Come sanno bene gli psicologi la spontaneità non può essere prescritta, se chiedo ad una persona di essere spontanea essa dovrà fare un’atto intenzionale per esserlo e a quel punto non lo sarà più. Questo piccolo “trucco mentale” descrive due modi di funzionare dell’essere umano che spesso vengono confusi tra di loro e che portano ad una valanga di pregiudizi, errori cognitivi e distorsioni sociali.

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Etica e manipolazione

Da molto tempo ragiono su questo paradosso particolare legato all’apprendimento delle tecniche psicologiche. Se una persona usa una tecnica per convincerti a fare qualcosa è meno onesta di una persona che invece non usa alcuna tecnica? Questa è la domanda più concreta che si possa fare in tale ambito, cioè tutta la discussione fatta nel podcast non è puramente teorica, non è un esercizio mentale di etica, ma è molto molto più pratica di quanto possa apparire.

Spoiler: per quanto mi riguarda dipende dalle intenzioni e dagli effetti prodotti da quell’azione. Cioè se Francesca e Antonio usano più o meno la stessa modalità, ma la prima lo fa spontaneamente mentre il secondo lo fa intenzionalmente non cambia nulla, la cosa importante è: perché quella persona fa quella cosa? Con quale scopo finale in mente? Se lo scopo è per così dire “etico” non conta che quella tecnica sia meccanica (appresa da poco) o spontanea (appresa da molto)… ma questo non basta.

Non basta l’intenzione, che è già il primo movimento più importante, affinché si possa evitare il termine “anti etico” o anti-manipolatorio è anche importante che Antonio e Francesca si sentano responsabili degli effetti delle loro azioni. In altre parole, non conta solo se hai delle buone intenzioni ma anche cosa succede dopo. Questo è per me un comportamento etico che deve unire intenzioni buone e responsabilità per le conseguenze delle mie intenzioni.

Ora messo da parte il quesito filosofico sull’etica, ciò che ci resta è far entrare nella testa delle persone che non esiste un vero comportamento complesso davvero naturale e innato, cioè spontaneo e che non capire questo passaggio può condurre a grossi limiti del percorso di realizzazione personale di ognuno di noi. Il punto centrale è che tendiamo a confondere un comportamento spontaneo con un comportamento giusto.

Della serie: “scusa quello schiaffo mi è proprio sfuggito dalle mani, ma sai come sono fatto, era spontaneo”, fortunatamente oggi nessuno giustificherebbe una violenza con queste parole o per lo meno poche persone. Anzi, se dovesse accadere la maggior parte di queste persone direbbero: “se non ti fossi comportato così male non ti avrei dato uno schiaffo”. Cioè i comportamenti spontanei per noi e per gli altri sembrano sempre dover avere una base positiva, altrimenti “è colpa tua”.

Spontaneo non significa buono

La verità è che spontaneo non significa né buono né naturale. Una persona può agire spontaneamente e fare danni giganteschi e quelle azioni non sono “naturali” nel senso di innate ma sono quasi sempre il frutto di complessi apprendimenti. Ora è possibile che alcuni lettori si stiano chiedendo cosa possa c’entrare questa faccenda con la crescita personale: ebbene succede spesso che una persona che vuole imparare qualcosa in questo campo si senta “sbagliato e cattivo”.

E’ una sorta di “fallacia del talento”, ti ricordi? In pratica pensiamo che le cose buone siano come innate e soprattutto confondiamo gli apprendimenti più raffinati con tale innatismo. Se tu non hai mai suonato la chitarra e mi guardi suonare è molto probabile che tu possa pensare che sia molto facile farlo, perché suono da 30 anni e la mia base di apprendimento mi consente di fare le cose con il minimo sforzo. Quindi anche se prendo degli accordi difficili, faccio dei salti particolari, tu non te ne renderai conto.

Il neofita non si accorgerà che quelle azioni sono complesse e difficili e che per riuscire a compierle in quel modo “economico” servono anni di pratica. Se al contrario vedi un chitarrista alle prime armi, il quale oltre a produrre suoni poco gradevoli deve fermarsi perché ha dolore alle mani, non riesce a schiacciare con forza adeguata le corde ecc. Ti apparirà molto più difficile iniziare a suonare… ma non solo quell’esempio non ti motiverà neanche un po’!

Vedere una persona che sta facendo fatica, che fa errori, non ci ispira, non ci fa venire voglia di comprare una chitarra e cimentarci. Al contrario, vedere una persona che sembra rendere molto semplice il suonare quello strumento ci motiva, ci fa pensare per qualche istante che non sia poi così difficile fare altrettanto, ma come puoi immaginare è una pia illusione.

Nel campo della psicologia questo aspetto è molto pericoloso, infatti da un lato potrei pensare che raggiungere una certa abilità sia davvero facile e dall’altro lato, quando inizio a provarci questa differenza di percezione può farmi sentire immediatamente finto e farmi pensare che “non sia nelle mie corde” quel tipo di apprendimento.

Dunque non esistono predisposizioni?

Assolutamente no, è chiaro che esistano delle predisposizioni ma è davvero difficile scollarle dall’apprendimento. La faccenda di cui stiamo parlando non è se esistano comportamenti innati o solo apprendimenti, ne abbiamo già parlato a sufficienza in altre puntate, è sempre un mix delle due cose. Tuttavia mi sembra evidente che quando parliamo di abilità complesse l’aspetto di apprendimento pesa molto di più della predisposizione.

Tornando alla chitarra, ripeto un esempio che faccio spesso: quando ho iniziato a suonare la chitarra c’erano un sacco di persone che mi sembravano più portate di me. Il motivo era semplice: la maggior parte di esse avevano iniziato prima a suonare. Ma anche quando spuntava fuori un fenomeno, se questo negli anni smetteva di praticare, chi non era fortunato come lui iniziava ad eguagliare le sue prestazioni se non a superarle.

Ora il problema è che nella testa delle persone c’è questa fallacia del talento per la quale si sente ancora dire qualcosa del genere: “Certo tu suoni ormai da 30 anni ed è chiaro che tu sia diventato bravo, ma ti ricordi com’era bravo Francesco quando aveva solo 14 anni, pensa se avesse continuato”. Ebbene NESSUNO sa cosa sarebbe successo se il nostro amico immaginario avesse continuato a suonare, perché l’apprendimento non è mai lineare come ci piace pensare.

Tuttavia scommetto che anche tu nella tua vita hai assistito a discorsi del genere, il motivo è sempre ancora questa dannata fallacia che premia le persone che sembrano magicamente brave e predisposte (e non c’è niente di sbagliato in questo) e però allo stesso tempo ha effetti negativi su chi sta ancora imparando. E’ una specie di costanza percettiva, del tipo: se io ti ho conosciuto come un chitarrista scarso 30 anni fa è poco probabile che tu oggi sia diventato davvero bravo!

Questo ragionamento se ci pensi non ha alcun senso, eppure insiste per motivi di economia cognitiva ancora oggi. Così esaltiamo chi ci sembra geniale e spontaneo e percepiamo in modo negativo chi invece sembra doversi impegnare per quello stesso obiettivo. Ma la verità è che fin quando una cosa non è appresa e assimilata sembrerà sempre produrre un maggiore sforzo, anzi lo produce e questo al nostro cervello NON piace neanche un po’!

Sforzo e utilizzo

Se una persona allenata fa 4 piani di scale userà meno energie di chi non è abituato a farle. Cioè se i tuoi muscoli sono allenati e prestanti, per fare quello sforzo dovranno reclutare meno energie rispetto a chi ha muscoli meno prestanti. Sembra logico ma è anche controintuitivo, ed è stata una sorpresa per i primi neuroscienziati accorgersi che più sei bravo in una certa prestazione e meno cervello devi reclutare, cioè non devi sprecare le stesse energie.

Se non conosci bene l’inglese leggere un semplice articolo ti affaticherà molto, al contrario se lo conosci molto bene sarà semplice in base al contenuto dell’articolo. In pratica, più sei allenato e meno energie devi consumare per fare quella prestazione e ovviamente questo accade anche al contrario. Per quanto mi riguarda la dispercezione del talento, della spontaneità e di quella che a volte in modo erroneo viene vista come “manipolazione” è tutta legata a questo fraintendimento psicologico.

Cioè al fatto che essendo progettati per risparmiare energia tutto ciò che ci sembra economico ci piace molto di più e tendiamo a pensare che sia di maggiore valore, ma la maggior parte delle volte è proprio il contrario. Uno sportivo che si impegna per raggiungere i propri traguardi è di maggiore ispirazione rispetto a chi non sembra allenarsi e raggiunge ottimi risultati. Tuttavia avremo sempre una specie di occhio romantico per il secondo rispetto al primo… oddio non proprio sempre.

Sai quando perdi quel romanticismo? Quando inizi anche tu quel percorso, quando riesci a comprendere quelle sfumature che prima ti erano precluse perché non conoscevi quel processo. Un chitarrista che suoni da qualche mese empatizzerà bene con un altro chitarrista che sembri doversi sforzare allo stesso modo se non di più per raggiungere quelle abilità. Questo è provato anche a livello neuroscientifico in un modo molto interessante:

Se prendiamo un non chitarrista e gli facciamo vedere un tizio che suona, il suo cervello risponderà con l’attivazione di alcune aree motorie, quelle dove sono allocati i famosi neuroni specchio. Ma tale attivazione sarà tanto più potente e tanto più speculare in base alle competenze di base di chi guarda. Se uno è un chitarrista e guarda un musicista con una preparazione simile, capirà ciò che sta facendo ed il suo cervello attiverà pattern molto simili a quelli che sta osservando. Se non sai suonare si attiverà ben poco!

Fingi o sei vero?

Dunque arriviamo al punto del “fake it untill you make it”, di cui ci siamo già occupati molte volte in passato. Ciò che voglio comunicare con questo episodio NON è che sia necessario fingere fino a quando non ci sentiamo più “degli impostori”, non è questo il senso. Ma che, quando una persona è agli inizi di un qualsiasi apprendimento tenderà a sentirsi come finto, un impostore, mentre chi è già capace vedrà queste persone come altrettanto finte.

E’ un problema, allora che fare? La prima cosa da tenere a mente è che quando ci imbarchiamo in un processo di miglioramento personale dovremmo tenere le cose per noi. Cioè evitare di andare a sbandierare in giro che lo stiamo facendo, perché le persone accanto a noi tenderanno a non capire, tenderanno a tirarci indietro. E anche quando fossimo insieme a persone che già hanno percorso quella strada, tenderanno a vederci come “dei neofiti che non capiscono nulla” (spesso a ragione).

A meno che non sia strettamente necessario è sempre bene tenere per noi i percorsi che decidiamo di percorrere, perché la gente non è clemente con chi è in mezzo al processo mentre tende ad esaltare chi ha già ottenuto dei risultati. Se sei mingherlino ed affermi di andare in palestra per migliorare il tuo aspetto i tuoi amici “più grossi” ti inciteranno da un lato e ti scherniranno dall’altro (non proprio i tuoi veri amici ovviamente).

Ma se appena arriva l’estate ti togli la maglietta e tutti si accorgono che il tuo corpo è migliorato, allora le cose saranno decisamente diverse, la gente ama i risultati. Nuovamente questo accade perché sapere che stai impegnando fa sentire chi non lo fa come “sotto minaccia” (“oddio adesso anche questo che si sbatte, e io?) e farà invece sorridere chi ha già compiuto quel percorso. Più tardi decidiamo di apprendere una certa cosa e più tale effetto sarà marcato.

La verità è che, come diciamo molto spesso, non è mai davvero troppo tardi. Ho conosciuto persone che si sono cimentate in uno strumento musicale a 40 anni ed hanno raggiunto livelli di abilità simili a chi suonava da decenni. Certo magari non potranno aspirare a diventare professionisti o musicisti alla Scala di Milano ma di certo possono avanzare fino a miglioramenti impensabili, anche da parte di chi suona da anni e tende a sovrastimare le proprie abilità e sottostimare quelle degli altri.

E’ un discorso che a me personalmente affascina molto perché conoscerlo può realmente liberarci da tanti pregiudizi sulle nostre e altrui abilità di apprendimento. Fammi sapere cosa ne pensi, come sempre faremo altri ragionamenti su questo tema nella puntata “extra” che uscirà su Youtube.

A presto
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.