbandonarci… paradossalmente comprenderlo ti aiuterà un sacco a migliorare te stesso.

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Il tassello mancante della crescita personale

Più di 10 anni fa ho pubblicato una serie di puntate del podcast (e di quella che chiamavo ANL o Audio Newsletter) dedicate al “tassello mancante della crescita personale”, che al periodo identificavo con un termine apparentemente semplice: accettazione. Dato che la classica crescita personale faceva eccessivo ricorso al tema del “pensiero positivo” avevo iniziato a parlare di come la ricerca clinica iniziasse ad indicare chiaramente che, più cerchiamo di fuggire via dai nostri pensieri negativi e peggio stiamo. Questa faccenda è poi diventata nota come “evitamento esperienziale”, ecco anche se ne parliamo da anni lo spettro di questo meccanismo è ancora vivo e vegeto, anche se in vesti differenti. Un tempo lo chiamavamo pensiero positivo…

Facciamo una micro analisi, cosa si intende per pensiero positivo? Il cercare di pensare ovviamente alle cose belle, e fino a qui non c’è niente di male, il problema sorge quando dobbiamo pensare alle cose belle per non farci soverchiare da quelle brutte. Ed è qui che il meccanismo salta, perchè se da un lato è evidente che cercare di tenere a mente cose belle ci fa sentire bene, dall’altro lato non sappiamo che cercare di farlo quando stiamo male crea un meccanismo paradossale. Se usi i pensieri belli per scacciare quelli brutti, per dirla in modo davvero semplice, allora rischierai di rovinare i pensieri belli e di sentirti sempre peggio. Lo so che sembra assurdo ma le cose stanno così.

Ora, nessuno con un briciolo di sale in zucca avrebbe mai pensato che per stare bene bastasse pensare positivo. Ma la verità è che questa idea esiste ancora, è sotterranea, fa parte ormai di un certo modo di pensare. Ripetiamolo: il problema qui non è che il pensare positivo faccia male, anzi, in realtà fa bene e può aiutarci davvero. Il problema è usare i pensieri positivi per cercare di scacciare quelli negativi, per fuggire via… il culmine di questo danno psicologico è diventare “fobici del proprio mondo interiore”. Cioè iniziare a temere ogni volta che nella nostra mente fa capolino un pensiero, una sensazione, un’idea negativa. Questo è il più grosso problema, se mi segui sai anche come mai succede questo al di là delle condizioni di base (vulnerabilità alla psicopatologia, traumi ecc.).

In caso fossi qui per la prima volta lascia che mi ripeta: la nostra mente è un simulatore, in quanto tale cerca costantemente di prevedere cosa accadrà nel futuro (anche in un futuro davvero prossimo… come ad sbasgradaudabauz… ecco se sei trasalito nel leggere la parola senza senso è perché ti aspettavi, cioè stavi prevedendo, qualcosa di comune). Tali previsioni non sono necessariamente positive o negative, ma aspettarci che esse siano solo positive non solo è irrealistico ma anche pericoloso. Partiamo dal primo aggettivo che ho usato: “irrealistico”. Perché prevediamo di continuo? Perché in questo modo il nostro organismo sa dove mettere le risorse (allocare le risorse energetiche), lo facciamo di continuo per motivi evolutivi. Per questo cerchiamo il risparmio energetico di continuo, per usare al meglio le energie e non sperperarle…. ecco perché prevediamo.

Ora, secondo te, a livello evolutivo è più importante prepararsi al peggio o al meglio? La risposta è abbastanza semplice: al peggio. Ed è per questo che siamo maggiormente attratti dalle cose negative, dalle emozioni negative e dal true crime. No, non sto scherzando anche se ci metto un pizzico di ironia in queste parole, perché se ci pensi bene è del tutto naturale che il nostro cervello cerchi di proteggerci dalle cose brutte, non dalle cose belle. Perché ti dico questo? Perché indovina a cosa pensa la tua mente la maggior parte del tempo? A cosa non troppo belle, prevede anche cose negative e quando leggi un libro dove trovi scritto: “pensare negativo ti fa male”, indovina cosa fai? Inizi a credere di essere bagliato, inizi a pensare che qualcosa non vada dentro di te, inizi a temere il tuo mondo interiore… che invece ci ha fatto sopravvivere e prosperare per millenni! Non so se riesco a spiegare la portatadi questo cortocircuito.

Pensieri leggeri

Ora queste riflessioni che probabilmente mi hai sentito fare tante volte, hanno bisogno di ripetizione. Perché nonostante la gente ormai le conosca (per lo meno chi orbita intorno a Psinel…e non siamo pochissimi) continuano ad emergere pseudo-pensieri positivi sotto altre vesti. Pensieri leggeri che rendono le persone deboli, possiamo parafrasare la famosa frase in: tempi duri creano pensieri leggeri e tempi facili creano pensieri pesanti. Questo non significa che pensare cose positive, alle nostre risorse sia sbagliato ma significa che se ogni volta che emerge un pensiero negativo io debba fare qualcosa: ristrutturarlo, sostituirlo con un pensiero positivo, pormi domande analitiche sul perché lo stia pensando… la mia vita psichica diventa un inferno. Inizierò a temere di guardarmi dentro, inizierò a temere la mia psiche come se fosse un demonio dentro di me… quando in realtà tutto ciò che possiedo!

Il problema è l’aspetto immediato del pensiero positivo: se quando una persona sta “malino” le chiediamo di pensare a cose belle, lì per lì si sentirà davvero meglio. Ma la verità è che, se ha cercato scappare via da qualcosa, questo qualcosa tornerà. Freud, in un contesto molto più articolato raccontava la cosa in questo modo: sto facendo lezione quando ad un certo punto un tizio inizia a disturbare. Allora alcuni inservienti lo accompagnano fuori dall’aula, ma questo continua a bussare e ad urlare da fuori, continuando di fatto a disturbare. C’è solo un modo per farvi fronte, aprire le porte e dare voce a quella persona che bussa da fuori. Solo una volta che abbiamo lasciato spazio a quel tizio il pensiero tornerà ad essere realmente più leggero!

Attenzione però, perché questo non significa che dobbiamo far parlare solo “i problemi”, che dobbiamo analizzare per filo e per segno ogni scricchiolio mentale! Ma significa che se cerchiamo di sostituire ogni crepa con l’oro, prima ancora di averla riconosciuta, non creiamo un nuovo vaso più bello ma copriamo tutto il manufatto di oro in modo indiscriminato. Le crepe resteranno comunque sotto la superficie. Ora in questa faccenda c’è un enorme elefante nella stanza e riguarda il tema delle diverse professioni di aiuto. Questa è una faccenda che non piace a nessuno perché sembra solo una difesa della mia professione, ti prego però di seguirmi ancora un po’…

Chi ha interesse nel dirti che devi pensare alle cose positive e non a quelle negative? Oltre ovviamente a chi non ha capito bene come funzioniamo? Chi sa che se parla di sofferenza e elargisce cosigli, dovrebbe anche avere un “titolo” che glielo consenta dal punto di vista professionale. Ovviamente non sto parlando di chi fa il “creator online” ma mi riferisco a chi vende un metodo o una consulenza da questo punto di vista. Così nascono professioni per chi “vuole migliorarsi” e non per chi “sta male”. Il problema è che chi vuole migliorarsi spesso sta anche male, l’analogia è sempre la stessa ed è assurdo che la gente non ci pensi.

Immagina di andare da un meccanismo perché la macchina ha dei problemi. Tu vai li e loro ti dicono: “guardi mi dispiace ma noi ci occupiamo solo di preparare le auto per andare più forte, non di aggiustarle”. Il che ci starebbe, ma il punto è immagina di voler fare le gare con la tua auto, la porti da un team di meccanici, ma se si rompe qualcosa questi ti dicono: “no, noi sappiamo solo implementare la velocità del mezzo, mica aggiustarlo”. Non so se ti suona ma questo è esattamente quello che dicono moltissimi personaggi che si occupano di crescita personale, noi ci occupiamo delle persone sane, il che è vero ma se ci pensi bene è un ragionamento che scricchiola.

Il ritorno dalla finestra

Attenzione però, non sto attaccando chi non fa lo psicologo. Ma sto dicendo che questo modo di presentarsi conduce poi ad una sorta di nuovo “pensiero positivo”, dicendo che ci si occupa solo della prestazione ci dimentichiamo dell’aspetto “di sforzo necessario” per raggiungere un obiettivo. Che sia di benessere o meno. E questa faccenda secondo me ha riportato in auge, silenziosamente il tema del pensiero positivo. Il tutto unito alla attuale pubblicazione di contenuti, i quali devono sempre essere straordinari e polarizzati… il che conduce spesso le persone a dire cose del tipo: “non pensare alle cose negative, rivolgi sempre i tuoi pensieri verso il positivo”. E questo è un modo indiretto per far tornare “il pensiero positivo” da un’altra prospettiva.

Tutto ciò significa che non è vero che se proviamo emozioni positive stiamo meglio? Assolutamente no, è vero che cercare di coltivare emozioni positive, momenti di connessione, gratitudine e gioia ci fa bene! Ma non è vero che quando stiamo male dovremmo subito cercare di stare bene, cercare immediatamente di coprire le sensazioni negative con un bello strato di sensazioni positive. Quindi se fai il coach, il counselor o qualsiasi altra professione di aiuto che riguardi la crescita personale, ti prego, prendi in considerazione di dire ai tuoi clienti di accogliere gli aspetti difficili della propria vita. Di accettare anche le cose negative e che non è sempre necessario cercare di stare subito bene, anzi può fare male, e formati anche in pratiche che ti aiutino a gestire situazioni di questo genere.

Chiaramente se la cosa sfocia nel clinico, cioè in una sofferenza che rovina in modo significativo uno o più aspetti del cliente, potrai (e dovrai) rivolgerti ad un mio collega, ma per il resto basta affidarci al semplice “pensa positivo”. Purtroppo succede anche a qualche mio collega di tanto in tanto, il punto è molto semplice, cerchiamo di coltivare le sensazioni positive quando stiamo bene, non per scappare da quelle negative. Oggi più che mai questa faccenda diventa seria, di fronte a tecnologie che sembrano prometterci di essere sempre meno impegnati… sempre più assistiti, il rischio sarà davvero quello che di perdere la capacità di gestire meglio se stessi. Ed il modo peggiore di farlo è… cercare di pensare sempre positivo!

Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.