Chiunque si sia mai interessato al mondo della psicologia sarà entrato in contatto con questo concetto. Tema che solitamente si studia nella Psicologia Sociale e in particolare sulla formazione dell’identità sociale. Insegnando in vari contesti mi sono spesso reso conto che, essendo un concetto datato, viene spesso sottovalutato, quando in realtà ha un’influenza pazzesca sulle nostre vite. E’ un concetto che, per quanto mi riguarda, andrebbe insegnato a scuola e probabilmente qualcuno lo fa. In questo episodio voglio mostrarvi i lati pratici e purtroppo in alcuni casi drammatici di questo fenomeno. Sei con me o contro di me? Questa è la domanda… sbagliata… buon ascolto:

Perché litighiamo?

I motivi per i quali litighiamo sono molti ma fino a pochi decenni fa, chi studiava queste cose, era convinto che ogni conflitto derivasse sempre da una disputa relativa a qualche risorsa. E in effetti la cosa quadra. Evolutivamente, ci attiviamo quando vediamo che una qualche risorsa ci è stata sottratta, diminuita, deturpata da qualcun altro. Ovviamente ci sono molti altri motivi ma se ci pensiamo la contesa per le risorse spiega moltissime cose. Intorno agli anni 70 Hanri Tajfel e John C. Turner si accorgono che non litighiamo solo per le risorse ma anche per l’identità. Pensaci, perché due tifosi di calcio dovrebbero litigare? Che tipo di risorse c’è in palio? Nessuna se non il fatto che “la mia squadra è più forte della tua”, è una questione di identità e non di risorse.

Come hanno dimostrato i diversi studi su questo tema, non abbiamo bisogno di avere una squadra del cuore per comportarci in questo modo. Nella chat tra amici alcuni vogliono andare in pizzeria mentre altri al ristorante? Sì creeranno di colpo due fazioni, il team pizzeria e quello ristorante. Insomma normale amministrazione ma se questa faccenda si ripete per qualche tempo potrebbe modificare il modo con il quel vediamo i partecipanti degli altri team. Cioè se tu sei team pizzeria potresti pensare che quelli del team ristorante, siano ottusi quando si tratta di cibo. E quelli del team ristorante, che potrebbero pensare la stessa cosa al contrario. E vedi fino a quando si tratta di dove andare a mangiare le cose non sono poi così gravi, il problema sorge in altri ambiti.

Inutile dire che gli ambiti più dibattuti sono la religione, la politica e lo sport. I tre argomenti che di solito si dice di tenere fuori dalle serate leggere. Ma l’aspetto di identificazione con il gruppo è spesso più forte della risorsa immediata. Immagina questa scena, sei in vacanza ed incontri una persona con la quale vai particolarmente d’accordo. Scopri che lavora nel tuo campo, scopri che è molto in gamba ed il suo lavoro è rinomato per la serietà e l’efficienza. Ad un certo punto decidi di farci una collaborazione ma prima chiedi ad un tuo amico. Questo ti guarda e ti dice: “sei sicuro che vuoi fare qualcosa proprio con lui? Sai ho sentito dire che quella persona non si è comportata proprio bene nei confronti di Luigi”… insomma le classiche avvertenze di un amico che ti spara due o tre gossip per allertarti.

Come abbiamo analizzato in questo episodio il Gossip non è una semplice moda moderna. E’ stata probabilmente la radio sociale dei nostri antenati. Sapere che Mario era poco affidabile durante le battute di caccia, ti aiutava a sapere che se un giorno si fosse proposto per venire a caccia con te, ci avresti pensato sopra due volte. E’ stato per millenni il modo con il quel regolavamo le dinamiche dell’informazione in piccoli gruppi. Ed è per questo motivo che siamo terribilmente attratti dal gossip, sì anche tu che stai pensando di non esserlo affatto! Quando metti una persona in una categoria per motivi evolutivi, cioè per non farti fregare da Mario perché potrebbe essere un “poco di buono” non ti rende solo più guardingo ma modifica la tua percezione nei confronti di quella persona.

E’ lo stesso fenomeno di categorizzazione che facciamo con l’in-group e l’out-group. Infatti se ti dicono che Mario è un grande amico di un certo Luigi è possibile che inizi a pensare che anche lui non sia poi così affidabile. Vedi più informazioni mancano e più queste ipotesi sul comportamento altrui diventano preziose per riuscire, in un qualche modo, a prevedere il loro comportamento. Della serie: nel dubbio non ci collaboro con uno che so che ha fregato i suoi precedenti soci o amici. Insomma è del tutto plausibile usare questi meccanismi per proteggerci, quando non abbiamo abbastanza informazioni, ma il punto è che, nel momento in cui creiamo una categoria mentale smettiamo di aggiornarla.

Le categorie mentali e la meta cognizione

Lo so, è noioso da ascoltare ma noi cerchiamo costantemente di risparmiare energia, questo è il motivo principale che ci induce ad usare schemi come quello che stiamo descrivendo. Una volta che sai che Mario è poco affidabile non solo non vai più alla ricerca di indizi contrari a questa ipotesi, ma diventano più salienti tutti quelli che la confermano. Una volta creata la categoria “quelli di quella Città sono tutti pigri”, la tua attenzione viene maggiormente attirata da ciò che conferma questa ipotesi e tende a sminuire o cancellare quelle che la confutano. Per questo motivo diciamo spesso che la scienza è controinutitiva, perché come sappiamo da Popper in poi, una vera ipotesi la si mette alla prova cercando di confutarla e non (solo) di confermarla.

In ogni istante creiamo dinamiche di “noi contro di loro” o di “noi diversi da loro” ed è del tutto normale, è un primo meccanismo di differenziazione delle nostre categorie interne. Dobbiamo avere uno sfondo per far risaltare la figura, la nostra mente lo fa di continuo, crea categorie sulla base di somiglianze e differenze. Oggi li chiamiamo tuti “bias” per intendere degli errori sistematici della mente, ma non sono proprio errori, sono modalità di funzionamento. Quindi in modo molto pratico non possiamo evitare che scattino, possiamo solo rendercene conto, la qual cosa solitamente non avviene all’istante. Questa capacità meta cognitiva è il sale della maggior parte degli interventi più efficaci utilizzati oggi in psicologia (non solo in campo clinico).

In altre parole: non puoi fare a meno di pensare che persone che appartengono a gruppi che vedi come diversi dal tuo, siano diverse e siano meno meritevoli, intelligenti, empatiche, delle persone vicine a te. Puoi solo tenere a mente, ricordare, che hai questo tipo di tendenza e cercare di valutare meglio gli altri. Ovviamente non dobbiamo farlo sempre ma può diventare utile quando dobbiamo prendere decisioni importanti, possiamo fermarci e chiederci: sto decidendo davvero sulla base dei dati che ho a disposizione o sto decidendo perché voglio appartenere ad una certa categoria? Sto davvero seguendo i miei valori, i miei obiettivi o sto semplicemente adeguando il mio comportamento ad una sorta di gruppo immaginario a cui dovrei partecipare.

Gli esempi migliori che verranno in mente saranno legati ad aspetti sociali. Cercare di migliorare come le persone che hanno situazioni diverse, posizioni diverse, colore della pelle diverso, possano comunicare senza disumnaizzarsi vicendevolmente. Ecco questa è sicuramente la meta più nobile di queste ricerche, tuttavia si possono usare anche per cose molto più prosaiche e personali. Come ad esempio capire con chi stiamo parlando e da quale pulpito stiamo parlando. Vediamo se riesco a spiegare questo punto perché è molto interessante, anche perché fa sorgere divertenti paradossi. Allora mettiti nei miei panni, sei uno psicologo che parla di psicologia a persone che, mediamente, non fanno questa professione.

Insomma questa è la posizione di molti divulgatori. Insegnare la propria materia a chi non la conosce. Se hai mai provato a parlare di qualcosa del tuo campo a chi ne sapeva poco avrai di certo notato che, tendi a sopravvalutare le loro conoscenze. Cioè dai per scontato che conoscano già delle cose. Dai per scontate un sacco di cose, fino all’errore tipico (che io faccio ancora nonostante i 20 anni di esperienza), cioè il credere di star parlando in realtà con dei colleghi. Un po’ per paura del giudizio degli esperti, un po’ per una questione di identità, se ti metti nei miei panni scopri subito che il rischio è quello di sbagliare “categoria di persone a cui rivolgersi”. Ma non basta…

Lo strano paradosso dei social

Non solo chi è molto esperto di una materia fatica a rendersi conto che sta parlando a non esperti. Ma anche chi segue l’esperto si aspetta un certo grado di esperienza. Certo che l’esperto deve saper semplificare, come diceva il nostro caro Einsetin “se non lo sai spiegare a tua nonna significa che non lo hai davvero capito”. Tuttavia se semplifichiamo troppo rischiamo di essere visti come “non troppo esperti” e questo nel campo della psicologia è all’ordine del giorno. Sai perché? Perchè moltissime intuizioni su come funzioniamo le abbiamo tutti e quando qualcuno ti dice: “guarda che quando pensi così allora ti senti cosà, secondo lo studio tal dei tali”, molti pensano… beh in fondo lo sapevo già! Ma non finisce qui…

La cosa più interessante è che, l’appartenenza ad un gruppo modifica anche il tuo parare sull’esperienza. Infatti se ci fai caso i più seguiti in Italia (e spesso nel mondo) che parlando di una disciplina come la nostra, non sono professionisti del settore. Certo, so che alcuni penseranno che sia normale, dopotutto ci sono un sacco di ottimi divulgatori che non sono addetti ai lavori. Tuttavia il nostro in-group e out-group colpisce anche in questo caso. Immagina di avere un piccolo dolore alla spalla, non così grave da portarti dal medico ma comunque fastidioso. Così ti metti a cercare tutti i video degli esperti che parlano di come risolverlo, di come farti aiutare al meglio ecc.

Poi però trovi anche altre persone, non professionisti che però ti raccontano la loro storia: ecco come ho risolto il dolore alla spalla da solo, senza andare dal medico, in modo naturale e facile. Magari trovi una serie di video dove un ragazzo o una ragazza ti parlano in modo interessante del loro viaggio, di come è iniziato il dolore, degli errori che hanno fatto ecc. Come abbiamo visto il bias di cui stiamo parlando tende a farci sopravvalutare la bontà del gruppo a cui ci sentiamo di appartenere. Se non sei un medico o un sanitario in questo senso, probabilmente ti affezionerai di più alla storia di questo tizio. Non vuol dire che crederai ciecamente a tutto quello che ti dice, ma avrà su di te un ascendente nascosto, quello di essere “sulla tua stessa barca”.

E infatti viene spesso usato come gancio nel marketing: “anche io come te avevo dolore alla spalla, anche io come te avevo visto professionisti, guardato molti video di medici ma nessuna risposta tangibile. Poi ho provato questo insieme di esercizi è tutto mi è svoltato”. Ti suona? Certo, fa parte di moltissime manovre di comunicazione commerciale, chi scrive questi testi sa benissimo che deve subito mettersi dalla tua parte, tu devi pensare “ma certo, lo penso anche io, è esattamente così”. Per farlo sfruttano sottilmente la mossa del “noi contro di loro”. Ecco questo utilizzo dal punto di vista della salute lo detesto, perché penso possa far male e allontanare da chi è realmente competente… ma non è l’unico caso.

Esiste tutta una letteratura di “noi contro loro”, la usano i giornalisti, i romanzieri e gli amici del bar. Chi più o meno consapevolmente usa questa dinamica, e spesso si dice che non ci sia nulla che ci faccia sentire più vicini tra noi che l’avere un nemico comune da odiare insieme! Insomma tutte queste cose sono rilevanti e, ripeto, andrebbero insegnate a scuola anche perché, come dico nel podcast: non sono teorie passeggere. Sono leggi di come funziona la nostra mente, quando diciamo che si tratta di errori sistematici, intendiamo che la maggior parte delle volte li facciamo (se non sempre). Certo si fa fatica a pensare che esistano leggi psicologiche così come esistono leggi fisiche… ma ti assicuro che non siamo poi così lontani.

Fammi sapere cosa ne pensi tra i commenti dell’episodio e sui social.
Genna


Gennaro Romagnoli
Gennaro Romagnoli

Mi chiamo Gennaro Romagnoli e sono uno Psicologo, Psicoterapeuta ed esperto di Meditazione. Autore e divulgatore di PsiNel, il podcast di psicologia più ascoltato in Italia. Se desideri sapere di più clicca qui.