
E se ti dicessi che non tutte le persone che hai attorno sono davvero mature? No, non sto parlando di bambini e adolescenti, sto parlando degli adulti che sono accanto a te. Questa è per lo meno una delle ipotesi più affascinanti della psicologia dello sviluppo degli ultimi decenni. Vedi la psicologia studia come ci sviluppiamo, quali stadi dobbiamo superare in momenti differenti della nostra vita. Lo sappiamo: entro una certa età siamo un fascio di riflessi, poi iniziano le azioni intenzionali, poi i suoni, le parole ecc. Chiunque abbia mai studiato questo tema avrà in mente gli stadi dello sviluppo di Jean Piaget (il Freud della psicologia dei bambini) il quale ci parlava di una fase di maturazione finale, ma forse una vera fine non esiste…
Alla ricerca della saggezza
E’ sotto gli occhi di tutti ma dirlo esplicitamente è pericoloso, sembra una frase elitaria: non tutte le persone invecchiando diventano più sagge. Secondo Piaget tutte le persone raggiungono ad un certo punto quello che lui definisce: pensiero formale. Cioè la capacità di formulare ipotesi sul mondo. Ebbene negli ultimi decenni diversi studiosi hanno iniziato a pensare che esistano successive espressioni della maturità del pensiero, cose come: la capacità di comprendere i diversi punti di vista in una situazione (il relativismo); riuscire a comprendere che in alcune situazioni la realtà contiene aperte contraddizioni, idee contrarie possono anche convivere oppure, il semplice tenere a mente che la gente non è razionale ma agisce spesso di pancia prima… e solo dopo ci ragiona sopra.
Ecco questi tre passaggi vengono spesso chiamati: abilità post-formali, perché appunto superano il livello finale ipotizzato da Piaget. Credo sia esperienza comune quella di osservare che il grado di saggezza di ogni individuo è diverso e, nonostante vi siano un sacco di studi (come quelli citati in puntata fatti con la matematica), è sempre un argomento delicato. Essere più saggi infatti non dipende solo da noi, cioè dalla nostra volontà di migliorarci, di certo conta tantissimo ma non è sempre sufficiente. Una persona che sia in cattive condizioni di salute o socio-economiche avrà meno possibilità di sviluppare un certo grado di saggezza. La storia è sempre la solita: ci ritroviamo in mano un certo mazzo di carte, a volte più a volte meno fortunato, ma possiamo per lo meno cercare di giocarle nel modo migliore possibile.
Una cosa che non ho detto in puntata per non offendere (o esaltare) nessuno devo raccontartela per gradi. Come puoi immaginare io amo parlare di psicologia e lo faccio spesso (anche troppo). Così a volte trovo chi gentilmente mi dice: “smettila Genna, queste cose da psicologi interessano solo te e le persone malate come te” (immagina un tono ironico non cattivo). Io lo capisco perfettamente ognuno ha le proprie passioni, la mia è questa e forse anche la tua caro psinellino. Il punto però che voglio toccare è questo: se non sei minimamente interessato a come funzioni o a come funzionano le persone intorno a te, ed intendo dal punto di vista della ricerca non solo dalle tue ipotesi personali… questo potrebbe essere in indizio. Indizio di poco interesse per punti di vista differenti dai nostri, perché è questo che fa la vera psicologia… ti sbatte in faccia cose che non pensavi di te stesso e degli altri.
Questo genera flessiblità mentale, capacità di osservare da diversi punti di vista ecc. Ok, non voglio dire che se non ti piace la psicologia allora non puoi diventare “saggio” (cioè arrivare al pensiero post-formale) ma intendo che probabilmente sei meno incline a farlo. Ora, è anche vero che chi si interessa molto alla psicologia a volte lo fa per curare se stesso, e dunque ci troviamo di fronte ad un pubblico eterogeneo. Spero di non aver offeso nessuno, anche perché se stai leggendo queste parole (o sei un bot) oppure sei interessato a questa materia. Anche se tu lo fossi per “stare meglio”, sarebbe già comunque un indizio di una maggiore meta-cognizione, che è poi il sale della saggezza.
Per creare una distinzione abbastanza aderente, possiamo dire che esistono due modi di vedere la saggezza: il primo è quello nostro occidentale, il saggio è di solito un sapiente a cui chiedere consiglio, qualcuno che ne sa più di noi. Il secondo invece ha più a che fare con l’oriente, dove la saggezza non è una maggiore conoscenza delle cose dal punto di vista intellettuale ma dal punto di vista dell’esperienza. Dove l’esperienza principale che consente tale passaggio non riguarda il riempire la testa di conoscenze ma il cercare di osservare se stessi, riguarda la pratica della meditazione.
I vari livelli di saggezza
Chiaramente i due modi di intendere la saggezza si mescolano tra di loro: infatti anche in occidente esistono pratiche simili di consapevolezza e allenamento della coscienza. Così come nelle pratiche orientali esistono profondissimi concetti intellettuali che, solitamente descrivono sia la tradizione e sia l’esperienza pratica. Trasformando questi due livelli in meccanismi oggi conosciuti potremmo dire che si tratta di allenare la mente all’acquisione di informazioni complesse e alla loro gestione (imparare ad apprendere, come avrebbe detto Bateson) e alla corrispettiva meta-cognizione. Cioè la capacità di osservare i nostri contenuti interni, essere consapevoli di pensieri, emozioni, sentimenti che si avvicendano nel panorama della nostra mente.
Ora se ti chiedessi di immaginare un saggio difficilmente descriveresti una persona giovane. Perché? Semplice, perché sai intuitivamente che una persona giovane difficilmente potrà aver acquisito troppe esperienze (sia di vita vissuta che di studio e approfondimento) e difficilmente sarà troppo consapevole. Attenzione, questo non significa che una persona giovane non possa essere intelligente e anche molto saggia, in base alla propria vita. Ma significa che mediamente pensiamo che una persona acquisica un certo grado di saggezza dopo un bel pezzo di vita vissuta. La storia che però ti sto raccontando oggi è diversa, per questo è pericolosa, ci dice che probabilmente gli anni che passano non bastano… ed è una cosa che abbiamo visto diverse volte.
Se segui Psinel di certo mi hai sentito dire mille volte che se “non lo usi lo perdi”, il mantra della fisiologia umana. Significa che se non fai più una certa azione, dopo un po’ di tempo tenderai a perdere le capacità di farla. Non solo, anche se continui a farla ma senza avere obiettivi di miglioramento, continuerai a restare allo stesso livello, peggiorando gradualmente. E’ triste da dire ma le cose funzionano così: se come me non guidi l’auto tutti i giorni, non ami particolarmente farlo e non sfidi te stesso nel tentativo di migliorare la tua guida. Io e te, guidiamo con la stessa capacità di quando abbiamo imparato… anzi nel tempo è addirittura possibile che siamo peggiorati. Se poi guidiamo davvero poco, le cose peggiorano ulteriormente. Questo non è un invito ad ossessionarci con il miglioramento continuo è un semplice dato di fatto da considerare.
Lasciamelo ripetere, chi segue il mio lavoro e argomenti del genere non solo sa che cosa significa “essere consapevoli” (e meta-cognizione) ma se lo ha toccato con mano diverse volte. Cioè accorgendosi, rendendosi conto, sia attraverso lo studio ma anche attraverso le pratiche come la meditazione, sa perfettamente che esistono livelli diversi di rapportarci al mondo e agli altri. E, dopo aver toccato quelle esperienze continua a praticarle, cercando di essere più consapevole di se stesso (in qualsiasi modalità preferisca, meditazione, scrittura, terapia ecc.) riconosce che esistono persone che sono “meno consapevoli”. Il che se fatto nel modo corretto, senza leggerlo nei libri ma praticandolo, NON significa affatto sentirsi superiori ma significa vedere da altri punti di vista.
Per questo l’argomento di oggi è delicato: anche la ricerca ci dice che esistono dei livelli di consapevolezza, se ci lavori per un po’ li scopri e li tocchi con le tue mani. Il problema di solito è quando ci limitiamo a leggere o ad farci indottrinare su quanto “siamo più fighi e saggi degli altri” che in realtà peggiora le cose. Non succede solo nel mondo di noi poveri appassionati di psicologia, il mondo della spiritualità è zeppo di guru che insegnano a sentirsi “di più degli altri”… la mia ipotesi è che abbiano smesso di praticare, magari inizialmente hanno visto qualcosa e si sono fermate lì, proprio come con la patente. Mi basta sapere che so guidare, non è necessario cercare di approfondire.
Il massimo livello di saggezza
Ultimamente vedo reel e contenuti social che dicono che il massimo livello di saggezza è: non aver bisogno di dimostrare niente a nessuno e non cercare e non volere l’approvazione da nessuno. Una bella visione che in parte si sposa con le varie visioni orientali del non attaccamento. Che come sappiamo non è solo una teoria ma soprattutto un tipo di pratica. Il problema è credere che ad un certo punto, a furia di meditare, andare in terapia o lavorare su se stessi, prima o poi saremo in grado di liberarci da tutti questi bisogni. Ma non è vero! La capacità di liberarti dagli attaccamenti passa dalla profonda consapevolezza che siamo naturalmente portati ad attaccarci… cioè ancora una volta dalla consapevolezza
Se pensi di essere immune alla desiderabilità sociale, cioè alla tendenza umana a cercare di mostrare le parti migliori di se quando è valutata dall’esterno… allora o sei un Buddha oppure ti stai nascondendo qualcosa. Tutto ciò non significa che “non ci puoi fare nulla”, anzi, significa che puoi fare molto ma solo attraverso graduali riconoscimenti. Che a volte possono anche non essere troppo graduali, come quando facciamo un incidente e smettiamo di colpo di andare come pazzi in autostrada. Come vedremo tra qualche episodio la nostra personalità è tutt’altro che scritta nella roccia. E’ più simile alla nave di Teseo, che continua a cambiare sembrando se stessa.
Ma sembrare non significa proprio essere… insomma possiamo fare tanto, continuiamo questo tema nel prossimo episodio.
A presto
Genna



